RIAPRONO I COLLOQUI SUL NUCLEARE IRANIANO: TUTTO QUELLO CHE DEVI SAPERE

Nel mese di aprile si sono aperti a Vienna i colloqui per elaborare un nuovo accordo nucleare, le dichiarazioni emesse dai delegati iraniani fanno sperare in una nuova intesa.

Nel mese di aprile gli emissari iraniani si sono riuniti a Vienna insieme ai delegati dei paesi che formalmente fanno ancora parte del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), noto a tutti come l’accorso sul nucleare iraniano, per elaborare una nuova intesa. Nella capitale austrica era presente anche la delegazione statunitense, che ha però alloggiato in un albergo differente, capitanata dall’inviato speciale di Joe BidenRobert Malley, avvocato, politologo e specialista americano nella risoluzione dei conflitti, egli è già stato a capo dei negoziati svolti nel 2015, la sua presenza conferma la disponibilità dell’amministrazione statunitense di elaborare un nuovo patto. 

Il JCPOA è stato negoziato per la prima volta nel 2013, dopo un serie di incontri tra la repubblica islamica, guidata dal presidente Hassan Rouhani, ed i componenti del gruppo “P5+1” (Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Regno Unito e Germania), il 24 novembre l’impegno delle parti portò all’elaborazione del Piano d’azione congiunto.

L’accordo garantiva il diritto dell’Iran di sviluppare un ciclo completo di energia nucleare e prometteva la revoca delle sanzioni che erano state imposte fino a quel momento. In cambio, l’Iran ha accettato di sospendere le sue attività di arricchimento dell’uranio superiori al 5%, il divieto di installare nuove centrifughe, l’obbligo di esportare l’uranio già arricchito e diminuire le sue scorte, oltre a garantire la completa trasparenza e supervisione dell’intero programma nucleare da parte dell’Agenzia Internazionale per l’energia atomica (AIEA).

L’accordo fu ufficialmente ratificato il 14 luglio 2015, ma l’annuncio formale della rimozione delle sanzioni è arrivato il 16 gennaio 2016, solo dopo che l’AIEA ha confermato il rispetto degli impegni presi da Teheran. Con la ratifica del JCPOA a Vienna era chiaro che una nuova era nelle relazioni internazionali dell’Iran era ufficialmente iniziata, con l’accordo, inoltre, era stato finalmente riconosciuto il diritto all’Iran di avere un programma nucleare, ciò rendeva la repubblica islamica una dei pochi paesi della regione con un programma nucleare pacifico sotto la stretta supervisione dell’AIEA.

L’uscita statunitense dall’accordo

Con la firma del JCPOA il presidente iraniano Hassan Rouhani era certo che l’epoca delle sanzioni e delle pressioni statunitensi fosse giunta a termine ma l’amministrazione Trump stabilì chiaramente il contrario. La politica del presidente Donald Trump, infatti, ha rappresento un vero e proprio cambio di rotta rispetto a quella del suo predecessore, Barack Obama.

Durante la campagna presidenziale del 2016, Donald Trump ha criticato aspramente l’accordo nucleare del 2015 e fin dall’inizio del suo mandato ha sempre affermato che il patto giovasse di più alla repubblica islamica iraniana che agli Stati Uniti d’America.

Secondo la nuova amministrazione il patto negoziato nel 2013, difatti, ritarda invece di fermare la ricerca iraniana nucleare, Il JCPOA lasciava sì che l’Iran potesse mantenere un ampio programma di arricchimento dell’uranio con la sola aggiunta di limiti e restrizioni temporali. La critica mossa dal presidente Trump è che l’accordo, così stipulato, non riuscisse ad ottenere un Iran non nucleare, bensì procrastinasse solo il momento in cui la repubblica islamica sarebbe riuscita ad ottenere un’arma così potente.

L’accordo così ratificato da Obama, non era soddisfacente per l’amministrazione Trump, la quale sosteneva che le ambizioni nucleari dell’Iran erano un grave rischio alla pace e alla sicurezza internazionale, e di conseguenza, lo stesso JCPOA minava questa tranquillità.

Proprio per questi motivi, l’8 maggio 2018, il presidente Trump ha annunciato che gli Stati Uniti d’America sarebbero uscita dal JCPOA. Secondo l’amministrazione statunitense la repubblica islamica iraniana aveva violato lo spirito dell’accordo e per ciò non vi era più motivo per gli Stati Uniti di restare all’interno del Piano di azione congiunto, poco dopo il presidente decise anche di reimporre le sanzioni contro la repubblica islamica, introducendo le pressioni finanziarie ed economiche che erano state sospese con la ratifica del presente accordo.

Potenziali ostacoli al nuovo accordo

I colloqui sono iniziati a Vienna due settimane fa e la repubblica islamica si è detta disposta a tornare al pieno rispetto dell’accordo, ma ciò avverrà solo dopo la rimozione delle sanzioni statunitensi che, dal 2018, hanno paralizzato l’economia iraniana. Ciò, tuttavia, è complicato, poiché le sanzioni emesse dall’amministrazione Trump non sono dovute solo al programma nucleare iraniano ma interessano anche accuse di terrorismo, violazioni dei diritti umani e il programma di missili balistici del paese.

A complicare maggiormente la situazione è stato l’incidente avvenuto il 10 Aprile al sito nucleare di Natanz, il quale è stato definito dalle autorità iraniane come un “atto di sabotaggio”. L’Iran sospetta che l’attacco sia stato condotto da Israele, che si oppone fermamente all’accordo nucleare, sperando così di far deragliare i colloqui internazionali. In risposta al presunto sabotaggio israeliano l’Iran ha annunciato che avrebbe aumentato l’arricchimento dell’uranio al 60% di purezza e avrebbe istallato centrifughe più avanzate presso lo stabilimento di Natanz. La mossa potrebbe innescare un’ulteriore risposta da parte di Israele, inasprendo una lunga guerra d’ombra già in atto tra le nazioni. 

Tuttavia l’annuncio fatto dall’Iran non ha interrotto l’ultimo ciclo di colloqui, i quali sembrano aprirsi in un’atmosfera di speranza, dettata anche dalla convinzione generale che il nuovo accordo sarà più facile da elaborare rispetto a quello ratificato nel 2015.

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