GLI IGNORATI FOREIGN FIGHTERS BALCANICI NEL DONBASS

La situazione nel Donbass: il punto

Nelle scorse settimane, il conflitto (mai realmente sopito) nella regione del Donbass aveva attirato l’attenzione di molti: Ucraina e Russia avevano inviato contingenti militari ai loro confini, erano avvenuti una serie di incidenti che avevano causato la fine del cessate il fuoco imposto lo scorso luglio e i portavoce dei due Stati si erano accusati vicendevolmente.

Kiev aveva additato Mosca come l’unica vera responsabile, sottolineando come – nei giorni precedenti – il numero truppe, blindati, caccia ed elicotteri d’attacco – oltre all’invio di droni e la costruzione di un ospedale militare – fosse aumentato in maniera esponenziale, determinando inevitabilmente la risposta dell’Ucraina.

Il Cremlino – d’altra parte – aveva rovesciato la colpa sul Paese di Volodymyr Zelens’kyj, affermando di non aver mai avuto intenzione di attaccare lo Stato vicino, ma di essere nel mentre di esercitazioni militari volte a testare le capacità difensive della Federazione in caso di un attacco esterno.

Quale che fosse la reale spiegazione, è indubbio che si è rischiata una nuova ripresa del conflitto, evitato – fortunatamente – solo grazie alla dichiarazione del ministro della Difesa russo Sergei Shoigu, che ha garantito il completamento delle ispezioni ed esercitazioni nei distretti sud-occidentali e il ritiro delle truppe (almeno fino a Pogonovo) tra il 23 aprile e il 1 maggio.

La questione dei foreign fighters nel Donbass

L’allarme di inizio aprile ha riacceso i riflettori su un’altra questione, per lo più ignorata dagli attori e dalla stampa internazionali: la faccenda dei foreign fighters. Dal 2014, quando le popolazioni separatiste della regione del Donbass hanno dato vita a due repubbliche autoproclamatesi indipendenti (la Repubblica Popolare di Doneck e quella di Lugansk) e il conflitto con Kiev ha assunto connotazioni militari, centinaia di cittadini stranieri si sono recati in Ucraina per combattere con una o l’altra fazione. Non solo russi, ma anche serbi, bosniaci, croati e montenegrini, oltre a cittadini provenienti dai Paesi occidentali e scandinavi.

La maggior parte dei foreign fighters provenienti dai Balcani occidentali è andata a ingrossare le fila dei contingenti separatisti: serbi, bosniaci-serbi provenienti dalla Repubblica di Sprska e montenegrini – forti delle idee e dei sentimenti filorussi che hanno storicamente caratterizzato i loro Paesi – si sono recati a Donec’k e Luhans’k, talvolta anche più di una volta, nel corso di questi anni.

Intervistati, alcuni hanno anche ammesso di aver ottenuto un passaporto da tali Repubbliche, proprio per poter raggiungere il Donbass e combattere al fianco delle truppe separatiste; altri hanno fatto presente come le popolazioni della zona avessero inviato combattenti in loro aiuto durante le guerre civili jugoslave, sottolineando l’esistenza di uno stretto rapporto di solidarietà che intercorrerebbe tra le parti.

Un elemento in parte supportato dalle indagini di polizia, che hanno reso noto che molti miliziani serbi e bosniaci provengono dal gruppo dei cosacchi balcanici, storicamente legato sia a Mosca che alla Brigata Visegradska dell’Esercito Serbo Bosniaco, nota per aver compiuto numerosi crimini di guerra durante gli anni Novanta. 

Ciò nonostante, alcuni studiosi hanno sollevato dubbi in merito alla reale motivazione che ha spinto centinaia di cittadini balcanici a lasciare la propria casa per raggiungere e prendere parte alla guerra nel Donbass: secondo molti, infatti, il mero sentimento filorusso non sarebbe sufficiente a spiegare questa realtà.

Alcuni analisti ritengono che i miliziani, appartenenti per lo più all’ala dell’ultradestra, abbiano trovato in Ucraina la situazione ideale per sfogare i propri sentimenti estremisti, il desiderio della guerra e la sfiducia nelle istituzioni occidentali ed europee. Una sfiducia che avrebbe spinto numerosi foreign fighters a prendere parte al conflitto in entrambe le fazioni. In tal senso è esemplificativa la partecipazione – a sostegno dell’esercito regolare ucraino – dei foreign fighters croati nel gruppo Azov.

Altri studi hanno apportato ulteriori motivazioni, dal mero fattore pecuniario – dal momento che molti combattenti risultano essere soldati mercenari – al legame con un passato militare. Quale che sia la giusta interpretazione, tutte le spiegazioni dovrebbero allarmare i governi dei Balcani occidentali.

La pessima gestione dei foreign fighters balcanici: politiche inefficaci o inesistenti?

La presenza di centinaia di foreign fighters balcanici in Ucraina, seppur in numero infinitamente più esiguo rispetto ai miliziani partiti per la Siria, destano – o dovrebbero destare – preoccupazione per i governi dei Balcani occidentali: in primis, perché pongono in evidenza come molte criticità storiche non siano mai state realmente affrontate e superate, dagli inconclusi processi di guerra alla mancata creazione di identità nazionali sé stanti, lontane dai trascorsi jugoslavi; in seguito, perché si legano inevitabilmente con dinamiche più recenti e che potrebbero giocare un ruolo dominante nel prossimo futuro, quali la crisi socio-economica e l’aumento dei consensi dei partiti e dei movimenti dell’ultradestra e antieuropeisti, entrambi criticizzati dall’attuale pandemia globale e della pessima gestione della stessa che Bruxelles ha avuto nell’area. Tutti fattori che rischiano di aumentare il consenso attorno alle figure dei combattenti di ritorno e di mitizzarli, arrivando a spingere molti a cedere alle lusinghe della propaganda online e a vedere nella lotta armata una – se non l’unica – soluzione.

Tale situazione è attualmente aggravata dalla mancanza di misure efficaci contro i combattenti di ritorno, quali i controlli effettivi degli spostamenti, l’esistenza di programmi di de-radicalizzazione e lo svolgimento di giusti processi giudiziari.

A tal proposito, secondo il database Regional Terrorism and Foreign Fighters recentemente realizzato dal BIRN e contenente informazioni sui processi per terrorismo domestico e internazionale in Albania, Bosnia Erzegovina, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia, dal 2014 al 2020 sono stati aperti solo diciotto casi giudiziari legati ai foreign fighters in Ucraina, di cui: uno in Bosnia Erzegovina, uno in Montenegro e sedici in Serbia; numeri irrisori in confronto ai dati sui miliziani partiti per il Donbass.

Non solo, di questi il solo caso del cittadino montenegrino Marko Barović ha portato a una sentenza definitiva – oltretutto di appena sei mesi – per aver preso parte, come autista e tiratore delle truppe separatiste di Donec’k tra il 27 marzo e il 17 luglio 2015. Il bosniaco Gavrilo Stević, invece, è stato assolto dalle accuse di partecipazione al gruppo para-militare filorusso nel Donbass, mentre tutte le sentenze disposte contro i foreign fighters serbi sono state sospese.

Per quanto riguarda, invece, le misure preventive, i Balcani occidentali presentano ancora numerose lacune nel contrasto al terrorismo, ove ricadono inevitabilmente anche le figure dei foreign fighters. Infatti, mentre ilMontenegro si è per lo più allineato agli standard europei – anche con l’adozione lo scorso febbraio di una strategia per la soppressione dell’estremismo violento -, Bosnia Erzegovina e Serbia continuano a non presentare programmi e forze adeguati: in particolare, Sarajevo continua a non cooperare né con Europol né con Eurojust ed è allineata solo in minima parte agli standard europei di lotta al terrorismo; Belgrado non ha stabilito alcuno dei punti previsti dal Piano di azione comune contro il terrorismo nei Balcani occidentali.

Allarme Balcani

Gli Stati balcanici sembrano ignorare o sottostimare la questione dei foreign fighters in Ucraina, che non sono adeguatamente controllati nei loro spostamenti (al punto che in molti raccontano di aver compiuto di un viaggio) né sono poi sottoposti a una persecuzione giudiziaria efficace, dal momento che nella maggior parte dei casi non è stato istituito alcun processo o – comunque – esso non ha portato a pene idonee o caratterizzate da una progettualità di de-radicalizzazione.

Se è vero che gli studi paiono attestare che pochissimi miliziani di ritorno dal Donbass si siano poi ulteriormente radicalizzati, è anche vero che vi sono casi accertati di ex-combattenti divenuti promotori per i nuovi foreign fighters; un canale secondario solo al proselitismo online. D’altra parte, il rischio che i combattenti, una volta tornati, non riescano a reinserirsi nella loro comunità potrebbe essere – oggi – ulteriormente aggravato dall’attuale crisi socioeconomica legata alla pandemia da Covid-19. 

Questa sottostima del problema in taluni casi sembra quasi una scelta voluta da parte di alcuni governi, che paiono voler sfruttare la situazione nella speranza che i combattenti – una volta tornati in patria – divengano da punto nodale attorno a cui concentrare la sfiducia per le istituzioni occidentali ed europee, viste come sempre più lontane ed avverse. Una politica che, seppur inizialmente potrebbe anche giovare – quantomeno alla Serbia di Aleksandar Vučić -, rischia di innescare movimenti di difficile controllo; un rischio non ignorabile.

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