GLI STATI UNITI IN AFGHANISTAN: PASSATO E FUTURI TIMORI

L’annuncio del ritiro delle truppe

Tre presidenti si sono susseguiti all’interno della Casa Bianca dal 1999 ad oggi e ci sono voluti ben cinque mandati totali per giungere infine a quello di Biden, il quale avrebbe segnato la ritirata delle truppe statunitensi dal territorio afghano.

Mercoledì 14 aprile, l’attuale presidente in carica Joe Biden ha infatti annunciato il ritiro delle sue truppe dall’Afghanistan a partire proprio dall’1 maggio. Nessun presidente ha optato per questa difficile scelta prima di lui, anche se questa potrebbe essere stata la scelta migliore in un momento di svolta degli equilibri geopolitici mondiali.

Molti hanno parlato di una perdita di potere degli Stati Uniti all’interno del panorama internazionale, ciononostante il ritiro dei soldati statunitensi dal territorio afghano potrebbe costituire la scelta più saggia al momento: i costi umani ed economici della presenza statunitense in Afghanistan sono diventati sempre più ingenti con il susseguirsi degli anni e dei presidenti in carica, mentre gli scopi della guerra sono diminuiti in maniera inversamente proporzionale ai dollari e alle vite investite in essa. 

Talebani e al-Qaeda 

I primi anni dei conflitti in Afghanistan sono il risultato del vuoto creato dalla fine dell’occupazione sovietica che rappresentò l’ultimo slancio verso una debole riconquista di potere da parte della Russia di Breznev. L’uscita di scena delle truppe e del potere sovietico segnarono, di lì a poco, la crescita dell’influenza dei gruppi Talebani e di quelli legati ad al-Qaeda.

I noti fondamentalisti islamici presenti nell’area afghana e pakistana approfittarono del vuoto di potere per prendere sempre più piede all’interno del paese. A questo aumento dell’ingerenza dei terroristi in Afghanistan corrispose la Risoluzione 1267 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la quale prevedeva la messa al bando dei due gruppi terroristici imponendo delle dure sanzioni sui loro finanziamenti, sui viaggi dei membri ad essi appartenenti e sui possibili rifornimenti di armi.

Ciononostante l’influenza dei gruppi sopra citati non subì una battuta d’arresto, anzi, la sua influenza crebbe esponenzialmente. Gli esperti legano la crescita di potere all’omicidio di Ahmad Shah Massoud, leader del gruppo contrapposto a quello dei talebani e di al-Qaeda e ultimo bastione a cadere prima che l’Afghanistan fosse sotto il totale giogo talebano. 

L’11 settembre 2001

Il coinvolgimento statunitense si può invece ricollegare agli attentati dell’11 settembre 2001. Molti ricollegano la morte di Ahmad Shah Massoud alla completa libertà conquistata dai gruppi terroristici che nei primi anni del 2000 si spingono fino agli Stati Uniti tramite la presa di potere da parte di al-Qaeda di alcune compagnie aeree transnazionali.

Quando si parla dell’11 settembre 2001 spesso si ricollega la data solo al terribile crollo delle Torri Gemelle e alle ingenti perdite umane a cui la città di New York andò incontro in quella terribile mattinata. Tuttavia si tende spesso a dimenticare come quello stesso giorno non furono solo due gli aerei a generare questi momenti di terrore in territorio statunitense.

Difatti un altro aereo si scagliò verso il Pentagono a Washington DC e un altro ancora si diresse verso la Pennsylvania e si scagliò al suolo a Shanksville. Come riportato con cura dagli analisti del Council of Foreign Relations, sebbene gli attentatori facessero tutti capo al gruppo di al-Qaeda, nessuno di loro era di nazionalità afgana. Ciononostante è in questo momento che l’allora presidente George W. Bush dichiara aperta la guerra al terrorismo con ogni mezzo a sua disposizione.

La dottrina Bush 

Il 18 settembre 2001 segna l’effettivo inizio dell’intervento statunitense in territorio afgano per quello che la legge siglata in quel giorno definisce come un mezzo per autorizzare gli Stati Uniti all’utilizzo delle forze armate contro i responsabili degli attacchi contro gli Stati Uniti stessi.

In realtà si tratta proprio dei primi passi che la cosiddetta Dottrina Bush compiva e che da lì a un anno avrebbe permesso agli Stati Uniti di coniare la forma di difesa denominata da quel momento in poi come “legittima difesa preventiva”.

Gli interventi che questa tecnica comporterà prenderanno forma inizialmente solo tramite bombardamenti aerei avvenuti grazie all’aiuto delle forze aeronautiche britanniche e successivamente la guerra prenderà piede anche via terra. Verso la fine del 2001, lentamente le forze talebane crollarono e vista la loro perdita di controllo sul paese, le Nazioni Unite fecero in modo di approvare una risoluzione che permettesse ad esse stesse di intervenire nella gestione del paese fintanto che questo non si fosse ristabilizzato tramite i noti metodi di peacekeeping.

 Prospettive future

Negli anni molte cose sono andate ad influenzare le scelte dei vari presidenti seguiti a Bush. Ad accomunarli c’è sempre stata la scelta di prolungare la presenza delle forze armate statunitensi in Afghanistan, senza che vi fosse un vero e proprio scopo a giustificarla.

Alcuni di loro hanno auspicato un ritiro, ma senza mai veramente procedere a metterlo in atto, ponendo delle condizioni e clausole ad esso che non sarebbe mai stato possibile realizzare. Oggi, dopo la scelta di Joe Biden, la più grande preoccupazione resta l’equilibrio del paese e se questa uscita di scena statunitense possa agire di nuovo come la ritirata sovietica, portando così i maggiori gruppi radicalizzati a far fronte all’horror vacui riprendendo il controllo dell’Afghanistan.

Quanto ci possano impiegare i talebani a riprendere potere e ancora in discussione e che si tratti di mesi o di anni il peggiore risvolto lo si riscontrerebbe nelle vite dei civili e soprattutto delle donne afgane. Bisognerà certamente comprendere come agire per placare le pretese talebane senza la necessaria presenza di truppe straniere sul territorio, e la chiave di volta potrebbe essere il supporto verso l’attuale governo in carica, grazie al sostegno che le forze straniere potrebbero dimostrare aiutandolo nel contrasto alle forze terroristiche presenti. 

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