RICONOSCERE IL GENOCIDIO – UNA QUESTIONE DI DIRITTO?

epa09157416 A demonstrator holds a poster reading 'The Truth Set You Free Thank You President Biden' as people take part in a demonstration to commemorate the 1.5 million Armenians killed in the Ottoman-era slaughter, near the Turkish consulate in Los Angeles, California, USA, 24 April 2021. Armenia marks the 106th anniversary of the Armenian Genocide. US President Joe Biden officially recognized the Armenian genocide on 24 April. EPA/ETIENNE LAURENT

Ogni anno, il 24 aprile viene commemorato il massacro di più di un milione e mezzo di armeni da parte dell’Impero Ottomano, che ha avuto inizio nel 1915 durante la Prima Guerra Mondiale. 

La popolazione armena si riferisce a questo evento con il termine “genocidio”, definizione totalmente rinnegata da Ankara e il cui utilizzo è stato a lungo motivo di dibattito per la comunità internazionale; infatti, nonostante l’evidente gravità dell’atto avvenuto agli inizi del secolo scorso, la questione non riguarda solo una mera scelta linguistica, ma si inserisce in un più ampio scenario di relazioni internazionali e politiche particolarmente delicato. 

Proprio per questo motivo, ha destato un certo scalpore la decisione presa dal presidente degli Stati Uniti d’America Biden di riconoscere ufficialmente il genocidio del popolo armeno lo scorso sabato, durante il centoseiesimo anniversario dell’avvenimento.

Un breve accenno storico

Già alla fine dell’Ottocento, la situazione politica ed etnica nella regione dell’Anatolia Orientale era piuttosto movimentata. Lo zar-rivoluzionario Alessandro II Romanov, poco prima di essere assassinato, si era dedicato alla protezione della “cristianità”, includendo così anche armeni e georgiani tra i popoli religiosamente vicini alla Russia e quindi assoggettati alla conquista russa in chiave messianica, finalizzata alla liberazione dalle popolazioni ottomane. 

Proprio verso la fine degli anni Ottanta del 1800, si attestano i primi massacri da parte degli ottomani nei confronti di alcuni popoli armeni stanziati al confine con la Turchia, i quali erano considerati come possibili rivoltosi e quindi eventuali fattori di rischio per la stabilità della regione. 

Dopo l’assassinio di Alessandro II nel 1881, il governo dell’Impero Russo subì una decisa svolta verso un atteggiamento più nazionalista, che ebbe un impatto anche sul popolo armeno. Infatti, nell’ottica della cosiddetta “russificazione” delle aree periferiche dell’impero, anche gli armeni subirono alcune restrizioni imposte dal governo – più lievi per quanto riguarda gli armeni russi, decisamente più marcate invece per gli abitanti dell’Anatolia Orientale. Inoltre, anche la chiesa armena dovette iniziare a versare una cospicua tassa all’impero. È importante sottolineare il ruolo della religione per la popolazione armena, in quanto elemento fondante della loro identità, a livello di cultura, istruzione, famiglia e anche politica. 

Il 1905, anno della prima Rivoluzione Russa, coincise anche con l’inizio dei primi scontri di carattere etnico – mentre precedentemente i conflitti erano più legati a fattori economici (come, ad esempio, per la gestione del petrolio a Baku) e sociali: gli armeni, infatti, si distinguevano dalle popolazioni vicine per la loro condizione nobiliare, il maggiore livello di istruzione e la cultura più sedentaria e legata al culto. L’evento di maggiore portata a carattere etnico fu la cosiddetta Prima guerra armeno-tatara; la popolazione tatara può essere identificata come gli attuali azeri. Il conflitto si placò l’anno successivo, nel 1906, ma l’attritò tra le due popolazioni rimase latente. 

Infatti, una decina di anni dopo le tensioni si riaccesero e culminarono nel 1915 nel grande massacro della popolazione armena da parte dell’Impero Ottomano, sotto la spinta del Partito dei Giovani Turchi. Tale evento andò a scolpire in modo indelebile l’identità armena dei sopravvissuti allo sterminio e dei loro eredi, così come il fatto che il Sacro Monte Ararat sia ora collocato all’interno dei confini turchi. 

Cosa dice il diritto internazionale

Il divieto di genocidio, ossia la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio venne adottata dalle Nazioni Unite nel 1948 in seguito all’Olocausto. Si tratta di una norma di jus cogens, e in quanto tale non può essere in alcun modo derogata dagli stati membri. 

A differenza dei crimini contro l’umanità, questa norma si distingue per via di un elemento soggettivo, ossia l’intento. Infatti,

viene qualificato genocidio uno qualsiasi degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale:

  • uccisione di membri fisici del gruppo;
  • attentato all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
  • assoggettamento intenzionale del gruppo a condizioni di esistenza dirette a provocare la sua distruzione fisica totale o parziale;
  • provvedimenti miranti a impedire le nascite nell’ambito del gruppo, quali sterilizzazione, aborto, impedimenti al matrimonio;
  • trasferimento forzato di bambini di un gruppo in un altro gruppo”

Tuttavia, emerge un problema a livello giuridico, che riguarda la possibilità di applicare retroattivamente la convenzione del ’48. Infatti, tecnicamente non potrebbe essere applicata la norma in quanto, quando sono accaduti, non era ancora in atto la Convenzione contro il reato di genocidio. 

Inoltre, la questione riguarda anche il problema dell’eventuale punizione dei fautori del crimine; infatti, chi l’ha commesso non è individualmente identificabile, e i gruppi indicati come colpevoli si sono poi dispersi in altri paesi, dove non erano cittadini e non erano presenti le vittime dell’atto. 

Il riconoscimento: uno strumento politico? 

Considerata la situazione piuttosto incerta a livello normativo, con quale ratio soggetti quali gli Stati e i presidenti – come, ad esempio, è successo con Biden pochi giorni fa – prendono posizione nell’utilizzo del termine genocidio?

Chiaramente, la strumentalità politica è evidente. In questo senso, ad esempio, l’amministrazione Trump aveva fatto apertamente uso di questo mezzo per ricattare la Turchia rispetto ad una possibile invasione nel Nord della Siria, dal momento che Erdogan e il suo governo sono apertamente negazionisti in merito alla questione del genocidio armeno. 

Infatti, anche se fece meno scalpore dell’affermazione del nuovo presidente della Casabianca, già nel 2019 il Congresso americano aveva indetto una votazione per l’utilizzo della definizione di “genocidio” per riferirsi ai massacri del 1915, che si è conclusa con praticamente tutti i voti favorevoli, tranne una scarsa decina di contrari.

A questo riguardo, “Samantha Powell, diplomatica che ha servito nella seconda amministrazione Obama e membro del Partito Democratico, celebra il riconoscimento come un atto dovuto e la fine del ricatto della Turchia, la cui “pressione autocratica” aveva spinto gli USA al silenzio “per troppo tempo”. 

A queste affermazioni, bisogna anche aggiungere il fatto che, a seguito della diaspora armena del secolo scorso, proprio negli Stati Uniti – ed in particolare in California, si sia costituita una comunità armena estremamente compatta e particolarmente influente in ambito politico. 

Inoltre, così come gli Stati Uniti, anche circa trenta altri paesi quali l’Italia, la Francia, il Canada e la Russia già da alcuni anni avevano proceduto con il riconoscimento. Il primo in assoluto fu l’Uruguay, nel 1965. 

Il presidente americano Joe Biden, con la sua ufficiale dichiarazione di riconoscimento del genocidio armeno, ha sicuramente voluto mandare un messaggio potente non solo ad Ankara, ma al mondo. Egli, infatti, ha sottolineato come questa azione non fosse un’accusa alla Turchia, ma bensì un modo per “confermare la storia”. Questo atto ha scatenato una dura risposta della controparte turca, il cui ministro degli Esteri ha duramente replicato di non aver bisogno di alcuna lezione rispetto alla propria storia. 

Questa mossa da parte degli Stati Uniti si inserisce in un clima ben poco armonioso per le relazioni turche con la comunità internazionale: dopo aver preso le parti dell’Azerbaijan nel conflitto del Karabakh, infatti, le alleanze geopolitiche si sono delineate in modo estremamente marcato.

Lo stesso Pashinyan, primo ministro armeno, ha sottolineato come quello di Biden sia stato un chiaro passo di avvicinamento verso la loro parte e di allontanamento dalla Turchia. Sicuramente il nuovo presidente statunitense sta iniziando a delineare in modo esplicito le proprie alleanze nel panorama politico internazionale. 

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