LA RIFORMA COSTITUZIONALE DELLO ZIMBABWE

È stata approvato al Senato un progetto di riforma costituzionale che potrebbe avere un grande impatto sul sistema istituzionale dello Zimbabwe.

Il progetto prevede diversi emendamenti tra cui:

  •  la possibilità per il Presidente di nominare il vicepresidente, in caso di morte o incapacità;
  • l’innalzamento dell’età pensionabile dei magistrati dai 70 ai 75 anni; 
  • la sottrazione del controllo parlamentare sui prestiti e sugli accordi economici tra il governo e le agenzie internazionali, rimuovendo il potere di veto del Parlamento su tutti gli accordi bilaterali.

L’opposizione ha definito la riforma come un chiaro tentativo del Presidente, Emmerson Mnangagwa, di accentrare i poteri presidenziali, indebolendo il Parlamento e limitando l’indipendenza della magistratura. 

Nelson Chamisa, leader del principale partito di opposizione, ha inoltre dichiarato che la riforma continuerà a ostacolare la modernizzazione delle istituzioni. 

Mnangagwa ha spiegato che il progetto è motivato dalla necessità di velocizzare le procedure di governo, evitando in questo modo l’instabilità politica.

Tuttavia analizzando le riforme emerge il rischio di minare il sistema economico e politico-giuridico del Paese

Il primo aspetto riguarda la limitazione della supervisione parlamentare sugli accordi economici che espone lo Zimbabwe all’aggravarsi del suo indebitamento, a favore di interessi personali degli esponenti politici.  

La possibilità di prorogare il mandato dei magistrati si presenta invece come un rischio concreto per il principio di equilibrio dei poteri. La riforma infatti attribuisce al Presidente il potere di decidere, a sua discrezione, sul rinnovo delle cariche rischiando, in questo modo, di legare il potere giudiziario all’esecutivo.

Ma qual è il quadro politico-giuridico attuale del Paese?

Il regime di Robert Mugabe ha esercitato il controllo sin dall’indipendenza dello Zimbabwe nel 1980, mettendo in atto violente repressioni contro l’opposizione, i media e gli intellettuali. Il presidente Emmerson Mnangagwa ha preso il potere nel 2017, in seguito all’intervento dei militari per rimuovere Mugabe. Tuttavia il nuovo Governo ha mantenuto il sistema politico-amministrativo precedente intensificando, in alcuni casi, le aggressioni e la repressione politica. 

L’intensificarsi delle misure repressive ha trovato riscontro anche negli indici di Freedom House, del 2021, che hanno registrato il passaggio dello status dello Zimbabwe da Parzialmente libero a Non libero.

Il Paese si trova schiacciato da un sistema politico inefficiente, una corruzione endemica e uno stato di diritto debole. 

Il governo ha spesso esercitato forti pressioni sui tribunali per spingerli a sostenere gli interessi del partito al potere alimentando il legame tra la magistratura e l’esecutivo.

Il potere giudiziario, inoltre, aveva già subito un’erosione della loro indipendenza in seguito all’emissione, da parte del presidente della Corte Suprema Luke Malaba, di una direttiva che prevedeva il dovere dei giudici di motivare le decisioni prese.

Questa situazione è stata chiaramente aggravata dalle misure adottate per contenere il Covid-19 che, secondo gli osservatori, vengono al momento sfruttate dalle autorità per sottoporre viaggiatori, giornalisti e civili a controlli rigorosi.

Tuttavia se da un lato ci troviamo di fronte a un sistema politico che dal 1980 riesce a mantenere il potere grazie ad un sistema repressivo ben strutturato, dall’altro emerge l’interrogativo sul futuro del Paese. Del resto l’esigenza di un sistema di difendersi, attraverso misure repressive, è direttamente proporzionale alla paura percepita dal sistema stesso di poter crollare da un momento all’altro. 

Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from AFRICA