ARTICO RUSSO, UNA PRIORITÀ DI IERI E DI OGGI

La Russia deposita una nuova richiesta per espandere i propri diritti sul fondale marino dell’Oceano Artico.

La scorsa settimana la Federazione Russa ha depositato una nuova richiesta alla Commissione delle Nazioni Unite sui Limiti della Piattaforma Continentale per estendere i suoi diritti sul fondale marino dell’Oceano Artico.

Ma qual è il ruolo di questa Commissione e da cosa trae origine questa nuova mossa di Mosca? Per capire ciò che l’artico rappresenta per la Russia ripercorreremo rapidamente le tappe storiche dell’interesse russo per l’artico e cercheremo di interpretare ciò che la nuova sottoscrizione significa.  

Risalendo al XVI e al XVII secolo, le conquiste di Ivan IV, detto “il terribile”, espansero i confini russi nella Siberia occidentale e nel Tatarstan. Il XVIII secolo fu testimone delle grandi spedizioni verso il Nord, tra cui quelle di Vitus Bering, cartografo ed esploratore danese a servizio della marina dell’impero russo.

La prima spedizione in Kamčatka, sotto il regno di Pietro il Grande, e la seconda, sotto il regno dell’imperatrice Anna, avevano il comune obiettivo di scoprire se il continente americano e quello asiatico fossero collegati. Le scoperte di Bering hanno rappresentato pietre miliari per la cartografia dell’artico russo e a lui stesso è stato intitolato il famoso stretto di Bering, che appunto separa il continente asiatico dall’Alaska.

A motivare le spedizioni del tempo c’era sì la necessità di approfondire la conoscenza della geografia del territorio, ma anche la necessità di aprire una rotta del Nord. Tuttavia, per San Pietroburgo, la priorità rimaneva la rotta dell’Europa centrale. Sempre nel corso del XVIII secolo lo scienziato e linguista russo Lomonosov contribuì profondamente ad accrescere la conoscenza sui processi naturali e scientifici tipici della regione artica.

Partecipò lui stesso alla spedizione del 1764, guidata dall’ammiraglio Čičagov, condotta lungo la costa settentrionale della Siberia alla ricerca del passaggio a Nord-Est. Le grandi spedizioni portarono i russi a stabilire sempre più insediamenti nelle zone settentrionali del continente americano, fino alla fatidica data del 1867, quando lo zar Alessandro II cedette l’Alaska agli Stati Uniti per circa 7 milioni di dollari.

Un avvenimento che negli Stati Uniti venne definito come “la follia di Seward” (segretario di Stato americano dell’epoca) e “lo zoo degli orsi polari di Johnson” (presidente in carica dell’epoca).    

Giungendo al principio della fine dell’impero russo, la guerra russo-giapponese che si protrasse negli anni 1904-1905 per il controllo, sul versante Est, sulla Manciuria e sulla Corea, evidenziò i limiti della flotta russa rispetto a quella giapponese e la mancanza di rompighiaccio fu decisiva nel non adeguato approvvigionamento delle armate di terra. Nonostante molti esperti vicino allo zar avessero posto l’importanza sugli investimenti da destinare alle flotte rompighiaccio, non ce ne furono mai di adeguati.

Arriviamo così agli anni della guerra civile russa che portò al potere i bolscevichi. Negli anni più caldi l’artico russo fu preda delle truppe inglesi ed americane, che con l’operazione “Orso Polare” sbarcarono con circa 5.000 soldati ad Arkhangelsk. Ma una volta insediatosi al potere, il Partito Comunista puntò tantissimo sul potenziale della regione artica.

Durante il periodo dell’Unione Sovietica, infatti, l’artico ha giocato un ruolo fondamentale per l’industrializzazione di tutta l’Unione. In questi anni nacquero enormi centri per l’estrazione del carbone e per i campi di lavoro. Vorkuta, centro situato a Nord-Est della Repubblica di Komi che vide tra il 1930 e il 1950 un consistente incremento demografico, ne è uno degli esempi più lampanti.

Furono anni in cui si registrò la nascita di grandi centri per l’estrazione e la lavorazione di materie prime. Ma anche anni in cui la scienza e la scoperta furono al centro delle attenzioni internazionali: nel 1932 infatti si tenne la seconda edizione dell’Anno Polare Internazionale e le  grandi spedizioni artiche dello scienziato ed esploratore Otto Schmidt lo resero un vero e proprio eroe nazionale.

Schmidt diresse spedizioni per la fondazione della prima stazione di ricerca scientifica sulla terra di Francesco Giuseppe, oltre a spedizioni lungo il passaggio a Nord-Est e nel settore nord-occidentale del Mare di Kara.  

Gli anni della Seconda Guerra Mondiale videro i tentativi dei soldati tedeschi di impossessarsi dei territori artici russi, ma il lavoro svolto anche dagli americani a sostegno delle truppe sovietiche fu decisivo per impedire l’avanzata nazista. L’obiettivo principale dell’operazione “Silver Fox” era il porto di Murmansk, hub importantissimo per le truppe sovietiche che comunque, nonostante gli incessanti bombardamenti tedeschi, rimase in attività durante tutto il periodo del conflitto.  

Nel periodo della guerra fredda l’artico assunse il duplice ruolo di teatro di confronto e regione per la cooperazione scientifica. Nel biennio 1957/1958 si tenne l’Anno Geofisico Internazionale che mirava a coordinare su scala mondiale un insieme di ricerche per la conoscenza delle proprietà fisiche della Terra e delle interazioni con il sole.

Nel 1987 con la famosa “Iniziativa Murmansk” Michail Gorbačёv, ultimo segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, intendeva trasformare la visione del Circolo Polare Artico come teatro militare in zona internazionale di pace per le potenze artiche. L’iniziativa era basata sull’invito al disarmo delle armi nucleari e sull’utilizzo pacifico delle risorse naturali della regione stessa.  

Con la caduta dell’Unione Sovetica, avveuta nel 1991, molti degli hub industriali sovietici vennero abbandonati. Con l’arrivo al potere di Putin ora l’artico vive una nuona vita e di un nuovo vigore in quanto motore economico e produttivo della Federazione Russa degli ultimi anni. I progetti di estrazione di gas nella penisola di Yamal ne sono una chiara fotografia.

L’estrazione di gas e la diffusione sui mercati occidentali ed orientali lungo la Northern Sea Route sono la chiave per il futuro russo nel panorama geopolitico mondiale, oltre che motivo di rafforzamento dell’asse Mosca-Pechino sempre più distante, per non dire ostile, da Washington. 

Arriviamo quindi all’ultima mossa di Mosca, una nuova richiesta sottoscritta alla Commissione delle Nazioni Unite sui Limiti della Piattaforma Continentale per estendere i diritti sul fondale marino dell’Oceano Artico.

Gli Stati costieri infatti hanno diritto di sovranità sulle loro zone e possono invocare, a fronte di dati e ricerche scientifiche, diritti sul suolo e sul sottosuolo marino della piattaforma continentale estesa. Significherebbe espandere i diritti russi su un’area tremendamente vicina alle zone economiche esclusive di Canada e Groenlandia.  

Dall’art. 76 di UNCLOS ricaviamo la definizione di “piattaforma continentale”:

La piattaforma continentale di uno Stato costiero comprende il fondo e il sottosuolo delle aree sottomarine che si estendono al di là del suo mare territoriale attraverso il prolungamento naturale del suo territorio terrestre fino all’orlo esterno del margine continentale, o fino a una distanza di 200 miglia marine dalle linee di base dalle quali si misura la larghezza del mare territoriale, nel caso che l’orlo esterno del margine continentale si trovi a una distanza inferiore.

La sottomisssione alla Commissione sui Limiti della Piattaforma Continentale la troviamo al punto n.8 del medesimo articolo: 

Lo Stato costiero sottopone alla Commissione sui Limiti della Piattaforma Continentale, istituita conformemente all’Allegato II, dati e notizie sui limiti della propria piattaforma continentale, quando questa si estende oltre 200 miglia marine dalle linee di base dalle quali si misura la larghezza del mare territoriale, sulla base di una rappresentazione geografica imparziale. La Commissione fornisce agli Stati costieri raccomandazioni sulle questioni relative alla determinazione dei limiti esterni della loro piattaforma continentale. I limiti della piattaforma, fissati da uno Stato costiero sulla base di tali raccomandazioni, sono definitivi e vincolanti.

Le funzioni della Commissione le troviamo elencate nell’art. 3 dell’annex II della stessa Convenzione: 

The functions of the Commission shall be: (a) to consider the data and other material submitted by coastal States concerning the outer limits of the continental shelf in areas where those limits extend beyond 200 nautical miles, and to make recommendations in accordance with article 76 and the Statement of Understanding adopted on 29 August 1980 by the Third United Nations Conference on the Law of the Sea; (b) to provide scientific and technical advice, if requested by the coastal State concerned during the preparation of the data referred to in subparagraph (a)

Con questa mossa Mosca mette pressione agli altri Stati costieri in un momento di grande fervore, soprattutto a seguito delle recenti elezioni in Groenlandia che, molto probabilmente, indurranno un brusco rallentamento dei piani cinesi sull’isola. Ma l’asse Mosca-Pechino, almeno in artico, sembra essere abbastanza saldo.

Nell’interpretazione della mossa di Mosca gli esperti si dividono in chi la ritiene una “maximalist submission” e chi invece sottolinea come la Russia stia “playing by the rules” rispettando comunque l’apparato legislativo che in artico governa.

E’ evidente che la Russia preme in un ambiente cui sente di appartenere da sempre e in cui vuole rivendicare i propri diritti al massimo del consentito. La posizione in cui si trova è di certo una posizione di forza, aspetto che le conferisce un buon margine di manovra.

Peraltro il momento non è di certo casuale, alla vigilia infatti della presa di presidenza del Consiglio Artico, la Russia intende ribadire i propri diritti nell’area pur rispettando l’apparato legislativo vigente, ma mettendo pressione su Groenlandia, appena entrata in una nuova era, e sul Canada.

Ma è tutto il sistema ad andare sotto pressione, soprattutto lo stesso apparato legislativo, UNCLOS e la Commissione sui Limiti della Piattaforma Continentale, di cui diverse volte ne è stata sottolineata la debolezza. I rapporti bilaterali hanno spesso funzionato da paracadute per la risoluzione di contese. Sara anche questo il caso?  

Marco Volpe

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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