È ORA DI DIRE BASTA ALLA STRATEGIA TURCA CONTRO LE DONNE

Dopo il no alla Convenzione di Istanbul, il Sofa gate. E “l’effetto Erdoğan” rischia di colpire anche la Polonia

Che cos’è la Convenzione di Istanbul

Istanbul sta dando il cattivo esempio. La recente decisione Turca di uscire dalla Convenzione di Istanbul per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne ha suscitato grande attenzione. La Convenzione costituisce un trattato internazionale che si prefigge di impedire la violenza, proteggere le vittime e conseguentemente perseguire penalmente e legalmente chi sia colpevole di aggressione contro donne[1]. Il Trattato ha rappresentato un importante passo avanti nella lotta per i diritti di queste ultime. Per tale motivo, la scelta della Turchia è stata ampiamente criticata dal Consiglio d’Europa, organizzazione primaria per la protezione dei diritti umani, democrazia e stato di diritto in Europa, ed iniziatore stesso della Convenzione.

La recente decisione turca

In data 22 marzo 2021, dopo dieci anni di adesione, la Turchia – primo paese segnatario – ha deciso di ritirare la sua adesione alla Convenzione. La decisione è stata presa nelle stanze dei bottoni con un decreto pubblicato in piena notte, determinando la reazione delle donne turche e la denuncia del Consiglio d’Europa. L’aver pubblicato il decreto in piena notte può essere interpretato in quanto gesto simbolico dell’abuso di potere di un presidente, Recep Tayyip Erdoğan, già precedentemente criticato per il suo approccio discutibile nei confronti della protezione delle donne e dei diritti LGBTQI+.

Le reazioni internazionali

La scelta di uscire dalla Convenzione di Istanbul non gioca a favore della Turchia nel suo tentativo di avvicinarsi all’Unione Europea. La Convenzione di Istanbul non è un documento di poco conto: per la sua natura estremamente comprensiva, è considerato e riconosciuto a livello dell’Unione Europea in quanto uno dei più importanti trattati per la protezione delle donne sull’intero continente. L’Unione Europea, di fatto, non ha esitato a schierarsi dalla parte del Consiglio d’Europa nel condannare fermamente la scelta della Turchia. Tuttavia, lo ha fatto in un modo che è stato giudicato da alcuni osservatori in quanto “flessibile”. Questo atteggiamento rimane legato al ruolo strategico che la Turchia occupa nel controllo dei migranti che tentano la rotta per raggiungere l’Europa, e allo stesso tempo, rivela le contraddizioni di un’Europa che ancora lotta per assicurare la protezione dei diritti. In aggiunta, altre voci di disappunto si sono unite nel criticare la scelta del governo Turco, ed anche il presidente degli Stati Uniti Joe Biden non ha esitato a ricordare il valore della Convenzione in quanto strumento fondamentale per combattere la violenza di genere in una dichiarazione rilasciata il 21 marzo 2021.

L’effetto domino

In aggiunta, la recente uscita sembra aver scatenato una reazione a catena: anche da Varsavia sono arrivati bisbigli di una possibile uscita dal Trattato. La Polonia, già in scontro con l’Unione Europea per le controverse leggi sull’aborto, ha avviato la procedura per permettere un disegno di legge che farebbe ritirare il Paese dalla Convenzione di Istanbul. Questa non è la prima volta in cui il governo polacco critica aspramente tale Convenzione, che nel 2014 fu definita dal ministro della giustizia Zbigniew Ziobro in quanto una “invenzione femminista che ambisce a giustificare l’ideologia omosessuale”. Già lo scorso 25 luglio, lo stesso ministro aveva minacciato che il Paese avrebbe avviato il percorso per uscire dalla Convenzione del Consiglio d’Europa. La Polonia ha dunque una radicata storia di opposizione contro la comunità LGBT. Il nome del disegno di legge da poco avviato, “sì alla famiglia, no al genere” rende già l’idea delle intenzioni del governo Polacco, in lotta da tempo contro le comunità LGBTQI+ e contro l’aborto, come dimostrati dalla creazione delle “LGBTQ Free zones areas” (le così dette aree “libere” dalle comunità LGBTQ) e dalle stringenti iniziative prese lo scorso autunno per impedire alle donne di abortire se non per malformazione del feto[2], e che hanno portato centinaia e centinaia di donne e uomini a riversarsi sulle strade della capitale nel pieno della seconda ondata della pandemia dovuta al Covid-19. 

Il Sofagate

Oltre al danno, la beffa. La recente visita della Presidente della Commissione Europea Ursula Won der Leyen e del Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel ha danneggiato gravemente l’immagine dell’UE nella sua difesa dei diritti delle donne. Quando i due leader Europei sono entrati nella stanza per discutere con Erdoğan, vi erano solamente due sedie su cui sedersi. Nella triade di leader, ad essere esclusa è stata proprio l’unica donna, la Presidente Von der Leyen, costretta – dopo un imbarazzato “ehm” – ad accontentarsi di porsi in disparte, su un divano, lontano dai due uomini. Un’immagine molto potente che non solo rivela un atteggiamento superficiale nei confronti delle istituzioni europee e la Commissione stessa; ma un segno forte e tangibile dell’evidente mancanza di rispetto per la Presidente Von der Leyen in quanto donna, prima ancora che politica. Tuttavia, ancora più imbarazzante è stata la reazione del Presidente Michel. Se da una parte non si può negare come le dinamiche dell’accaduto lo abbiano preso alla sprovvista, la sua mancanza di riflessi nel rimanere in piedi piuttosto che accomodarsi sull’elegante sedia al fianco della sua controparte Turca non verrà dimenticata facilmente dall’opinione pubblica. Lo stesso Presidente del Consiglio Italiano Mario Draghi non ha esitato a definire Erdoğan, senza mezzi termini, in quanto “dittatore”, discostandosi fermamente dall’accaduto. 

Prospettive future

La Convenzione di Istanbul non può di certo frenare completamente il fenomeno della violenza contro le donne, ma rappresenta di sicuro un documento molto utile per gestire questo enorme problema. L’uscita dal Trattato da parte di un qualsiasi paese costituisce un significativo passo indietro nella lotta per i diritti e la protezione delle donne da ogni forma di violenza. L’Europa, nel suo ruolo di campione nella protezione dei diritti umani, non può lasciare nessuno indietro nella lotta per i diritti delle donne. Oltre alla necessità di prevenire l’uscita dalla Convenzione, occorre lavorare nel convincere quei Paese Europei che hanno firmato il trattato senza però ratificarlo – quali Repubblica Ceca, Lituania, Slovacchia e Ungheria[3] – al fine che il Trattato diventi effettivamente vincolante per tutti. L’UE non può tollerare l’eventuale uscita di uno dei suoi membri dalla Convenzione, e deve mostrarsi pronta a prendere le adeguate contromisure nella circostanza in cui la Polonia si dicesse realmente intenzionata a farlo.  


[1] Una chiara e sintetica spiegazione della Convenzione è riscontrabile al seguente collegamento: https://ec.europa.eu/justice/saynostopvaw/downloads/materials/pdf/istanbul-convention-leaflet-online.pdf

[2] Tali episodi hanno destato le preoccupazioni di organizzazioni quali Human Rights Watch, come riportato in un articolo di Graeme Reid, “Poland Breaches EU Obligations Over LGBT, Women’s Rights,” Human Rights Watch, 24 Febbraio 2021. https://www.hrw.org/news/2021/02/24/poland-breaches-eu-obligations-over-lgbt-womens-rights (consultato il 10.04.2021).

[3] La lista completa dei Paesi membri della Convenzione è accessibile sul sito del Consiglio d’Europa, alla pagina https://www.coe.int/en/web/conventions/full-list/-/conventions/treaty/210/signatures

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