LIBIA: POLITICA E MIGRAZIONI

Nonostante il nuovo governo di transizione e le buone disposizioni internazionali sul corrente assetto politico in Libia, molti restano i punti interrogativi, in particolare sulla questione migratoria, tornata alla ribalta dopo il tragico naufragio di 130 migranti al largo di Tripoli.

Il naufragio e la morte di 130 persone migranti al largo di Tripoli hanno riportato alla ribalta dei riflettori internazionali, fino a questo momento oscurati dalla pandemia, la questione migratoria in Libia. 

Le partenze non si sono mai fermate, nemmeno in tempi complessi e difficili come quelli della pandemia. C’è chi sperava che, grazie al nuovo Governo libico targato Dbeibah e all’appoggio internazionale, si giungesse ad intese più dettagliate sulla questione delle migrazioni. La realtà è ben più complessa di semplici proclami politici. 

Dbeibah aveva già chiarito ai primi di marzo che le migrazioni non rientravano nelle priorità della sua agenda politica e che, molto chiaramente, la Libia non poteva – e concretamente non può – affrontare il problema da sola. A fargli eco è stato poi il Ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, che ha richiamato l’attenzione dell’Unione europea alla cooperazione sull’argomento. Richiamo molto debole. Volutamente debole

Perché le priorità politiche, in Libia, sono altre, in un territorio non ancora interamente rientrato sotto l’ombrello protettivo degli Alleati Nato, nonostante l’impegno attivo dell’Italia – e quello velato degli Stati Uniti.

La longa manus di Mosca è ancora ingombrante: a dimostrarlo sono i continui voli di mercenari dalla Siria, gli scontri fra le forze pro-Haftar in Bengazi e l’impedimento, da parte delle forze di Haftar, al viaggio a Bengazi del Governo. A dimostrazione del fatto che la riunificazione – e la stabilità – della Libia è ancora lontana, fin tanto che Haftar avrà controllo e supporto militare da parte delle ingerenze esterne, fra cui Mosca

Nel frattempo, l’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR) ha reso noto, il 27 aprile, che sono ancora 912 mila le persone in stato di necessità in Libia, fra le quali rientrano sfollatirifugiati e migranti. Già venerdì 23 aprile, la stessa Agenzia ONU e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, in un messaggio congiunto, avevano sollecitato una “azione urgente” da parte di tutte le forze politiche mediterranee. 

Resta il nodo di una questione che, seppur sia un’emergenza, bisogna venga osservata e giudicatanella sua globalità perché l’azione sia efficace. Infatti, se la questione migratoria, per tutti gli interessi economici e politici, prima ancora che sociali, verrà vista sempre – soprattutto in Europa – nella sua dimensione emergenziale, ovvero nelle sue forme manifeste (ex-mergere=venire alla superficie), nessun giudizio – né proclamo politico – sarà mai reale, né tanto meno tenderà ad un’azione effettiva ed efficace

Ciò significa che bisogna arrivare al cuore di ciò che è emergente (di ciò che, cioè, è in superficieed affrontare le problematiche strutturali – e scottanti, per alcuni Paesi europei – che legano l’Europa e i Paesi del Sahel (pensiamo all’ultima questione del Chad). 

Ma ancor di più, ciò intima un cambiamento di prospettiva antropologicanon è retorica politicané deve spaventare chi si occupa concretamente di geopolitica – fin troppo occupata a tecnicizzare anche l’umano – e di diritto internazionale. Perché se è vero che esiste un diritto alla migrazione, è altrettanto vero che esiste un diritto alla vita e alla sicurezza e che ciò implica un diritto alla non emigrazione.

È illuminante, a tal proposito, l’intera ultima enciclica papale di Papa Francesco. In un punto in particolare il Papa cita se stesso (Christus Vivit, 2019) e Papa Benedetto XVI, asserendo: “Coloro che emigrano «sperimentano la separazione dal proprio contesto di origine e spesso anche uno sradicamento culturale e religioso.

La frattura riguarda anche le comunità di origine, che perdono gli elementi più vigorosi e intraprendenti, e le famiglie, in particolare quando migra uno o entrambi i genitori, lasciando i figli nel Paese di origine». Di conseguenza, «va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra».” (Fratelli tutti, 2020)

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.

Ho incontrato lo IARI per caso, alla ricerca di analisi web su determinate tematiche geopolitiche ed ho deciso di mettermi in gioco come analista. Scrivere è sempre stata una mia grande passione, congiuntamente al grande interesse per la politica e lo studio. Lo IARI mi ha dato la grande opportunità di crescere nella professionalità e nell’accuratezza stilistica e di osservazione, grazie alla profonda fiducia infusaci. Da dicembre 2019 faccio parte della Redazione. È un progetto nuovo, fresco, motivante: giovani laureati, pronti a dare il proprio contributo al mondo!

La macro-area di cui mi occupo all’interno dello IARI è la regione Euro-Mediterranea. Sono rimasta affasciata dalla Storia delle Relazioni Euro-Mediterranee, affrontate durante il percorso di studi. Per questa grande passione sto svolgendo un tirocinio di lavoro presso l’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo. Questa nuova esperienza mi ha aperto un modo di possibilità, prospettive e riflessioni. Il Mediterraneo, oggi e da sempre, è teatro culturale fondamentale nello scenario internazionale: è qui che si gioca la battaglia culturale!

Essere analista per me significa poter dare un contributo intellettuale importante al mondo e alla nostra società particolare. Ed è un impegno che parte dallo studio approfondito degli eventi passati e presenti. Lo IARI in questo dà molto supporto!

Ho una passione innata per la storia, la filosofia, la letteratura e la teologia. Tra i miei autori preferiti (tra romanzi e saggi) rientrano Joseph E. Stiglitz, Jacques Le Goff, Fëdor Dostoevskij, Charles Dickens e Gilbert K. Chesterton. Un altro hobby è la musica: strimpello sia chitarra che pianoforte e nutro un grande amore per il jazz e tutte le sue forme.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from AFRICA