LA CRESCENTE PREOCCUPAZIONE DEL DEBITO

Credits: https://www.ancorafischiailvento.org/2021/03/06/la-cina-punta-ad-una-crescita-del-6-nel-2021/

L’ultimo Congresso nazionale del Partito Comunista Cinese ha sbalordito gli osservatori internazionali presentando un obbiettivo di crescita molto al di sotto delle capacità del Dragone. Appare così l’allarmante ombra del debito, con potenziali ripercussioni a livello globale.

Il cinque marzo 2021 ha segnato l’inizio dei lavori annuali del Congresso del popolo, il più importante organo legislativo della Repubblica Popolare Cinese (RPC) che raccoglie tutti i membri del Partito Comunista formalizzandone le linee di condotta. I lavori in merito sono iniziati tramite relazione esposta dal primo ministro Li Keqiang (secondo nella linea di comando dopo il Segretario Generale di Partito, Xi Jinping) il quale ha messo a punto gli obbiettivi da raggiungere nel prossimo periodo, con un singolare accento sulle direttive da adottare nell’era post-covid. 

Il premier ha espresso la volontà del governo di creare più posti di lavoro specialmente nelle aree urbane, auspicando la realizzazione di 11 milioni di nuovi impieghi proprio nelle città più popolose dell’enorme stato asiatico, in cui recentemente si è registrato un tasso di disoccupazione intorno al 5,5%. 

Tuttavia, ciò che ha colpito maggiormente gli osservatori internazionali, è stato l’esplicito desiderio del primo ministro di raggiungere una crescita del PIL nazionale del “solo” 6% entro l’anno 2021. Benché una crescita del PIL di tale portata potrebbe essere considerata enorme nel resto del mondo, in Cina rappresenterebbe più un’ammissione di sconfitta che motivo di celebrazione.

In particolare, gli economisti di tutto il mondo si sono dimostrati estremamente stupefatti rispetto alla cifra in questione, poiché è in realtà possibile aspettarsi dall’imponente economia del Dragone (l’unica tra le grandi potenze a ottenere una crescita positiva anche nell’anno appena trascorso) una crescita dal PIL che si aggiri intorno all’8 o al 10 per cento. Ci si domanda quindi cosa abbia portato la leadership cinese a fissare un obiettivo così al di sotto delle proprie capacità. La risposta è parsa semplice a molti esperti: la crescita del debito sia sovrano sia privato.

Lo stato cinese ha iniziato a mostrare le sue debolezze in merito alla questione del debito già a seguito della crisi finanziaria globale degli anni 2008-2009, che avevano portato il governo di Pechino ha incrementare la costruzione di infrastrutture tramite le sue numerose compagnie di stato e i governi locali.

Ciò portò nel 2015 il presidente Xi a tentare di intraprendere una politica di deleveraging (la riduzione dell’indebitamento degli istituti finanziari locali): le nuove direttive mostrarono al tempo discreti risultati ma i livelli relativi al debito iniziarono a risalire in maniera quasi inarrestabile nel corso del 2019 per poi esplodere in concomitanza con la diffusione del virus covid-19. 

Non è un caso che “due spie”, o segnali di allarme, si siano accesi proprio nei giorni di poco antecedenti all’apertura dei lavori del Congresso. Il primo riguarda l’insolvenza di un bond, o in italiano un’obbligazione, pari a 530 milioni di dollari da parte di una delle compagnie immobiliari più importanti della Cina, la “China Fortune Land Development”, creando grossi problemi ai danni di numerosi investitori già sotto pressione a causa dei risvolti economici generati dalla pandemia.

L’altro segnale di allarme è strettamente legato al primo, in quanto tra gli azionisti principali della sopracitata compagnia immobiliare si trova anche il gruppo assicurativo “PingAn”: se la “China Fortune Land Development” dovesse fallire, non potendo pertanto risarcire i propri azionisti, si potrebbe creare una pericolosa reazione a catena che travolgerebbe i principali settori dell’economia cinese.

Il problema principale relativo alla questione riguarda il cosiddetto debito “corporate” interno: in altre parole, il problema risiederebbe nell’incapacità di numerose aziende nazionali (con casi significativi anche in relazione alle aziende cinesi off-shore) di ripagare i crediti offerti dalle istituzioni bancarie della RPC.

A dimostrazione di quanto questi crediti inesigibili stiano mettendo sotto pressione le istituzioni governative, basti pensare che l’intero mercato azionario cinese (secondo al mondo dopo gli Stati Uniti d’America) equivalga a circa 15.000 miliardi di dollari, mentre la parte relativa al debito corporate non finanziario abbia ormai raggiunto una quota pari a 3.700 miliardi di dollari.

Tale aumento delle insolvenze del debito da parte delle imprese è stato in parte sicuramente esacerbato da un’inversione della politica statale incentrata sul consumo interno che ha portato specialmente le aziende di piccole e medie dimensioni che si reggevano sull’export a basso costo a ritrovarsi sull’orlo del fallimento.

Per tale ragioni le banche si mostrano oggi riluttanti a investire sulle piccole-medio imprese di natura privata, preferendo le grandi compagnie gestite dallo stato, nonostante la stessa leadership di Pechino abbia iniziato fin dall’anno scorso a incoraggiare proprio lo sviluppo, tramite prestiti bancari, delle prime, in grado di creare più posti di lavoro e favorire quindi il riorentamento dell’economia sul sopracitato consumo interno.

In aggiunta, la finanziarizzazione del settore immobiliare si è dimostrata negli ultimi anni pesantemente in crescita, con un sempre maggior numero di persone che non acquistano abitazioni con l’intenzione di abitarci ma a fini di investimento o speculazione.

Una bolla finanziaria che potrebbe quindi esplodere da un momento all’altro coinvolgendo pesantemente le banche e gli istituti di credito con tremende ripercussioni sull’economia non solo nazionale ma anche globale, esattamente come accadde negli Stati Uniti nel 2008.

Un altro grosso problema cui si trova oggi a far fronte il governo della RPC è la questione del debito nascosto. Il debito nascosto è rappresentato sostanzialmente da fondi che il governo centrale eroga alle amministrazioni locali per la costruzione di infrastrutture e progetti di natura pubblica, i quali dovrebbero essere implicitamente ripagati.

Da diversi anni, tuttavia, tali bond sono stati emessi tramite una formula denominata Local government financing vehicles” (LGFV), a seguito della decisone governativa di porre una restrizione all’ammontare di denaro che le amministrazioni locali possono richiedere tramite l’emissione di bond “classici”.

Gli LGFV hanno così consentito alle province di aggirare suddetta norma e richiedere maggiori investimenti per la realizzazione dei propri progetti. Il problema di questo sistema risiede nel fatto che le autorità centrali non possiedono un conto ufficiale del debito nascosto nelle mani delle autorità locali, poiché tecnicamente illegale e gestito in buona parte anche da entità private, quali broker, banche e fondi.

È così possibile solo effettuare delle stime sulla base di diversi fattori. Tale insieme di fattori è stato denominato dalla rivista “Economist” il Li Keqiang Index. Il primo ministro della Repubblica Popolare, infatti, si è mostrato particolarmente preoccupato dalla questione fin da quando era Segretario di Partito nel Liaoning (2004-2007) e ha elaborato una strategia che si basa su indicatori facilmente rilevabili, anche se “indiretti”, quali ad esempio il consumo elettrico, l’ammontare dei trasposti ferroviari e dei prestiti bancari.

Nel corso di un Think-Tank, tenutosi prima dell’inizio dei lavori del Congresso del popolo, il premier si è mostrato estremamente deciso nel condannare tali pratiche chiedendo esplicitamente alle amministrazioni locali di dire la verità sull’economia del paese.

Secondo alcuni dati ufficiali, solo il debito locale ammonterebbe oggi a una cifra di 3.298 miliardi di euro (cifra di poco inferiore all’intero PIL della Germania); in relazione al debito nascosto altre stime, in particolare quelle elaborate dalla banca giapponese Nomura, prospettano che suddetto debito arriverà a toccare l’enorme cifra di 1.483 miliardi di euro entro la fine del 2021.

Tale cifra è stata ipotizzata anche in ragione del fatto che l’utilizzo degli LGFV potrebbe mostrarsi in aumento proprio a causa della nuova politicale statale indirizzata sull’investimento e il consumo interno. Un’insolvenza di tali prestiti potrebbe quindi portare a conseguenze disastrose per il sistema finanziario nazionale, il quale, in quanto la Cina si è ormai consolidata quale seconda potenza egemone globale, potrebbe trascinare nella sua caduta gli istituti finanziari delle principali potenze economiche oggi in gioco.

La riduzione del debito e la relativa riduzione dell’esposizione agli investitori ha portato la leadershippechinese a prendere una decisione che si può in una qualche maniera definire drastica, ovvero la riduzione dell’erogazione di titoli pubblici emessi per la creazione di infrastrutture e di progetti atti a debellare o quantomeno contenere la pandemia da Covid-19; l’ammontare degli investimenti volti al contrasto della pandemia potrebbero passare da 3,75 trilioni di yuan emessi nel corso del 2020 a “soli” 3,5 trilioni di yuan, le cui conseguenze sono oggi difficili da ipotizzare.

La situazione appare quindi estremamente instabile e preoccupante. La pressione degli effetti della pandemia sulle piccole-medio imprese situate specialmente nel nord est del paese, lo smantellamento di numerose opere legate alla “Nuova via della seta”, la necessità di maggiori investimenti per lo sviluppo delle energie rinnovabili nel contesto della “Cina Verde” non faranno che aumentare la pressione sul debito dell’RPC.

Se, ad esempio, la sopracitata bolla speculativa legata al settore immobiliare dovesse esplodere o i sopracitati LGFV dovessero andare in default, ci sarà probabilmente da aspettarsi una nuova crisi finanziaria globale, probabilmente peggiore di quella del 2008-2009. Il gigante cinese è pertanto da tenere d’occhio molto da vicino. 

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