IN AFRICA LA SOSTENIBILITÀ PASSA DALLA TRADIZIONE

Se dovessimo pensare al continente africano ci verrebbe sicuramente in mente l’aridità di molti dei suoi paesaggi. Quest’immagine del continente, sebbene piuttosto parziale, rimanda a uno dei problemi più sentiti fra le popolazioni africane; la mancanza d’acqua. Alcuni studi recenti hanno tuttavia dimostrato che le pianure riarse di questa terra giacciono sopra un mare sotterraneo che parrebbe avere le potenzialità per risolvere nel breve periodo i problemi di approvvigionamento idrico dell’intero continente. Ma nel lungo periodo tale pratica sarebbe sostenibile?

L’Africa è un continente immenso che racchiude al suo interno un numero sensazionale di realtà ed ecosistemi diversi, ognuno con le sue peculiarità. L’estensione territoriale si presta infatti a contenere una variabilità climatica sorprendente che vede l’alternarsi continuo di zone umide e desertiche. Nonostante questa estrema varietà ci sono alcuni problemi che attanagliano il continente nella sua globalità. Uno di questi è la penuria idrica.

Si calcola che nel mondo un abitante su cinque non abbia accesso all’acqua pulita. Questo dato assume in Africa una connotazione ben più drammatica. Si stima infatti che qui circa un abitante su tre non abbia accesso a una fonte idrica sicura (circa 400.000 ab.).

Basta questo dato per capire la portata del problema e le innumerevoli conseguenze che da esso possono derivare. In tempi di pandemia ad esempio la mancanza di strumenti per il soddisfacimento delle regole igieniche di base favorisce la diffusione del contagio in una terra che possiede ben poche risorse per farvi fronte.

Non trascurabile è anche il fatto che solo il 5% delle terre coltivabili sia irrigato, con conseguenze importanti in termini di fabbisogno nutritivo. La manifestazione più tangibile di questo aspetto è la crescita costante del numero delle persone colpite da insicurezza alimentare, che al momento si aggira intorno ai cinque milioni.

È chiaro come la maggior parte di questi gruppi andrà in un futuro non troppo lontano ad alimentare la già nutrita schiera di profughi climatici (circa 3 milioni) influenzando drammaticamente i dati di siffatto fenomeno,

La genesi del problema è molteplice. Possiamo infatti rintracciarla sia in tendenze globali di lungo periodo che in criticità endemiche del continente. Fanno parte del primo gruppo le emergenze legate al global-warming. Il riscaldamento globale infatti fa registrare in Africa un aumento delle temperature sensibilmente maggiore rispetto al resto del mondo a causa di peculiarità ambientali e geografiche del territorio. Conseguenza di ciò è l’alternanza di aree provate dalla siccità, come l’Africa meridionale che registra il più basso livello di piogge degli ultimi quarant’anni e aree soggette a grandi alluvioni e inondazioni. 

Nonostante il continente contribuisca al problema con solo il 5% di emissioni di gas serra, lo stesso si classifica di fatto come il più colpito dall’emergenza climatica. Numerose sono le azioni messe in campo a livello globale per la riduzione dell’inquinamento ma spesso a causa di strategie politicamente sconvenienti dal punto di vista del consenso, gli Stati tralasciano volutamente di considerare nelle loro strategie di policy i principali responsabili di tali emergenze, come l’agribusiness, la zootecnia ecc.

Nonostante lo scenario sconfortante, alcuni studi come quello del British Geological Survey o ancora quelli pubblicati sulla rivista Environmental Research Letters, hanno dimostrato la presenza di un’immensa riserva di risorse idriche nel sottosuolo africano. La distribuzione delle risorse appare tuttavia disomogenea. Alcune riserve (quelle più grandi) sono infatti situate in prossimità della costa nordafricana e del Sahel. Altre di entità minore si trovano nel centro e nella fascia meridionale.

Dallo studio è emersa la presenza di un quantitativo idrico circa cento volte superiore a quello contenuto nei bacini superficiali dell’interno continente, per una quantità stimata di circa mezzo milione di chilometri quadrati d’acqua. L’acquifero ha una storia millenaria.

Si pensa infatti che le suddette risorse giacciano nel sottosuolo da più di cinquemila anni in bacini circoscritti, dunque non ricaricati se non in minima parte dall’acqua piovana. Quel che la natura cela nel sottosuolo è infatti quanto resta delle risorse che una volta scorrevano in superficie su tutto il continente e che anno dopo anno si sono sensibilmente ridotte.

Una tale quantità d’acqua permetterebbe di risolvere i problemi di approvvigionamento di tutta l’Africa nel breve periodo. Quel che però appare semplice secondo il mero calcolo teorico si scontra necessariamente con le criticità legate all’implementazione pratica dell’idea.

Tralasciando i problemi legati alla mancanza di tecnologie per l’estrazione, la raccolta, lo stoccaggio e la distribuzione dell’acqua, è infatti necessario chiedersi in che modo sfruttare la stessa, che date le circostanze si sostanzia come una risorsa “non rinnovabile”.

Le trivellazioni sfrenate infatti non sarebbero sostenibili sotto il profilo dei tempi di rinnovo in quanto il sovra-sfruttamento che ne deriverebbe provocherebbe la depauperazione della risorsa in tempi infinitesimamente minori rispetto a quelli del suo ripristino. Gli studi sui tempi di ricarica delle falde sotterranee infatti, sebbene in stato embrionale, dimostrano che solo l’utilizzo di metodi estrattivi su piccola scala sarebbero in tale circostanza convenienti.

La strategia più opportuna per lo sfruttamento di tale risorsa dunque non passerebbe dal perfezionismo tecnologico, quanto più dall’accostamento di strumenti di prelievo moderni e tecniche di estrazione tradizionali come i pozzi con pompe manuali che posizionati in luoghi strategici permetterebbero lo sfruttamento idrico sulla base delle effettive necessità della popolazione, riducendo al minimo gli sprechi e impattando in modo ridotto nella quantità disponibile nei bacini.

Un buon traguardo verso cui tendere per l’implementazione delle sopraccitate linee di policy sarebbe quello dell’equilibrio fra utilizzo della risorsa e ricarica delle falde. Sebbene le dinamiche siano profondamente diverse e si dipanino su scale temporali difformi, possono tendere a una conciliazione di lungo periodo tramite un approccio integrato che implichi da una parte lo sfruttamento di tecnologie finalizzate ad aumentare la capacità di invaso delle acque piovane e dall’altra lo sfruttamento di risorse non convenzionali, come il riciclo delle acque reflue.

Tali approcci in virtù della costante riduzione della disponibilità di risorse idriche, dovranno verosimilmente essere applicati in un futuro non troppo lontano anche nei Paesi del nord del mondo. In caso contrario il problema della carenza idrica assumerà i tratti di una vera e propria battaglia per la sopravvivenza che a differenza di quanto accade ora non permetterà più indugi e differimenti.

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