SE ANCHE IRAN ED ARABIA SAUDITA RIUSCISSERO A METTERE DA PARTE I RANCORI

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Si parla di un riavvicinamento tra funzionari dei Ministeri delle due Nazioni solo da qualche giorno, eppure è già ben chiaro quali potrebbero essere i risvolti positivi di un nuovo accordo tra il colosso sciita ed il suo rivale sunnita.

Da qualche giorno  il Financial Times ha diffuso la notizia di una presunta riunione tenutasi a Baghdad tra funzionari sauditi ed iraniani. Viste l’importanza dell’evento e le conseguenze, per una volta positive, che questo potrebbe implicare si rincorrono nelle ultime ore notizie ed analisi circa il razionale dell’incontro e le sue possibili implicazioni. 

Per quanto in tutta l’area mediorientale un riavvicinamento tra i due Paesi sia sinonimo di nuovi equilibri – fondamentali in una zona altamente fragile ed instabile – ci sono due Stati che più di tutti gioverebbero della nuova possibile tregua che si è materializzata all’orizzonte: sono Iraq e Yemen, che ad oggi sono al centro della bufera causata da questa rivalità.

Anche se da entrambe le parti sono state diffuse dichiarazioni che smentiscono o sottolineano l’inessattezza delle notizie riportate dal FT, Saeed Khatibzadeh – portavoce del Ministero degli Esteri di Teheran – ha ammesso la volontà, da parte del proprio Stato, di aprire al dialogo con Riyad.

La questione si fa ancora più interessante se ci si sofferma sulla notizia che sembrerebbe essere Baghdad ad aver agito da mediatore tra i due. 

Probabilmente complice anche la visita che al-Kadhimi fece a Bin Salman e vista la vicinanza economica e politica che contraddistingue Teheran e Baghdad, sarebbe quasi logico dedurre l’importanza di questa mediazione nella questione in essere. 

Perciò, in un momento in cui la nuova amministrazione statunitense si sta battendo per il JCPoA nei colloqui di Vienna per riuscire a rientrare nell’accordo con l’Iran, è evidente che Baghdad ha pensato che fosse giunta l’ora per i rivali religiosi di deporre le armi e trovare un modo di convivere senza trasmettere il reciproco astio alle battaglie che portano avanti in altri luoghi del Medio Oriente. 

Washington si sta battendo anche per far sì che si trovi una soluzione definitiva al conflitto che sta distruggendo lo Yemen e la sua popolazione, dove l’Iran e l’Arabia Saudita si scontrano tramite l’appoggio fornito, rispettivamente, agli Houthi ed alla Coalizione Internazionale. 

Ovviamente non ci si aspetta che un solo, primo incontro possa generare immediatamente cambiamenti positivi ma già l’aver deposto le armi e l’essere stati disponibili ad un dialogo fa capire che si possa sperare in futuro in un allentamento delle tensioni e questo non potrebbe far altro che giovare a tutta l’area. 

Sicuramente ci sono motivazioni squisitamente geopolitiche che muovono entrambi i Paesi a fare un passo verso l’altro, seppur non bisogna dimenticare la matrice fortemente religiosa che caratterizza questo scontro.

C’è sicuramente una forte preoccupazione che investe tutto il Golfo riguardo la precaria e fortemente instabile situazione in cui riversa il Libano. È risaputo infatti che problematiche sul piano economico e politico di un Paese alimentano la nascita e/o la ripresa ed il rafforzamento delle attività di organizzazioni extra-statali e terroristiche; proprio questo è il pensiero che invade le menti degli Stati del Golfo Arabo – la possibilità di un escalation dei favori nei confronti di Hezbollah ora che Beirut ha a che fare con un vero e proprio blocco che riguarda le istituzioni politiche e che perdura da prima dell’esplosione della pandemia di Covid-19 che non ha fatto altro che peggiorare una situazione già incrinata.

Dal canto suo per l’Iran riaprire un rapporto con il Re sunnita vorrebbe dire farsi strada verso l’uscita dalla situazione di isolamento di cui è stato protagonista negli ultimi anni. Cosa, per altro, non gradita ad Israele, preoccupato per l’apertura del nuovo presidente Biden nei confronti di Teheran che già di per sé porrebbe fine a quell’isolamento rispetto al sistema internazionale tanto voluto ed ottenuto.

Proprio sul nucleare Teheran si scontra non solo con Tel Aviv, che minaccia persino di colpire i nuovi siti nucleari iraniani, ma anche con Riyad, che probabilmente pretenderà che le proprie richieste di un inasprimento dei parametri richiesti all’Iran sul nucleare siano parte integrante di un nuovo accordo a cui potrebbero arrivare i due Paesi, per non “destabilizzare la regione”.

Mentre da Vienna nelle ultime ore si apprende che non sarebbe stata ancora raggiunta alcuna intesa è molto probabile che gli USA riusciranno a rientrare nell’accordo abbandonato da Donald Trump nel 2018, riuscendo a trovare un buon compromesso tra la volontà a stelle e strisce e quella iraniana, che vede come inevitabile, per un futuro rientro di Washington, l’eliminazione di svariate sanzioni poste negli ultimi anni dalla vecchia amministrazione, ritenute particolarmente oppressive.

Come già ribadito, essendo il Medio Oriente un’area particolarmente difficile da gestire e su cui fare previsioni, è normale pensare che nessun accordo, neanche il migliore, possa portare davvero tranquillità ed una reale de-escalation delle tensioni createsi in secoli di storia. 

Appunto per questo è difficile immaginare una situazione di “win-win” in cui nessuno sia scontento o venga in qualche modo danneggiato da accordi bilaterali tra Stati, soprattutto se questi sono gli Stati di traino della tradizione religiosa che da secoli spacca il Medio Oriente. 

Abbiamo già visto che Israele non gioirebbe affatto di quest’ulteriore passo dell’Iran fuori dalla zona d’ombra, come è plausibile che altri attori regionali potrebbero comunque vedere in modo ostile, da un punto di vista religioso, questo riavvicinamento. 

Ad oggi si sa ancora molto poco dell’incontro, di cosa sia stato effettivamente detto e di quali possano essere le reali intenzioni di entrambi i Paesi. È chiaro quale possa essere il ruolo di alcuni Paesi, come Iraq e Stati Uniti, ma meno chiare sono le possibili reazioni di altri. 

Sicuramente spegnere il fuoco di un incendio che brucia da anni non può portare più danni di quelli a cui assisteremmo se si lasciasse bruciare e la speranza è che questo passo in avanti costituisca anche il primo dei tasselli per la risoluzione di un conflitto che, data la pericolosa crisi umanitaria che sta creando, deve essere chiuso con urgenza: quello in Yemen. 

Ad ogni modo, seppure questa vicenda non avrà particolari evoluzioni o influenze, si spera che potrà  comunque essere siglata una tregua tra nemici secolari. 

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