LA DISOCCUPAZIONE DA COVID-19 IN ASIA

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La diffusione dell’ormai tristemente noto coronavirus ha comportato, in quest’anno pandemico, tutta una serie di risvolti che esulano dal mero contesto sanitario. Da più di un anno ormai, l’intero globo si sta interfacciando con tutta una serie di problematiche che hanno creato un certo impatto sull’economia mondiale. Provoca un certo effetto leggere infatti statistiche che sottolineano un certo arresto nel cuore produttivo asiatico. 

La pandemia accresce la disoccupazione

Un primo preoccupante dato: la regione dell’Asia-Pacifico registra un rischio di disoccupazione in grado di affliggere all’incirca 663milioni di giovani in età da lavoro, tali dati sfortunati vengono confermati da ulteriori studi condotti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (International Labour Organization, ILO) e dalla Banca Asiatica per lo Sviluppo.

Questo grave livello di incertezza non riguarda solo chi deve ancora entrare nel mondo del lavoro, ma anche chi ne fa già parte, infatti si stima che siano circa 15 milioni i posti di lavoro in bilico. Gli studi hanno avuto un focus particolare sulla Cina, in cui il tasso di disoccupazione nel 2020 oltrepassa il 10,1% e secondo l’ufficio cinese di statistica, questi tassi non possono che aumentare.

A tal punto potrebbe sorgere spontanea la domanda sull’andamento delle altre economie asiatiche: da un lato abbiamo Indonesia, Malaysia, Australia, Vietnam e Giappone con tassi di crescita della disoccupazione dallo 0,3% fin quasi l’1%; dall’altro troviamo la Corea del Sud che invece registra un calo della disoccupazione pari allo 0,3%, mentre la Nuova Zelanda pari allo 0,1%. 

I giovani come principali vittime della disoccupazione da Covid-19

Consultando le varie statistiche e tutti gli studi promossi dai vari centri di ricerca, il dato più allarmante riguarda la compagine giovane della forza lavoro, che risulta essere più a rischio rispetto agli adulti. Tale elemento di svantaggio è relativo al fatto che circa 110milioni dei giovani lavoratori sono impiegati nei settori che più stanno soffrendo la crisi pandemica: alberghi, ristorazione, commercio all’ingrosso e vendita al dettaglio, a questi settori va aggiunta l’arresto del mondo della formazione e delle attività educative. Il bisogno che ne deriva riguarda un’accelerazione sulle politiche giovanili, così da arginare il rischio dell’aggravamento della disoccupazione giovanile e riduzione del salario, promuovendo soluzioni di impiego. 

Le radici della disoccupazione giovanile

In tempi antecedenti allo scoppio della pandemia, si era già osservato il fenomeno della disoccupazione giovanile e si era cercato di spiegare il perché fosse più facile impiegare un lavoratore “più maturo”, rispetto ad un lavoratore o lavoratrice agli inizi della sua carriera. Secondo un rapporto dell’ILO, i giovani e in misura maggiore le giovani donne, appartengono a quella fetta di popolazione che non studia e non segue corsi di formazione.

Nel ventennio che intercorre tra il 1999 e il 2019, si è assistito ad un aumento della popolazione mondiale e una diminuzione della forza lavoro giovanile. A partire da questa diminuzione, è più facile osservare che: se è vero che la porzione di giovani lavoratori con attestati e qualifiche tende a crescere, è anche vero che aumentano in modo considerevole il numero di giovani che non solo decide di non specializzarsi, ma che viene anche escluso dal mondo del lavoro.

A livello mondiale i giovani non qualificati si offrono per lavori non retribuiti e di conseguenza non viene sfruttato il loro pieno potenziale, questo è particolarmente vero per le giovani donne, che soffrono ulteriormente di difficoltà nel momento in cui cercano di approcciarsi a nuovi corsi formazione e qualifiche. 

Ad aggravare la questione (dis)occupazione, vi è la pandemia che ostacola l’applicazione delle convenzioni dell’ILO. Lo scorso Dicembre 2020, durante l’incontro richiesto dalla commissione di esperti sull’applicazione delle convenzioni e raccomandazioni dell’Organizzazione, è stata richiamata l’attenzione degli Stati membri dell’Organizzazione su quelli che sono gli impegni in precedenza presi, sottolineando che l’impegno nel tutelare la dignità dei lavoratori rimane sempre valido e incentivando le società a costruire delle basi per la ripresa ancora più solide. 

Le realtà dell’Asia 

Quando si parla di disoccupazione in Asia, purtroppo si parla di stime piuttosto che di dati reali e questo perché, specialmente per quanto concerne la Cina, si escludono dal calcolo i lavoratori migranti, che si trasferiscono dalle campagne alle città senza poter spostare la residenza ufficiale. Tra quelli che invece possono essere definiti “fortunati” perché riusciti a tornare al proprio lavoro, in molti hanno ottenuto una posizione precaria, con una forte perdita del valore di acquisto del loro salario. 

In Giappone, invece, la situazione pandemica ha comportato la perdita del posto di lavoro per circa mezzo milione di lavoratori, in molti sono entrati nel vortice dell’economia sommersa, ma purtroppo molti altri hanno visto come unica scelta praticabile il suicidio. Tokyo registra un notevole aumento di lavoratori che hanno perso la propria casa e che necessitano di varie forme di assistenza, che non si limita solo alla garanzia di cibo e vestiti.

Seppur il Giappone non sia tra i Paesi maggiormente colpiti dal Covid-19, sono tanti i cittadini che si vedono costretti a dormire nelle stazioni dei treni o in strada, perché perdendo il lavoro hanno perso tutto. La mancanza del lavoro in Giappone, deve essere letta in relazione all’alto costo della vita nel Paese. 

Anche il Bangladesh non sembra essere immune alla disoccupazione da coronavirus, nonostante i numerosi incentivi statali emessi a favore del settore tessile, punto di riferimento per l’industria dell’abbigliamento a livello mondiale. Nonostante le promesse fatte, anche il Bangladesh ha registrato innumerevoli casi di persone che hanno perso il lavoro causa coronavirus. 

Ciò che preoccupa maggiormente è che la disoccupazione colpisce tutte le categorie di lavoratori, giovani e meno giovani, lavoratori migranti e lavoratori “urbani”, qualificati e non. Le statistiche appaiono turbate soprattutto da quest’ultimo dato, poiché i neolaureati, così come i lavoratori migranti, sono quelli maggiormente sottoposti all’incertezza del momento.

Questo è particolarmente vero se si considera che il numero dei laureati in Cina sia cresciuto in misura maggiore rispetto alla capacità di produrre nuovi posti di lavoro per loro.  La mancanza di un lavoro, insieme al rischio di standard di vita che attualmente non possono rispecchiare le proprie aspettative, producono una minaccia per il singolo individuo, nonché per la stabilità sociale. 

Come si è più volte avuto modo di dire, i giovani sono i soggetti maggiormente colpiti dalla disoccupazione da covid-19, come se quest’ultima fosse una nuova forma virale che si espande velocemente, senza conoscere alcun tipo di confine nazionale.

Secondo una ricerca portata avanti dall’università Renmin e basata sui dati dell’agenzia online di reclutamento Zhaopin, si rileva che le offerte di lavoro per i giovani laureati siano calate del 5% rispetto al periodo luglio-settembre del 2019, mentre il numero dei neolaureati in cerca di lavoro è aumentato del 20%. 

Soprattutto la Cina, a partire dai primi mesi del 2021 ha pubblicizzato importanti livelli di ripresa, ma analisti indipendenti spesso esprimono dubbi sulla veridicità delle cifre fornite da Pechino. Come alcuni di loro hanno sottolineato, dati crescenti sul PIL, facilmente entrano in contrasto con i tassi crescenti di disoccupazione, senza tralasciare il fatto che dalle statistiche vengono esclusi i lavoratori migranti che provengono dalle aree rurali. 

Così come per l’infezione da coronavirus, nel caso della disoccupazione da Covid-19, l’unico vaccino realmente efficace potrebbe essere una serie massiva ed effettiva di aiuti statali che incentivino le assunzioni a lungo termine. Tale soluzione porterebbe una nuova iniezione di fiducia nelle istituzioni, nei confronti delle quali aleggia da più parti il malcontento e quella sensazione di abbandono. 

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