LA CENSURA NELLE PANDEMIE DI SPAGNOLA E COVID

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Il coronavirus ha accelerato i meccanismi di controllo da parte dei governi di tutto il mondo, ma lo stesso era già accaduto un secolo fa con il virus H1N1.

La censura ai tempi della Spagnola

A più di un anno dallo scoppio della pandemia abbiamo già sentito molte volte accomunare il coronavirus con altre epidemie del passato, quali la peste o la spagnola. Abbiamo letto le considerazioni solite sul diverso grado di interconnessione globale, sulla differenza di una società ultra-veloce come la nostra rispetto a quella dei nostri antenati e sulla maggiore protezione igienico-sanitaria di cui ora fortunatamente godiamo. Eppure, ci sono anche altri aspetti da analizzare che invece non sono affatto scontati.

La necessità di tenere sotto controllo la diffusione del contagio ha fatto sì che i governi si siano dotati di strumenti eccezionali per monitorare i cittadini. Quest’ultimi, che gli piaccia o meno, hanno ceduto porzioni della propria libertà per poter godere in cambio di una maggiore sicurezza collettiva. Ci sono diversi casi di Stati dove questo processo ha assunto una dimensione orwelliana in cui il governo ha ormai assoluto controllo dei media e della comunicazione. Uno su tutti la Cina, ma anche altre nazioni vivono in una situazione nella quale il governo fa sentire esclusivamente la propria voce sui dati riguardanti la pandemia. 

Prima però di analizzare quello che accade oggi, occorre ricordare che il fenomeno della censura sulle epidemie era già in atto un secolo fa con la Spagnola. Paolo Mieli, nel suo libro “Le verità nascoste: trenta casi di manipolazione della storia”, parla a tal proposito della censura attuata dai governi nei confronti dei casi di Spagnola.

Già il nome è emblematico: si chiama Spagnola solo perché la Spagna fu uno dei pochi Stati a non fare censura e a divulgare i dati effettivi del contagio, quindi l’opinione pubblica mondiale additò lo Stato di Cervantes come colpevole della pandemia. L’epidemia è invece probabilmente cominciata negli Stati Uniti nel marzo 1918, quando un ranciere del Kansas si presentò all’infermeria di Camp Funston con sintomi di mal di gola, febbre e mal di testa. Da lì in poi il numero dei malati crebbe vertiginosamente.

Gli USA erano già in guerra dall’autunno del 1917, ma nei mesi a seguire centinaia di migliaia di soldati americani continuarono ad imbarcarsi per l’Europa a fianco dell’Intesa, portando aiuto militare e nuovi contagi. Nella primavera del 1918 Francia, Italia, Gran Bretagna e Spagna cominciarono ad avere molti malati. In Spagna addirittura nel giro di tre giorni vennero contagiati 2/3 dei madrileni, tra cui il Re, il primo ministro e molti esponenti governativi. Ciò nonostante, non fu per questo che l’epidemia venne ribattezzata Spagnola.

Nei paesi belligeranti le notizie riguardanti l’epidemia erano sottoposte a censura per evitare di demoralizzare la popolazione e apparire deboli agli occhi dei nemici. Lo stesso però non accadeva in Spagna, la quale si dichiarò neutrale durante il primo conflitto mondiale. 

La popolazione americana, francese e inglese, grazie alla complicità tra stampa e governo, fu all’oscuro della pandemia per i primi mesi e continuò a chiamarla “influenza spagnola”. Fenomeno che fa venire in mente la definizione che diede Trump al Covid di “virus cinese”.

Anche quando ci si rese conto che si trattava di una pandemia mondiale, i Paesi vincitori continuarono a definirla “Spagnola”. La censura funzionava per il morale della popolazione ma non rendeva i soldati sul fronte immuni. Nella primavera del 1918, si ammalarono ¾ delle truppe francesi e più della metà di quelle inglesi.

Solo a maggio in Germania morirono 900mila persone. Tra il 1918 e il 1920 si stima che morirono tra 50 e 100 milioni di persone e ne furono contagiate 500 milioni, su una popolazione totale di 2 miliardi. La pandemia colpì anche gli angoli più remoti della terra e la censura non fece altro che dare man forte al virus. Una storia di più di 100 anni fa che però oggi ritorna prepotentemente.  

Lo Stato-censore del Covid

L’associazione per la libertà di stampa Reporters sans frontiéres (RSF) ha riportato in un’indagine che il numero di arresti di giornalisti, arbitrari e non, è quadruplicato nel periodo marzo-maggio 2020. Proprio durante il boom della prima ondata pandemica. Sono stati coinvolti in incidenti legati alla copertura giornalistica circa 450 giornalisti, un numero che descrive uno scenario preoccupante per la professione e per la ricerca della verità.

In Asia, dove è cominciato tutto, si concentra anche il maggior numero di giornalisti attualmente in carcere per aver indagato sul Covid: sette sono in Cina, due in Bangladesh e uno in Birmania. In Cina, oltre ai giornalisti, sono sotto stretta sorveglianza informatica anche tutti i cittadini. Infatti, vi è una Grande Muraglia digitale che non permette ai navigatori del web di scambiare opinioni sul governo e, dallo scoppio della pandemia, mettere in questione la risposta governativa al virus. La Cina riesce a essere così efficace nella censura informatica grazie all’apposito ufficio della Cyber Administration of China (CAC). 

Tuttavia, a dicembre 2020 un gruppo di hacker è riuscito a trafugare importanti documenti appartenenti alla CAC. La CAC fu creata da Xi Jinping nel 2014 e risponde direttamente al Comitato centrale del Partito Comunista. In ordinaria amministrazione la CAC si occupava di controllare lamentele contro il governo e questioni di ordine pubblico. Da gennaio 2020 la CAC ha assunto funzioni ben più importanti.

In particolare, nei primi mesi del 2020 venne vietato ogni paragone tra Covid e SARS (che causò un’epidemia molto grave nel 2002 in Cina), poi vennero redatte delle norme restrittive su come dovessero essere impostate le homepage e gli articoli dei siti web, venne sancito l’obbligo di seguire solo fonti governative ufficiali e parole come “letale” vennero bandite per non mostrare la natura spietata del Covid.

Emblematica fu la morte del dottore Li Wenliang, il quale già a dicembre 2019 aveva lanciato l’allarme sul nuovo virus. Lo stesso Li morì di Covid nel febbraio 2020 e diventò presto un’icona mediatica contro la censura governativa. Molti utenti espressero cordoglio per il medico e criticarono la censura del governo cinese, il quale rispose con una dura repressione verso chi commentava online. Inoltre Pechino si avvalse del suo esercito di funzionari, usati per elogiare la macchina pubblica e commentare esclusivamente in modo positivo le scelte del governo. 

wumao, così vengono definiti poiché percepivano 50 yuan per ogni commento positivo, aiutano il governo anche agendo come delatori di chi critica il regime. Il Covid ha visto crescere la rilevanza di tali attori, tanto che la paga dei wumao è aumentata a 160 yuan (circa 20 euro) per un post di almeno 400 parole e 2,5 yuan (30 centesimi) per le segnalazioni dei commenti negativi.

L’obiettivo finale dell’azione di censura non è solo di evitare il panico, ma soprattutto di dare la sensazione che la risposta governativa al Covid sia efficace e adeguata agli occhi dell’opinione pubblica. Così non stupisce che la morte del medico Li sia stata presto archiviata rispondendo all’esigenza dello Stato-censore cinese. App come WeChat e YY sono state gestite in modo censorio sin da dicembre 2019, quando frasi come “polmonite sconosciuta a Wuhan” o “mercato del pesce a Wuhan” sono state censurate da YY (social con più di 800 milioni di utenti).

Poco dopo lo stesso accadde per tutti gli altri termini di riferimento al Covid-19. In uno studio di Citizen Lab emerge che i social media cinesi YY e WeChat avevano già intrinseche delle funzioni di tipo censorio: ci sono elenchi di parole chiave che permettono di evitare che una di queste venga inviate in chat. Infatti, quando un messaggio viene inviato su WeChat (piattaforma da più di un miliardo di iscritti) passa attraverso il server di TenCent – la società madre di WeChat – che controlla che non ci siano alcuna delle parole della black list.

Ma non solo Cina. Anche in Medio Oriente diversi governi approfittando della pandemia hanno rafforzato il controllo sulla popolazione. In Iran due giornalisti sono tuttora detenuti per articoli riguardanti il Covid, oltre al fatto che Teheran nei primi mesi dell’epidemia pare aver fornito dati molto al ribasso su contagi e morti effettive.

Non sorprende che lo stesso stia accadendo in Turchia, dove da anni i giornalisti sono in seria difficoltà. Di certo non aiutano le dichiarazioni di Erdogan, il quale ha dichiarato: “Il paese va salvato non solo dal coronavirus ma pure dai virus mediatici e politici”, aggiungendo poi: “I giornalisti non stanno facendo altro che vomitare false informazioni sul Covid-19 più dannose del virus stesso”.

Basti pensare che la recente amnistia decisa da Istanbul per abbassare i contagi ha liberato 90mila carcerati, ma nessuno di questi era un giornalista. Il dibattito pubblico è pressoché assente e i giornalisti vengono arrestati con accuse di “causare il panico” solo per aver criticato le scelte governative in merito al Covid.

Conclusioni

Nel 2020, stando a RSF, sono 387 i giornalisti e le giornaliste in prigione. La Cina è davanti a tutti con 117 arresti, seguono poi Egitto con 30, Arabia Saudita con 34, Vietnam 28 e Siria 27. In Russia ci sono stati più ordini di restrizione di contenuti (in merito al Covid) nei primi cinque mesi del 2020, rispetto a tutto il 2019.

In India, è stato deciso che nessuna informazione può essere pubblicata se prima non viene confrontata, e poi adeguata, con la posizione governativa ufficiale. In sostanza, si sta assistendo ad una forte stretta dei governi sulla libertà di stampa. Questo sembra essere il prezzo da pagare se si vuole evitare la diffusione di fake news sul Covid, però è un prezzo decisamente troppo alto.

Ciò che emerge è che nei paesi dove la stampa già era indebolita il coronavirus abbia peggiorato ulteriormente la situazione, dando un duro colpo alla libertà di espressione e pensiero. Nonostante siano passati più di 100 anni dalla Spagnola anche oggi alcuni governi non hanno rinunciato a ricadere negli errori della storia, lottando contro la libera informazione invece che contro la pandemia.

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