COSA RIMANE DEL POTERE DI BASHAR?

A dieci anni dallo scoppio della guerra civile e alla vigilia delle elezioni presidenziali del mese prossimo, il presidente siriano è ancora al potere ma il suo entourage politico e militare è indebolito.

La Siria è oggi completamente distrutta dal punto di vista economico e infrastrutturale. L’83 % della popolazione vive al sotto la soglia della povertà. I 4 milioni di siriani che sono stati costretti ad abbandonare il paese a seguito dello scoppio del conflitto, ed oggi in gran parte residenti in Giordania e Libano, temono che una volta ritornati saranno sottoposti a misure di punizione collettiva da parte del governo siriano. I traumi delle violenze subite sono impossibili da cancellare. 

Le proteste antigovernative sono esplose in Siria a marzo 2011 nella città di Dar’a. Questo è il primo tassello che porterà allo scoppio della terribile guerra civile siriana. È a partire dal 2012 che, per effetto della brutale repressione messa in atto dal presidente Bashar Al-Assad, che le tensioni tra i gruppi di opposizione armata e le forze governative si sono acuite. Dal 2013 il conflitto si internazionalizza, a seguito dell’accuse mosse dalla comunità internazionale contro Bashar, accusato di aver utilizzato armi chimiche per neutralizzare i ribelli presenti nell’area di Ghuta. 

Nel 2015 la Russia interviene nel conflitto avviando una intensa campagna aerea contro i ribelli, il che consente a Bashar l’anno dopo di riprendere il controllo della città di Aleppo. Ben presto anche l’Iran interviene nel conflitto, offrendo sostegno militare e logistico alle forze armate filogovernative. 

Ad oggi le capacità belliche del governo siriano dipendono fortemente dal supporto di Mosca e Teheran, due paesi che hanno permesso al governo stesso di sopravvivere fino ad oggi essendo intervenute nel momento in cui sembrava che le forze ribelli stessero avendo la meglio.

Le forze militari di cui dispone Bashar sono infatti una coalizione molto eterogenea, in cui troviamo unità di leva, milizie filoiraniane legate per lo più a Hezbollah, ed elementi provenienti dal gruppo Wagner, la società privata russa diventata il braccio militare del Cremlino in Medio Oriente e Nord Africa.

L’influenza crescente di Mosca e Teheran sul territorio siriano, nonché dei grandi signori della guerra, fa da contrapposto all’isolamento internazionale a cui è sottoposto il paese (da ricordare che la Siria nel 2011 è stata espulsa dalla Lega Araba).

D’altra parte, questa situazione sta mettendo in crisi la compattezza delle élite politiche e militari fedeli al governo centrale. Sintomatico di ciò sono le tensioni che hanno coinvolto lo scorso anno Rami Makhlouf, cugino di Bashar, e lo stesso presidente siriano.

L’uomo d’affari aveva pubblicato sui social dei video in cui accusava le forze di sicurezza governative di avere ricorso alla violenza contro i manifestanti nelle recenti proteste scoppiate a Dar’a. È stata la prima volta che un membro del clan degli Assad criticasse apertamente l’operato del presidente.

Diversi analisti sostengono che Russia e Iran si stanno sempre più appoggiando a una nuova classe politica siriana, fatta di uomini d’affari e milizie, per accrescere la loro presenza economica e politica nel paese.

Da tenere in conto che i due paesi sono i principali attori impegnati nella ricostruzione post-conflitto attraverso società commerciali sotto il controllo.  Questa tendenza potrà mettere al rischio il potere di Bashar? Potremmo aspettarci un nuovo presidente a seguito delle elezioni di questo maggio?

Prima cosa da considerare è che il conflitto siriano non ancora è terminato. Innanzitutto, il governo centrale non ha ancora riconquistato il controllo su tutto il territorio statale. Ci sono ancora sacche di resistenza a nord, in particolare a nord-ovest dove si trova la provincia di Idlib, e i confini del paese sono fortemente militarizzati.

I checkpoint sotto il controllo dell’esercito siriano continuano ad essere sotto attacco da parte di gruppi locali, in particolare cellule appartenenti ad organizzazioni jihadiste legate allo smembrato Stato Islamico e al-Qaeda.

Se allarghiamo lo sguardo al livello regionale e internazionale emergono altri fattori di conflittualità. Le tensioni tra Israele e Iran rimangono forti sul territorio siriano. La collaborazione tra Iran e Turchia, altro attore esterno molto rilevante, è fondamentale per contrastare l’avanzata del PKK nella regione.

D’altra parte la Russia si conferma coinvolta in prima linea nelle operazioni di contrasto al terrorismo e potrebbe ben presto entrare in competizione a est dell’Eufrate con Washington, che continua a subire colpe da parte delle milizie pro-iraniane. In secondo luogo, nessuna fase di transizione politica o accordo con le forze di opposizione è stato mai raggiunto dal governo centrale. Sono state più significative le iniziative diplomatiche guidate da Russia, Iran e Turchia nel corso degli anni.

Oggi Bashar controlla il 60 % del territorio del paese e la situazione è tale che il governo centrale è fortemente sotto la dipendenza di Iran e Russia, sia nella fattispecie dei progetti di ricostruzione sia per pianificare qualsiasi azione militare, ma allo stesso tempo i due paesi, insieme alla Turchia, traggono beneficio dal governo siriano in quanto l’esistenza di questo fantoccio è un fattore di equilibrio in un contesto territoriale frammentato, in cui diverse potenze esterne cercano di conquistarsi delle aree di influenza.

Per quanto tempo ancora durerà questo status quo è evidente che dipende non tanto dalle future azioni che potrà intraprendere il governo siriano, in verità capace di poco da solo, bensì da come si struttureranno nei prossimi mesi le relazioni di potere tra gli stati esterni presenti sul territorio. Occhi puntati non solo su Russia e Turchia ma anche Israele e Iran in considerazione dei cambiamenti in atto nella regione.

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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