STATI UNITI E NATO FUORI DAL PANTANO AFGHANO?

Gli Stati Uniti e la Nato hanno avviato l’annunciato graduale ritiro dall’Afghanistan delle 9.592 unità impiegate nella missione Resolute Support. Questo dovrebbe completarsi “senza condizioni” entro il 20° anniversario degli attentati dell’11 settembre. Il condizionale è d’obbligo, visti i precedenti fallimenti negli anni di Obama e Trump dovuti all’opposizione degli apparati federali. Ma questa volta potrebbe essere quella giusta.

Contesto

Sino ad oggi i costi politici e geopolitici di un ritiro totale erano generalmente ritenuti superiori a quelli del mantenimento di una presenza sul campo. Tutt’ora fra l’establishment di sicurezza nazionale si registrano preoccupazioni sui possibili effetti negativi di una tale scelta nel contrasto all’espansione terroristica nel paese, che rischierebbe di divenire nuovamente safe heaven per le formazioni jihadiste affiliate a Islamic State (Is) e ad Al Qaeda. 

Con quest’ultima che continua a mantenere legami con i Talebani e ad operare sotto la loro protezione, secondo rapporti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e del Dipartimento del Tesoro Usa. Eppure, simili obiezioni si scontrano con la natura transnazionale del terrorismo jihadista, con l’esistenza di altri Stati semi-falliti (dalla Somalia allo Yemen sino al Sahel) che, al pari dell’Afghanistan, potrebbero essere sfruttati come retroterra per minacciare gli interessi nazionali americani e transatlantici.

Il dilemma afghano

Il ritiro transatlantico dall’Afghanistan prende atto del fallimento di un’operazione cinetica che avrebbe dovuto limitarsi a detronizzare chirurgicamente i vertici qaedisti e a punire il regime del Mullah Omar, che aveva ospitato e protetto Osama Bin Laden e i quadri dirigenti dell’organizzazione, per poi lasciare le tende. 

Trasformatasi, invece, in una occupazione militare sconnessa da obiettivi politici. In cui la vastità e l’asprezza geografica dell’indomabile “cimitero delle grandi potenze”, già conosciuto da inglesi e sovietici, unita all’esistenza di un retroterra strategico, logistico e di addestramento per la guerriglia talebana in Pakistan (dove troverà rifugio lo stesso Bin Laden, sino alla sua uccisione ad Abbottabad nel maggio 2011), si imporrà sulla superiore tecnica occidentale, decretando il fallimento della counterinsurgency dei generali Stanley A. McChrystal e David Petraeus. 

Trasformando l’Afghanistan in un secondo VietnamNel quale il fattore tempo giocava a favore degli insorti, la cui resistenza mirava a drenare il consenso dell’opinione pubblica occidentale alla guerra

Obiettivo ottenuto con l’impantanamento della superpotenza in estenuanti e costose battaglie di retroguardia contro un nemico inafferrabile. Contributo al contraccolpo isolazionista/riduzionista maturato nell’opinione pubblica americana, sofferente per l’overstretching di risorse materiali e psicologiche. Sentimento che ha portato all’elezione degli ultimi tre presidenti.

Obama, Trump e Biden hanno tutti fondato le loro campagne elettorali sulle promesse di porre fine alle “guerre per sempre”, alleggerire il fardello imperiale, riportare a casa le truppe, ridurre il costo dell’impegno americano nella più lunga guerra mai combattuta dagli Usa. Costata quasi 2 trilioni di dollari2.300 soldati uccisi e più di 20.000 feriti. 

Per lungo tempo Washington e gli alleati sono rimasti intrappolati nel classico “dilemma del prigioniero”. Costretti a rimandare nel tempo una dolorosa scelta. Continuare una guerra impossibile da vincere, perché combattuta contro una tattica bellica (il terrorismo) ineliminabile nella sua assolutezza e nel cui buco nero sono finite decine di migliaia di vittime, risorse e attenzioni da destinare altrove.

Oppure, abbandonare le terre dell’Hindu Kush per concentrarsi sul ritorno della rivalità tra grandi potenze, negoziando un accordo con i Talebani, legittimandoli politicamente e vanificando molto probabilmente i meritori sforzi compiuti in questi anni per ricostruire un paese martoriato dal conflitto, avvolto in una instabilità connaturata al crogiolo di tribù ed etnie in lotta per il potere, con più della metà (54,5%) della popolazione sotto la soglia di povertà e con tristi record mondiali nella mortalità infantile e nell’aspettativa di vita alla nascita (53,2 anni).

Il vuoto creato da un ritiro completo potrebbe ripiombare il paese nell’oscurantismo islamico, cancellando i miglioramenti ottenuti in questi anni dalla coalizione Nato in tema di rispetto dei diritti umani, libertà civili e miglioramento delle condizioni delle donne afghane, vittime di una cultura maschilista medievale connaturata alla radicale interpretazione della sharīʿa.

Di più. Con il ritiro dei boots on the ground, l’Afghanistan rischierebbe di ricadere nel caos, in una nuova guerra civile tra i Talebani e l’Alleanza del Nord che travolgerebbe le deboli e non autosufficienti istituzioni indigene (l’80% delle spese per la sicurezza afghana provengono dagli aiuti finanziari americani, che continueranno comunque ad essere elargiti).

L’obiettivo ultimo dei Taliban rimane infatti la restaurazione dell’Emirato Islamico, da ottenere svuotando dall’interno le istituzioniL’espulsione totale delle forze Usa, lascerebbe inoltre un ulteriore margine agli studenti coranici, i quali avrebbero campo libero nei confronti del governo di Kabul. Forti della loro superiorità nell’equipaggiamento bellico, del controllo dei traffici di droga (oppiacei) dai quali traggono enormi profitti e della spregiudicatezza nell’usare tattiche terroristiche, i Mujaheddin si riserverebbero l’opzione di conquistare il potere manu militaristracciando ogni strada di condivisione di potere con Kabul.

Invero, secondo la comunità d’Intelligence Usale prospettive di un accordo di pace entro il prossimo anno sono basse ed “è probabile che i talebani guadagnino sul campo di battaglia e che il governo afghano farà fatica a tenere a bada i talebani se la coalizione ritirerà il sostegno”.

Verso un nuovo Medio Oriente?

Nella scelta americana, recepita da Bruxelles, la Realpolitik ha preso il sopravvento sulle spinte idealiste di neocon e liberal. Dopo l’iniziale scetticismo, la scelta degli apparati bideniani di lasciare le sabbie mobili afghane conferma la maturazione imperiale della superpotenza.

Chiusa la fase revisionista ed imperialista delle “guerre per scelta”, caratterizzata dall’impossibile esportazione di democrazia e diritti umani nel Grande Medio Oriente a colpi di regime changes, in ambienti alieni (per vincoli storici, culturali, religiosi, tribali) ad invenzioni puramente occidentali, quindi universali, gli Usa stanno attuando da alcuni anni a questa parte la transizione dal controllo di prossimità nelle regioni di secondaria rilevanza strategica a quello da remoto (“offshore balancing”).

Previsto dalla dottrina dello smart poweresso prescrive di ricorrere all’opzione militare solo come extrema ratio, quando sono in ballo interessi strategici, privilegiando la proiezione di potenza aeronavale a lungo raggio. Mentre, nel contrasto al terrorismo suggerisce di limitarsi ad operazioni mirate e di intelligence, ricorrendo a droni, satelliti e forze speciali.

Perciò, gli agenti della Cia e gli oltre 6.000 contractors Usa potrebbero rimanere ai piedi dell’Hindu Kush per poter spiare contemporaneamente Cina, Russia ed Iran[1], conservare conoscenza situazionale e dare la caccia a qaedisti e jihadisti.

Quanto alla Nato, la scelta di uscire insieme agli Usa conferma la natura “non sovrana” del suo ingresso in quella guerra. Allora, la pietra angolare del Trattato di Washington (l’art. 5: un attacco contro uno deve essere considerato un attacco contro tutti), pensata per vincolare gli Usa nella difesa degli europei in caso di offensiva sovietica, veniva invocata (e rifiutata dalla superpotenza) per la prima volta in senso contrario, con gli europei che si dichiaravano pronti a difendere gli Usa! 

Oggi, le risorse atlantiche servono in altri contesti. A rafforzare il contenimento della Russia sul fronte del Mar Nero. A moltiplicare la pressione su Pechino, sfruttando un’alleanza che rappresenta quasi 1 miliardo di persone e oltre la metà della potenza militare ed economica del mondo.

Ad occupare alcuni spazi che gli americani apriranno nell’ambito della revisione globale e regionale della distribuzione delle forze, volta a ribilanciare risorse e attenzioni verso il contenimento indo-pacifico della Repubblica Popolare. Da qui l’annuncio sull’aumento del contingente Nato in Iraq, che passerà da 500 a 4.000-5.000 unità. La crescita del personale dovrebbe permettere all’Alleanza di prendere il comando delle attività di addestramento e consulenza alle forze di sicurezza irachene nell’ambito della missione militare contro Is guidata dagli Usa. 

Inoltre, nel breve-medio termine, il caos o l’instabilità ai confini dei propri massimi rivali (Cina, Russia e Iran) potrebbe persino tornare utile a Washington. Per ostacolare il corridoio economico sino-pakistano delle nuove vie della seta. Per distrarre i competitor dal dominio marittimo, costringendoli ad occuparsi di fragili e porose barriere terrestri, interessate da conflitti etnici, religiosi, jihadismo, traffici di armi e droga. Evoluzioni che potrebbero indurre questi ultimi a cooperare nella sicurezza del paese, alleggerendo il peso della superpotenza.

La Russia sta già agendo da mediatore tra governo afghano e Talebani, insieme a Usa, Cina (interessata alla ricostruzione del paese) e Pakistan. L’Iran potrebbe sfruttare la sua influenza sulle tribù di lingua dari nell’ovest del paese, in particolare nella provincia di Herat.

La distensione indopakistana di questi ultimi mesi, mediata dagli Emirati Arabi Uniti e favorita dagli americani, dovrebbe sottrarre l’attenzione dei due paesi dal confronto bilaterale per concentrarsi nei dossier sui quali Washington intende indirizzarli: la sicurezza del confine nord-occidentale (Pakistan); l’assistenza militare agli afghani e il contenimento della Cina (India).

Mentre, il coinvolgimento della Turchia anche in questo dossier conferma l’utilità tattica di Ankara nel coprire i buchi americani e la sua significativa influenza sul Pakistan e sulle etnie turciche tagike e uzbeke nel Nord dell’Afghanistan. 

Infine, è rivelatore del tortuoso progetto delineato nei laboratori strategici della superpotenza mirante a favorire la presa sui Talebani da parte delle potenze sunnite tutelari di un Islam “moderato” (Islam politico) a scapito del wahhabismo integralista di matrice saudita. Parte di un disegno geostrategico più ampio e di lungo termine che mira a favorire la nascita di un ordine mediorientale fondato su due principiequilibrio di potenza e accettazione di regole di convivenza che potranno anche essere diverse da quelle occidentali. Inglobando nell’ordine regionale le Repubbliche Islamiche d’Iran (questo il vero oggetto dei negoziati sul nucleare in corso a Vienna) e d’Afghanistan in chiave anti-russa e anti-cinese.  


[1] Le basi afghane vengono utilizzate dagli Usa come pista di decollo per i droni stealth che svolgono operazioni di sorveglianza e intelligence sugli sviluppi nucleari di Teheran

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