PANDEMIA E DISUGUAGLIANZE: UN’ANALISI ECONOMICA

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Quali sono stati gli effetti della pandemia sulle disuguaglianze a livello globale? In che modo la ripresa economica può essere più giusta ed equa?

La corsa alla vaccinazione contro il Covid-19 procede rapida nonostante qualche ostacolo lungo il tragitto. Parallelamente, la risposta della politica economica alla pandemia è stata senza precedenti per velocità e dimensioni. I governi hanno fatto un uso rapido e deciso del bilancio statale e le azioni fiscali a livello globale valgono, ad oggi, circa 16 trilioni di dollari, il 90% del PIL degli Stati Uniti.

Tuttavia, il ritmo delle somministrazioni di vaccino varia molto tra Paesi e lo stesso vale per la dimensione dell’intervento statale, il quale dipende in larga parte dagli effetti più o meno intensi della pandemia e, soprattutto, dalla capacità degli Stati di accedere alle risorse dei mercati a prezzi accessibili.

Il sostegno fiscale ha senza dubbio evitato contrazioni economiche ed effetti sull’occupazione ben più gravi di quelle a cui abbiamo assistito. Tuttavia, nonostante l’insindacabile necessità di tale intervento statale nell’economia, esso ha comportato un generale aumento dei disavanzi e dei debiti pubblici. Secondo gli ultimi dati messi a disposizione dal FMI, i disavanzi complessivi a livello globale per il 2020 hanno raggiunto, in media, l’11,7% per i Paesi sviluppati, il 9,8% per le economie di mercato emergenti e il 5,5% per i PVS a basso reddito. 

Ovviamente, la capacità di aumentare la propria spesa varia da Paese a Paese. Se, da un lato, l’incremento dei disavanzi pubblici per i Paesi sviluppati e la maggioranza delle economie emergenti è il risultato di un aumento generalizzato della spesa accompagnato da una diminuzione delle entrate, nella maggior parte dei PVS tale incremento nei livelli di deficit deriva essenzialmente dal crollo delle entrate causato dalla recessione economica e non anche da un incremento della spesa pubblica.

Come riportato dal FMI nel suo ultimo Fiscal Monitor Report, le spese direttamente collegate alla pandemia sono state di circa il 6% del PIL nei Paesi sviluppati, inferiori all’1% nelle economie emergenti e negative rispetto ai dati del 2019 per i PVS. 

Inoltre, anche rispetto all’utilizzo delle finanze pubbliche vi sono differenze sostanziali tra gruppi di Paesi. Se, nelle economie avanzate, circa la metà delle spese sono state indirizzate verso la preservazione dei posti di lavoro e il sostegno alle famiglie, nelle economie emergenti affianco al sostegno dell’occupazione figurano le spese per le opere pubbliche (spesso infrastrutturali).

Inoltre, mentre nei Paesi del G20 le azioni fiscali prevedono un arco temporale pluriennale, nelle economie emergenti gran parte del sostegno fiscale è caratterizzato da un orizzonte temporale più breve. Di conseguenza, tali misure di sostegno rischiano di non essere estese né tantomeno sostituite. Tale tendenza è ravvisabile anche in alcune economie sviluppate e i suoi effetti deleteri sono rinvenibili in alcuni dati messi in evidenza dal FMI.

Negli Stati Uniti il sostegno fiscale ha permesso di ridurre il la percentuale della popolazione al di sotto della soglia di povertà, passata dall’11% di febbraio 2020 al 9,3% di giugno 2020. Tuttavia, la quota è risalita all’11,8% a dicembre, quando alcune misure fiscali sono scadute e non sono state rinnovate.

Ciò dimostra l’importanza di un’azione fiscale pluriennale e non solo limitata a stemperare gli effetti di breve periodo sul sistema economico. Tuttavia, come detto in precedenza, non tutti i Paesi hanno il privilegio di godere di così ampie capacità di intervento, soprattutto a causa delle loro limitate capacità di finanziamento. 

Per ciò che concerne, invece, il livello globale di debito pubblico, esso si attesta, per il 2020, al 97% del PIL e le proiezioni del FMI indicano un livello prossimo al 100% per il 2021. Nonostante il debito pubblico globale continui pericolosamente a crescere, nelle economie avanzate e in molti mercati emergenti i pagamenti medi per gli interessi sono generalmente bassi.

Questo fenomeno è stato possibile grazie all’intervento delle Banche centrali che, perseguendo il proprio mandato, hanno abbassato i tassi di interesse attraverso l’acquisto di titoli di debito pubblico sui mercati. Ciò ha senza dubbio facilitato la risposta fiscale alla pandemia, permettendo a questi Paesi di finanziare le proprie spese a tassi convenienti. 

Tuttavia, lo stesso non vale per i PVS a basso reddito. Per questi Paesi il finanziamento di ampi disavanzi di bilancio continua ad essere impegnativo, sia a causa del limitato accesso ai mercati sia per lo scarso margine di manovra di cui possono servirsi per incrementare le entrate fiscali.

È fuor di dubbio che tali Stati abbiano bisogno di assistenza economica e finanziaria, assistenza che dovrebbe prendere la forma di sovvenzioni, finanziamenti agevolati o, in alcune ipotesi, ristrutturazioni o cancellazioni del debito.

L’incertezza riguardo alle prospettive di bilancio a medio termine è elevata come mai prima d’ora. Analizzando la situazione con una buona dose di ottimismo, un aumento nelle somministrazioni delle dosi di vaccino potrebbe accelerare la fine della pandemia, incrementando le entrate e riducendo notevolmente la necessità di predisporre aiuti fiscali.

Nelle più pessimistiche delle previsioni, invece, una recessione economica più prolungata e una campagna vaccinale a rilento potrebbero portare ad un inasprimento delle condizioni di finanziamento che, sommate agli alti livelli di debito sia pubblico che privato, potrebbero portare ad un numero elevato di fallimenti societari e ad una maggiore volatilità dei prezzi delle materie prime. Ciò si tradurrebbe in un aumento della disoccupazione e del malcontento sociale, e, più in generale, in un’inibizione della ripresa. 

In altre parole, più la pandemia persiste, più grande è la sfida per le finanze pubbliche.

Tuttavia, un dato risulta incontrovertibile: la pandemia ha esacerbato le persistenti condizioni di disuguaglianza e povertà e ha dimostrato l’importanza degli ammortizzatori sociali. Tuttavia, sono molti gli Stati che non possono contare su una rete di sicurezza sociale atta a garantire l’accesso, tra le altre cose, ai servizi di base, all’assistenza sanitaria e all’istruzione.

Questa tendenza, intensificata notevolmente dalla pandemia, comporterà ulteriori divari di reddito che potranno protrarsi per generazioni. Sotto questo aspetto l’accesso universale ai vaccini e una loro rapida somministrazione a livello globale risultano decisivi, sia sotto l’aspetto economico sia, soprattutto, sotto quello sanitario. Questo perché un eccessivo ritardo nelle vaccinazioni a livello globale potrebbe portare alla nascita di nuovi ceppi più letali del virus, causando, al contempo, un nuovo ritardo nella ripresa economica. 

Ciò detto, le disuguaglianze hanno indubbiamente peggiorato l’effetto della pandemia e i suoi risvolti economici non hanno fatto altre che intensificare questa già persistente condizione. A dimostrazione di quanto appena detto, i Paesi con un miglior accesso all’assistenza sanitaria hanno registrato tassi di mortalità più bassi rispetto a quei Paesi che, invece, non possono contare su un sistema previdenziale efficiente. Inoltre, i Paesi con una maggiore povertà relativa e un’alta densità abitativa sono quelli che hanno presentato (e, in parte, continuano a presentare) il numero più alto di contagiati. 

Ancor più preoccupante, la pandemia sembra aver ampliato le disuguaglianze anche all’interno delle economie sviluppate. I dati contenuti nei database del FMI mostrano con chiarezza come gli effetti della pandemia siano stati decisamente più severi per le famiglie a basso reddito.

Tali famiglie hanno sperimentato una contrazione dei consumi, una diminuzione dei risparmi e un incremento dei debiti. Ciò sembra suggerire che vi sia stato un tendenziale calo del reddito per tale strato di popolazione. All’opposto, le famiglie più abbienti hanno visto incrementare notevolmente la propria ricchezza. 

A questo punto sembra lecito domandarsi: cosa possono fare gli Stati per stimolare la ripresa economica e, al contempo, ridurre le disuguaglianze?

Una volta che le restrizioni verranno allentate grazie al successo della campagna vaccinale, ogni Stato dovrà attuare le proprie politiche di ripresa economica tenendo conto anche delle proprie caratteristiche strutturali. Il compito dei governi sarà quello di limitare il più possibile gli effetti economici a lungo termine della pandemia e di allocare efficientemente le risorse a tal fine.

Le politiche emergenziali di supporto alle famiglie e alle imprese non potranno di certo essere troncate da un giorno all’altro, ma dovranno essere gradualmente ridotte. Tali risorse dovranno poi essere rindirizzate prima di tutto verso politiche a sostegno dell’occupazione. Tuttavia, non esiste una formula di successo applicabile a tutti gli Stati, a causa soprattutto delle enormi differenze che li contraddistinguono.  

Ciò nonostante, una forte cooperazione internazionale risulta imprescindibile per attenuare gli effetti sulle disuguaglianze, sia interne agli Stati sia tra gruppi di Stati. Sul fronte sanitario questo si dovrebbe tradurre in un impegno costante da parte dei Paesi sviluppati volto a garantire un’adeguata produzione mondiale di vaccini e una loro distribuzione universale a prezzi accessibili.

In secondo luogo, tali Paesi dovrebbero garantire l’accesso alla liquidità a quelle economie più compromesse dal punto di vista finanziario. Infine, ma non meno importante, l’attenzione dovrebbe essere rivolta anche alla lotta all’elusione e all’evasione fiscale e, più in generale, alla limitazione del trasferimento transfrontaliero degli utili. 

La pandemia ha focalizzato l’attenzione sulla capacità di reazione alle situazioni emergenziali da parte dei governi di tutto il globo. Al contempo essa ha messo in luce con chiarezza una questione da sempre nota: la capacità di risposta degli Stati differisce notevolmente in base alla loro capacità fiscale e al loro livello di sviluppo economico.

Tale persistente tendenza può essere superata solo attraverso la cooperazione internazionale. Gli Stati, cooperando, dovrebbero promuovere politiche volte a favorire lo sviluppo a livello globale. D’altronde, come dimostrato dalla pandemia, nel mondo fortemente interconnesso in cui viviamo nessuno Stato può permettersi di ignorare le conseguenze economiche e sanitarie causate dalla diversa velocità di sviluppo che caratterizza la Comunità internazionale. 

Solo una lotta costante alle disuguaglianze e la promozione dello sviluppo a livello globale possono rendere la Comunità internazionale davvero resiliente di fronte ad eventuali nuove situazioni emergenziali, qualsiasi sia la loro natura e la loro portata. 

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