AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI INDIGENI: L’INSCINDIBILE LEGAME TRA TERRA ANCESTRALE E DIRITTO ALLA VITA

Bambino del popolo Paiter Surui del Brasile Credits: (kind-baum-kennedy-paiter-surui.jpg)

Le associazioni dei popoli indigeni brasiliani lanciano l’allarme: le comunità autoctone sono destinate a scomparire se si dà seguito ad una politica che non garantisce il diritto alla proprietà delle terre ancestrali.

Il governo di Jair Bolsonaro avrebbe adottato una vera e propria “politica di sterminio” a danno dei popoli indigeni brasiliani. Questa l’accusa mossa dall’Articolazione dei popoli indigeni del Brasile (APIB), durante la 46ma sessione ordinaria del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.

L’avvocato Luiz Eloy Terena, attivista per la difesa dei diritti delle popolazioni autoctone brasiliane, ha infatti messo in evidenza come l’atteggiamento del governo, in merito alla gestione della pandemia, stia mettendo fortemente a rischio la sopravvivenza di numerose comunità indigene dell’Amazzonia. 

Già negli scorsi mesi, si è posta l’attenzione sull’elevato tasso di mortalità per coronavirus tra gli indios, in ragione a numerosi fattori: i carenti sistemi di assistenza, il basso livello di immunità indigena nei confronti di agenti patogeni, il problema dell’invasione da parte di individui esterni in comunità, altrimenti, fisicamente isolate dal resto del mondo.

D’altro canto, la condizione di isolamento autoimposto, per evitare la possibile diffusione del virus, ha incrementato un altro gravissimo, e ben più risalente, fenomeno che minaccia la sopravvivenza delle popolazioni stesse. L’impossibilità di esercitare un effettivo controllo e monitoraggio sui territori ha dato il via libera ad un più profondo tentativo di addentrarsi in Amazzonia, proseguendo con un’aggressiva attività di disboscamento ed accaparrandosi terre appartenenti alle comunità locali. 

Le associazioni indigene lamentano un atteggiamento di compiacenza del presidente Bolsonaro, che in tal modo destinerebbe le ultime popolazioni autoctone esistenti al sicuro sterminio. 

L’evoluzione della tutela delle specificità dei popoli indigeni, a livello internazionale, è stata particolarmente lenta e complessa. Ancora oggi, pur essendo consacrata in strumenti giuridici internazionali, entra in conflitto con varie esigenze statali. 

Nei primi documenti di diritto internazionale, quali la Carta delle Nazioni Unite o la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, non vi è traccia alcuna del concetto di popolazione indigena. Questo perché, trattandosi di una collettività legata ad un territorio ma non equiparabile ad un’entità statale, rappresentava una categoria difficile da collocare tra le maglie del diritto internazionale. 

Un primo, timido intervento, nel 1957, della Convenzione n.107 sulla protezione e l’integrazione dei popoli indigeni, tribali e semi-tribali dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro,  consente il riconoscimento del diritto di ogni popolo alla terra ed alla proprietà collettiva su di essa. 

Convenzione, peraltro, rinnovata nel 1989 dalla previsione dell’obbligo di consultazione delle comunità indigene, ogni qual volta vengano varati progetti che possano proiettare i propri effetti sulla vita delle stesse.

Tali interventi, assieme alla tutela pretoria apprestata dalle sentenze delle Corti nazionali ed internazionali, hanno fatto da tramite per l’approvazione, ad opera delle Nazioni Unite, della Dichiarazione dei popoli indigeni, nel 2007. Nella quale, per la prima volta si delinea una nuova forma del principio di autodeterminazione dei popoli, in qualche modo “atipica”, rispetto alla sua qualificazione tradizionale di lotta di un popolo per l’indipendenza dalle potenze coloniali, dal momento che i popoli indigeni non si qualificano come entità statali contrapposte agli Stati, sul territori nel quale vivono. 

Già nel corso dei lavori preparatori della Dichiarazione, si chiarì più volte che il riconoscimento del principio di autodeterminazione a tali comunità  non intendesse intaccare l’integrità territoriale degli Stati. 

Ciò anche per forzare le resistenze di quegli Stati che rimanevano dubbiosi circa il proprio consenso, come Stati Unit, Canada ed Australia. 

In tal senso, il diritto all’autodeterminazione va letto come diritto per le comunità indigene di partecipare, sulla scena internazionale, a quei dibattiti attinenti a tematiche riguardanti la loro cultura ed integrità, per mezzo di rappresentanti, quali ONG ovvero i capi delle comunità stesse.   

Un’autodeterminazione, quindi, inscindibilmente legata al rapporto ancestrale con la “madre terra”, fonte di vita, cultura e dell’essenza più intima di tali gruppi. Nella Dichiarazione ONU, in particolare, l’ambiente è preso in considerazione nell’ottica della salvaguardia di un habitatpeculiare ed irrinunciabile, per consentire il pieno sviluppo di quella popolazione “in armonia con le proprie tradizioni”.

Particolarmente significativo, più recentemente, si è rivelato un intervento di diritto internazionale regionale. Il 15 giugno 2016, l’Assemblea dell’Organizzazione degli Stati Americani ha approvato il testo fortemente innovativo della Declaración Americana sobre los Derechos de los Pueblos Indígenas

È la prima volta in cui si statuisce il diritto dei popoli e delle comunità indigene, in isolamento volontario, di rimanere in tale condizione e vivere liberamente, secondo la propria cultura e visione del mondo. 

Tale strumento si spinge, dunque, più in là delle disposizioni della Dichiarazione delle Nazioni Unite ed impone agli Stati il riconoscimento della personalità giuridica dei popoli indigeni, la speciale protezione in caso di conflitti armati ed il diritto a mantenere e promuovere i propri sistemi tradizionali di famiglia. 

Nonostante tali diritti trovino un formale e solenne riconoscimento, a livello nazionale ed internazionale, sono ancora troppo numerosi i casi di violazioni dei diritti fondamentali di tali comunità, perpetrate dagli Stati. 

Per tale ragione, la protezione dei popoli indigeni passa, ancor di più, attraverso le sentenze della Corte interamericana sui Diritti dell’Uomo, che in tale ambito ha dato dimostrazione di essere un organo giudiziario all’avanguardia, garante della salvaguardia di popolazioni autoctone che nel continente, tra centro e sud America, corrispondono a circa 44 milioni di persone. 

A partire dal 1991, e soprattutto dall’inizio del nuovo millennio, sono state adottate 29 decisioni in tale materia nei confronti di dieci Stati, a partire dalle quali si è andato costruendo un orientamento ben chiaro.  La natura spesso innovativa della giurisprudenza interamericana si contrappone, infatti, alla refrattarietà di alcuni Stati all’osservanza ed esecuzione delle sentenze della Corte. Strumento di riferimento per la violazione dei diritti utilizzato dall’organo giurisdizionale è la Convenzione americana sui diritti umani, i ragione ad un’interpretazione sistematica delle disposizioni in essa contenute.

Ad esempio, la salvaguardia del diritto alla vita dei popoli indigeni viene ricavata dall’interpretazione in combinato disposto dell’art 4, che sancisce il diritto alla vita, con l’art. 1.1 attraverso il quale si impone agli Stati membri il rispetto di diritti e libertà discendenti dalla Convenzione stessa “senza discriminazioni” di qualsivoglia genere, comprese quelle di tipo etnico.

Sussisterebbero, dunque, dei “doveri positivi speciali”, in capo allo Stato, di attivarsi a favore dei c.d grupos vulnerables, adottando tutte le  misure appropriate per proteggere e preservare tali comunità. In diverse ipotesi, la Corte ha condannato gli Stati per violazione dell’art. 4.1, nel caso di mancata adozione di provvedimenti idonei a garantire le condizioni minimali per una vita degna, quali ad esempio l’accesso all’acqua potabile ed alla salubrità dell’ambiente.

Nei diversi casi di responsabilità degli Stati, gioca un ruolo peculiare il grado di consapevolezza dei governi circa l’esistenza o la potenzialità di un rischio reale ed immediato per la vita dei gruppi stessi. L’atteggiamento della Corte, in tal senso, si è dimostrato rigoroso tanto da prevedere in capo degli Stati stessi l’onere di provare di aver fatto tutto il necessario per evitare il danno od il peggioramento delle condizioni di vita delle comunità. 

Si è riusciti, inoltre, a creare un articolato sistema di tutela delle terre ancestrali, mediante l’interpretazione fornita dalla Corte con riferimento al diritto di proprietà, sancito dall’art 21 della CADU. Si ritiene che i popoli indigeni godano di un diritto di proprietà “collettivo ed indiviso”. Si tratterebbe di una concezione di proprietà del tutto peculiare, non incentrata sul singolo individuo, quanto sull’intera comunità, basata sul criterio dell’occupazione tradizionale. 

Il diritto di proprietà dei popoli indigeni permane, dunque, anche in quei casi in cui il possesso materiale delle terre è impedito da ragioni estranee alla volontà dei popoli ed è opponibile tanto alle pretese dello Stato, quanto a quelle dei privati. 

In tal caso i popoli indigeni hanno un diritto preferenziale alla restituzione delle terre, cedute a terzi e, laddove questa non sia possibile, il diritto di ottenere territori alternativi di analoga estensione e qualità, scelti di comune accordo con i membri delle popolazioni. 

È il caso di ricordare che solamente nel 2020 sono stati distrutti 8.500 kmq della foresta Amazzonica. Un dato allarmante, dal momento che dallo “stato di salute” dell’Amazzonia dipendono numerose problematiche globali quali la stabilità del clima, il riscaldamento globale ed il conseguente scioglimento dei ghiacci ai Poli. La foresta si sta restringendo sempre più, trasformandosi in modo irreversibile. È, dunque, necessario più che mai un deciso intervento della comunità internazionale, poiché anche da questo dipende il futuro del pianeta. 

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