LIBERALIZZARE I BREVETTI SUI VACCINI ANTI-COVID: UTOPIA O REALTÀ?

This is an unprecedented emergency that demands unprecedented measures (…) Putting aside the old barriers and the limitations of short-term self-interest is the only way to build the safer, healthier and fairer world we all want”. Con queste parole il Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, invita gli Stati a trovare un accordo per introdurre delle deroghe alla protezione dei diritti di proprietà intellettuale sui brevetti dei vaccini. Ma è davvero una soluzione percorribile? 

Le regole di mercato applicate ai vaccini.

Dopo poco più di un anno dall’inizio della pandemia da Covid-19, il mondo si trova di fronte alla necessità di vaccinare la maggior parte della popolazione globale nel minor tempo possibile. L’esigenza di conciliare rapidità e diffusione della vaccinazione si impone per almeno due ragioni: da un lato, bisogna scongiurare il rischio di nuove varianti del virus che potrebbero vanificare tutti gli sforzi fatti finora; dall’altro, la ripresa economica risulterà sempre più lenta e difficoltosa al maggior protrarsi delle restrizioni alle attività economiche.

Fortunatamente, grazie ai grandi progressi fatti dalla ricerca scientifica negli ultimi decenni, è stato possibile creare e produrre diversi vaccini in pochi mesi. Tuttavia, molte perplessità sono state sollevate in merito all’applicazione delle leggi di mercato sulla produzione e distribuzione di un bene così essenziale per la salute dell’intera popolazione mondiale.

Infatti, applicando le regole del libero mercato alla produzione e alla vendita dei vaccini, si sono venute a creare gravi iniquità tra i Paesi. Basti pensare che gli Stati più ricchi, i quali rappresentano appena il 14% della popolazione mondiale, si sono assicurati la maggior parte delle dosi vaccinali disponibili.

Inoltre, Oxfam ed Emergency hanno denunciato l’assurdo paradosso che vede i Paesi in via di sviluppo pagare tariffe più alte rispetto ai Paesi occidentali per l’acquisto delle dosi vaccinali.

Il problema che si pone non riguarda soltanto la giustizia sociale a livello globale, ma attiene all’efficacia della lotta contro la pandemia che verrebbe ad essere vanificata se la maggior parte della popolazione mondiale rimanesse priva di copertura vaccinale.

Per tali ragioni, ci si è domandati se una sospensione delle regole che tutelano la proprietà intellettuale sui brevetti dei vaccini potesse rappresentare la soluzione per aumentare la produzione vaccinale a livello globale, determinando, così, anche una riduzione dei prezzi delle dosi. 

Le ragioni del no.

L’argomentazione più utilizzata da coloro che si oppongono ad una qualsiasi deroga alla protezione dei diritti di proprietà intellettuale sui vaccini riguarda la necessità di tutelare l’incentivo delle imprese ad investire in Ricerca e Sviluppo (R&S).

Infatti, alla luce della teoria economica, questo tipo di investimenti rappresenta un importantissimo motore di crescita perché rende possibile la creazione e la diffusione di prodotti o metodi di produzione innovativi, con un vasto potenziale applicativo. In particolare, nel campo scientifico, la ricerca di base e la sperimentazione risultano particolarmente costose e, normalmente, solo dopo numerosi fallimenti si può arrivare alla scoperta brevettabile, esito che tuttavia non è mai assicurato.

Per queste ragioni, le significative spese, e le probabili perdite, che le aziende sopportano per investire nel settore R&S dovrebbero venire più che compensate dai profitti che è possibile ottenere attraverso la commercializzazione della propria scoperta. In questo senso, la protezione assicurata dal brevetto risulta essenziale per l’impresa che ha investito e rischiato i propri capitali.

Come affermato da Michelle McMurry-Heath, il Direttore Esecutivo della Biotechnology Innovation Organization: “Patent protections offered these companies the security that if (a big if) they finally figured out a way to make the technology work, they would have the rights to commercialise it for a limited period of time before it became part of the public domain for all to use. The critical investors wouldn’t have risked their capital otherwise”. Della stessa opinione è anche il grande filantropo Bill Gates, il quale ha di recente affermato che i brevetti non rappresentano un ostacolo alla produzione e distribuzione dei vaccini, e che, al contrario, rimuovere questo tipo di protezione genererebbe una brusca frenata negli investimenti sulla ricerca vaccinale. 

Inoltre, si sostiene che la liberalizzazione dei brevetti sui vaccini non sarebbe comunque sufficiente ad assicurare una produzione massiccia di dosi a livello mondiale, idonea a soddisfare la domanda dell’intera popolazione globale. Questo perché, anche condividendo il know-how, in molti Paesi a medio e basso reddito mancherebbero dei laboratori adeguatamente attrezzati nonché il personale specializzato in grado di seguire i complessi processi di laboratorio che sono dietro alla produzione dei vaccini. 

Le ragioni del si.

D’altro canto, molte voci si sono alzate in favore di una sospensione, anche solo temporanea, delle regole che tutelano la proprietà intellettuale sui brevetti dei vaccini. Già nell’ottobre 2020, Sud Africa e India hanno avanzato una proposta in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) riguardante un accordo sulla sospensione, della durata di un anno, di alcune disposizioni dell’accordo TRIPs (in particolare, le Sezioni 1, 4, 5 e 7 della Parte II dell’accordo), che regola appunto i diritti di proprietà intellettuale nell’ambito del commercio internazionale, da applicare su tutte le tecnologie, i farmaci e i vaccini contro il nuovo coronavirus. Inoltre, il movimento internazionale People’s Vaccine Alliance, sostenuto da numerosi Paesi in via di sviluppo e organizzazioni no profit in tutto il mondo, considera il vaccino anti-Covid un bene pubblico globale che, in quanto tale, non dovrebbe rappresentare una fonte di profitto per le grandi compagnie farmaceutiche. 

Secondo le economiste Mariana Mazzucato, Jayati Ghosh e Els Torreele, intervenute sull’Economist, una sospensione dei diritti di proprietà intellettuale si giustificherebbe, da un punto di vista economico, in quanto l’incentivo delle imprese farmaceutiche ad investire in R&S non proverrebbe tanto dalla protezione della scoperta tramite brevetto, quanto dai sussidi pubblici che rendono sostenibili i costi per la ricerca e la sperimentazione.

Quanto poi agli effetti di una liberalizzazione delle licenze, viene spesso richiamato l’esempio storico della scoperta della penicillina durante la Seconda guerra mondiale, il quale mostra chiaramente come l’assenza di brevetti e ostacoli alla condivisione del know-how consentì la produzione su larga scala e la massiccia distribuzione dell’antibiotico. 

Tuttavia, la vicenda della penicillina dimostra, anche, come grazie alla scoperta realizzata dall’Università di Oxford, che venne condivisa con i partner americani al fine di consentire una vasta produzione dell’antibiotico, si siano poste le basi per la nascita delle odierne “big pharma” americane. Infatti, superata la fase emergenziale legata alla Seconda guerra mondiale, le aziende statunitensi iniziarono a proteggere la produzione di penicillina con una serie di brevetti che permisero loro di arricchirsi enormemente.

Di conseguenza, la Prof.ssa Louise Richardson, vice cancelliera dell’Università di Oxford, ha recentemente affermato che l’Università non avrebbe ripetuto l’errore commesso negli anni ‘40 “when Oxford academics discovered penicillin but handed all rights off to American companies”.

Conclusioni.

Di recente, l’OMC ha promosso una discussione sull’argomento in esame coinvolgendo diversi stakeholder e altre organizzazioni internazionali, come l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Sono stati individuati tre importanti obiettivi: velocizzare le catene di valore rimuovendo gli ostacoli legati al commercio in vista dell’aumento di produzione e dell’equa distribuzione dei vaccini; coinvolgere soggetti disponibili a condividere il know-how e a finanziare capacità produttive aggiuntive; pensare a misure alternative come le deroghe alle regole TRIPs e gli incentivi per il settore Ricerca&Sviluppo.

Tuttavia, nessuna misura concreta sembra ancora essere stata intrapresa, e, a dire il vero, nemmeno decisa. Anche l’iniziativa promossa dall’OMS, riguardante l’istituzione della Covid-19 Technology Access Pool, volta a creare un hub per la condivisione trasparente di licenze volontarie e non esclusive, non ha riscosso alcun successo.

Solo il progetto COVAX, una piattaforma coordinata da GAVI (l’Alleanza Globale per i Vaccini), CEPI e OMS che sostiene lo sviluppo e la produzione dei vaccini a favore dei Paesi a basso reddito, sembra aver prodotto dei risultati apprezzabili, sebbene ancora inadeguati rispetto all’entità dell’emergenza. 

Purtroppo, alla luce delle esperienze passate e dei risultati ottenuti finora a livello internazionale, non sembra che la soluzione di sospendere i diritti di proprietà intellettuale sulle produzioni vaccinali rappresenti un’ipotesi realistica, sebbene condivisibile e apprezzabile.

Soprattutto per quanto riguarda i vaccini ottenuti attraverso l’utilizzo della tecnologia ad mRna, è difficile immaginare che le grandi aziende farmaceutiche siano propense a condividere le proprie conoscenze in materia, dal momento che tale tecnologia presenta delle potenzialità applicative per la cura di numerose malattie, come il cancro o la malaria. Inoltre, non bisogna sottovalutare il fatto che diffondere conoscenze così avanzate nel campo della biotecnologia potrebbe anche rappresentare un potenziale pericolo per la sicurezza internazionale dal momento che verrebbero forniti importanti strumenti per la fabbricazione di armi biologiche anche a Paesi che potrebbero farne un cattivo uso.

L’unica opzione percorribile sembrerebbe allora quella di incentivare il rilascio di licenze e la condivisione di know-how da parte delle aziende farmaceutiche attraverso dei meccanismi premiali, anche se la partecipazione rimarrebbe comunque solo su base volontaria. Parallelamente, gli aiuti allo sviluppo e gli investimenti internazionali potrebbero essere incrementati, indirizzandone i flussi al sostegno per lo sviluppo e la produzione di vaccini a livello locale nei Paesi a medio e basso reddito.    

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from LAW & RIGHTS