ACCORDO SUL NUCLEARE IRANIANO: PERCHÉ CE N’È BISOGNO?

Credits: https://www.aljazeera.com/news/2021/4/17/iran-says-arab-states-trying-to-derail-nuclear-talks-in-vienna

Gli attacchi al nucleare iraniano e l’Accordo sul nucleare hanno una rilevanza strategica nelle dinamiche securitarie della regione, coinvolgendo gli attori locali e internazionali.

L’11 aprile l’impianto nucleare sotterraneo di Natanz, in Iran, ha subito un sabotaggio cyber alle centrifughe nucleari IR-1 del sito, con conseguenti guasti elettrici alla centrale, che ha portato il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano ad accusare Israele di essere l’ideatore dell’attacco e a promettere vendetta. 

Questo evento è l’ultimo di una lunga serie di attacchi tra Israele e Iran, intensificatisi in un momento cruciale per l’Iran e tutta la regione mediorientale: la ripresa o la revisione del Piano d’Azione Congiunto Globale (JCPOA), conosciuto come Accordo sul nucleare iraniano, a seguito dei negoziati di Vienna di queste settimane. Questa analisi, quindi, procederà in maniera progressiva per inquadrare le dinamiche geopolitiche e securitarie che ruotano attorno all’Accordo, rendendo il Medio Oriente un’area endemicamente instabile. 

Obiettivi e criticità dell’Accordo sul nucleare iraniano

Il JCPOA è un patto siglato tra Stati Uniti e Iran durante la presidenza Obama nel 2015, che comprende il monitoraggio del programma di arricchimento dell’uranio iraniano da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) in cambio dello stop graduale alle sanzioni economiche contro l’Iran. L’obiettivo nel lungo termine è quello di normalizzare le relazioni tra gli Stati Uniti e il mondo occidentale e l’Iran, fissando il 2040 come l’anno in cui l’IAEA terminerà il monitoraggio sul programma nucleare iraniano. 

E’ un accordo “epocale” per due ragioni principali. 

In primis, raggiungendo gli obiettivi suddetti, propone una soluzione pacifica alla “questione del nucleare”, allentando così i sospetti globali contro la minaccia iraniana della bomba atomica.

Infatti, un recente studiodel Center for Arms Control and Non-Profilferation sull’impatto dell’ accordo sul nucleare, dimostra che, rispetto al periodo precedente gli accordi, l’Iran impiega ben più di dodici mesi per accumulare la quantità potenzialmente necessaria per un’effettiva arma nucleare mantenendo l’arricchimento dell’uranio entro la soglia del 3,67%, oltre a permettere l’accesso dell’AIEA a controlli molto più approfonditi.

Se gli Stati Uniti e l’Iran non dovessero proseguire la negoziazione sull’Accordo, non viene solo a mancare il controllo dell’Agenzia, ma i dati indicano una netta ripresa dell’arricchimento dell’uranio fino al 20%, arrivando così a ottenere la quantità per la bomba atomica in tre mesi, come nel periodo precedente agli accordi. 

Dal punto di vista geopolitico, bisogna considerare che gli Stati Uniti e l’Iran non intrattenevano più relazioni bilaterali dal 1979, anno della Rivoluzione Islamica iraniana, che ha spodestato Mohammed Reza Pahlavi, lo Shah del tempo alleato degli Stati Uniti, per insediare l’Ayatollah Khomeini. Il JCPOA è dunque il primo contatto dopo più di trent’anni, periodo in cui l’Iran si è ritrovato estromesso dai circuiti economico-finanziari verso il mondo occidentale, arrivando anche a provocare una scissione in due poli distinti all’interno dello stesso Medio Oriente: gli alleati degli americani (principalmente Israele e Arabia Saudita) e l’Iran. 

Dal lato statunitense, però, l’opposizione interna a questo accordo era altissima, poiché non poneva limitazioni né al suo arsenale missilistico, capace di preoccupare sia gli alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente sia l’Europa del sud, né alla politica regionale dell’Iran.

Quest’ultimo punto continua ad essere molto sentito, dato che l’Iran è presente per procura in molti conflitti aperti, come in Siria o in Yemen, e ha ramificazioni e contatti con gruppi armati e ribelli a livello regionale, come nel caso dell’Iraq o in Libano con Hezbollah -gruppo sciita finanziato da Teheran nemico di Israele-, destabilizzando di fatto l’intera regione e mettendo a rischio gli interessi strategici degli Stati Uniti.

Questo ha fatto sì che la presidenza americana sotto Trump uscisse facilmente dall’accordo nel 2017, con l’obiettivo ultimo di cercare di negoziare un patto migliore per gli americani, incontrando però la resistenza dell’Iran. Infatti, anche complici le nuove sanzioni economiche e la pandemia da Covid-19 che ha peggiorato la situazione di Teheran, l’Iran ha innanzitutto ripreso il programma nucleare e poi ha assunto una posizione più aggressiva a livello regionale, come gli attacchi con i droni, provenienti dallo Yemen, agli impianti Aramco (compagnia petrolifera saudita), in Arabia Saudita, o gli attacchi alle navi nello Stretto di Hormuz sulla rotta per l’Arabia Saudita, arrestando di conseguenza ogni possibilità di giungere a un accordo. 

Inoltre, dal punto di vista persiano, il sospetto nei confronti dell’occidente e degli Stati Uniti è cresciuto notevolmente sia da quando né l’Unione Europea né poi Biden hanno fatto concreti passi in avanti nelle negoziazioni dell’Accordo sia per il “ritorno agli alleati storici” nel Medio Oriente messo in atto da Trump in un’ottica “antiterrorismo” più ampia, facendo perdere ulteriore terreno ai politici iraniani più moderati in vista delle elezioni a giugno di quest’anno. 

Riesumare l’Accordo o giungere a un nuovo compromesso nella negoziazione al più presto è quindi uno dei compiti più pressanti e importanti della nuova presidenza Biden al fine di stabilizzare la regione, affrontare il problema del nucleare e non favorire i radicali o i militari nelle elezioni iraniane, che potrebbero compromettere ulteriori passi avanti verso una risoluzione pacifica della questione.

Qual è l’impatto dell’Accordo sulla geopolitica regionale?

Le negoziazioni di Vienna, che proseguono da tre settimane, includono la Gran Bretagna, la Francia, la Germania, la Russia e la Cina che, supervisionati dall’Unione Europea, stanno portando avanti le attività diplomatiche tra le due parti (“shuttle diplomacy”), verosimilmente puntate verso la stessa direzione.

Da un lato, infatti, il presidente Biden ha schierato Wendy Sherman, la capo negoziatrice del patto sul nucleare già nel 2015, per mostrarsi aperto a una risoluzione; dall’altro lato, l’Iran ha accettato di partecipare alle negoziazioni del nucleare per far revocare le sanzioni economiche. Rispetto alla prima volta, anche l’Arabia Saudita, preoccupata dalla crescente aggressività iraniana nel Golfo, si è mostrata d’accordo con le trattative e ha aperto alla possibilità di un dialogo regionale per allentare le tensioni. 

Invece, l’attacco al sito di Natanz da parte di Israele, che comunque non ha ammesso né smentito il suo coinvolgimento, si pone sulla scia di una serie di attacchi contro il programma nucleare iraniano (come l’assassinio di uno degli scienziati più importanti per il programma nucleare, Mohsen Fakhrizadeh, a novembre 2020)  e rientra in una più ampia strategia di sicurezza regionale finalizzata al contenimento dell’espansionismo iraniano nella regione.

Se fino al 1979 Israele era alleato degli Stati Uniti con l’Iran, adesso invece lo ritiene una reale minaccia alla propria esistenza, a causa dell’influenza che ha anche al di fuori dei confini persiani e che lo rende un preoccupante egemone nel Medio Oriente. 

L’Iran, dal canto suo, dalla Rivoluzione Islamica vede Israele come l’avamposto dell’Occidente nella regione mediorientale in una chiave anti-imperialistica, oltre che come l’usurpatore dei territori dei palestinesi. Questa strategia permette agli iraniani sia di rinvigorire il sentimento nazionalista attorno al regime sia di avere una notevole influenza nelle piazze arabe, ergendosi a difensori dei diritti dei palestinesi. 

A ciò va aggiunto che Hezbollah, gruppo armato libanese, è stato costituito da 1500 Pasdaran iraniani (Guardiani della Rivoluzione) arrivati in Libano nel 1982 per instaurare uno stato islamico sulle basi del modello iraniano. Questo gruppo, la cui presenza in Libano dagli anni Ottanta a oggi ha cronicizzato la guerra contro Israele, ha inasprito ancora di più la percezione del pericolo iraniano agli occhi degli israeliani.

Per Israele, quindi, qualora l’Accordo dovesse proseguire senza troppi indugi, un Iran senza sanzioni economiche comporterebbe il rischio ben più grande di vedere accrescere l’influenza e l’ingerenza del nemico storico alla soglia dei propri confini territoriali, alimentando così il sospetto della creazione di una bomba atomica da usare in un potenziale conflitto bellico.  E’ in questa cornice geopolitica che le percezioni degli stati si incontrano, si accavallano e si scontrano plasmando gli assetti regionali e le rivalità del Medio Oriente. 

Conclusioni

L’Accordo sul nucleare è sicuramente il primo passo concreto per una risoluzione pacifica della questione securitaria del Medio Oriente. Infatti, andando a ristabilire le relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Iran e il controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica sul programma nucleare iraniano, le percezioni del pericolo persiano agli occhi degli attori internazionali e locali cambierebbero, allentando la tensione, e i moderati iraniani sarebbero avvantaggiati alle urne.

Nonostante la diplomazia stia facendo il suo corso e le prospettive sono buone, il grande punto di domanda è quando si riuscirà ad arrivare a un accordo definitivo, dato che per ottenere il patto precedente ci sono voluti tre anni di negoziazioni.

Sebbene improbabile, le dinamiche interne al Medio Oriente potrebbero adeguarsi a questo contesto più disteso, ponendo le basi per un dialogo interregionale tra Arabia Saudita e Iran, i due baluardi dell’Islam sunnita e sciita, che verta in primis su una cooperazione economica regionale. 

Per quanto riguarda Israele, nonostante questo sia l’avamposto americano nel Medio Oriente e dovrebbe appoggiare la politica estera mediorientale degli USA spesso simile alla propria, la minaccia rappresentata dall’Iran alla propria sicurezza e ai propri interessi regionali è la ragione principale per osteggiare qualunque compromesso pacifico sull’Accordo.

Infine, anche la possibilità di un disimpegno militare degli Stati Uniti dal Medio Oriente accresce questa instabilità endemica, perché il sospetto sui propri vicini e la paura di un conflitto tra gli stati potrebbe rendere più difficile la loro convivenza e peggiorare la situazione socio-economica della popolazione, con conseguenze deleterie per l’intera area. 

È per questo che raggiungere un risultato positivo nell’Accordo sul nucleare è auspicabile, in modo da lasciare aperta una via di dialogo e cooperazione che possa appianare le tensioni, anche in caso  di reale disimpegno degli Stati Uniti.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from MEDIO ORIENTE DAILY