IL CAMBIAMENTO DELLA POLITICA D’IMMIGRAZIONE GIAPPONESE NON AVVERRÀ IN UN GIORNO

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La Dieta giapponese sta discutendo circa la revisione delle politiche d’immigrazione del paese, da sempre molto rigide e poco conformi agli standard fissati dalle Nazioni Unite

Una storia di impenetrabilità

Il mosaico di impenetrabilità del Giappone in riferimento alle politiche migratorie si costruisce storicamente a partire dalla Rivoluzione Bolscevica del 1917 quando diversi membri dell’élite russa si recarono verso est.  L’Impero giapponese, in piena epoca Taishō , non riconobbe loro lo status di rifugiati ma ad alcuni fu comunque permesso di rimanere in Giappone; caso emblematico è quello di Fyodor Morozoff, immigrato russo che una volta stabilitosi a Kobe fondò un’azienda dolciaria, molto famosa ancora oggi in tutto il paese.

Dinamica simile si è ripetuta alla fine degli anni ‘30 con la persecuzione degli ebrei in Europa. Molti arrivarono in Giappone dalla Polonia occidentale, occupata dai nazisti, con visti di transito rilasciati da un diplomatico giapponese,  Sugihara Chiune. Nonostante i rischi corsi e gli sforzi di Sugihara molti ebrei non riuscirono comunque ad ottenere lo status di rifugiati. 

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nel luglio del 1951, venne adottata la Convenzione delle Nazioni Unite relativa allo status dei rifugiati (la Refugee Convention), un’accurata codificazione dei diritti dei richiedenti asilo a livello internazionale. Nello stesso anno, il Giappone varò la sua legge sul controllo dell’immigrazione e sul riconoscimento dei rifugiati (Immigration Control and Refugee Recognition Act).

Fu soltanto nel 1981 a causa della guerra in Vietnam e dei profughi provenienti da Vietnam, Laos e Cambogia che il Giappone firmò la Convenzione delle Nazioni Unite rivedendo così la sua legislazione nazionale. La legge sul controllo dell’immigrazione ed il riconoscimento dei rifugiati è stata comunque oggetto nel tempo di diverse revisioni, in particolar modo a seguito di eventi bellici o di emergenza umanitaria, sotto la pressione della comunità internazionale. 

Cosiddetti passi in avanti sono però stati compiuti con il governo Abe, per esempio nel 2016 quando il governo decise di accettare nel paese gli immigrati siriani come studenti, mossa che venne prontamente definita da diversi media nazionali e internazionali come una delle “contrastanti risposte giapponesi alla crisi dei rifugiati siriani”

Il programma “Tokutei ginō” e i lavoratori immigrati 

Nel 2019, sotto la guida dell’allora primo ministro Abe Shinzō, venne introdotto fra le politiche d’immigrazione un particolare programma di visti per “Tokutei ginō” (特定技能) cioè che accoglie nel paese immigrati competenti in determinati settori, offrendo due categorie di visto: un primo che permette al lavoratore di stabilirsi e lavorare in Giappone per un massimo di 5 anni, senza i membri della sua famiglia; e un secondo tipo che invece consente al lavoratore di prolungare il suo soggiorno nel paese. 

Questa riforma è legata soprattutto a questioni di tipo economico poichè il Giappone, in maniera simile all’Italia, soffre la carenza di manodopera ed è in crisi demografica per tasso di fecondità totale basso e invecchiamento della popolazione: secondo una stima del 2016  in Giappone una persona su quattro risultava avere un’età pari o inferiore ai 65 anni.  Non a caso, tali stime demografiche fanno riferimento anche a fattori come l’immigrazione. 

Nel caso in cui venga violato il limite di tempo del visto, la procedura per i cittadini stranieri prevede il rimpatrio o la detenzione nei centri appositi sparsi su tutto il territorio giapponese. Secondo un reportage del The Mainichi la maggior parte dei cittadini stranieri che ricevono l’ordine di espulsione lasciano effettivamente il paese ma coloro che invece hanno famiglia in Giappone o che temono per la loro incolumità nel paese di origine rifiutano di essere espulsi e si ritrovano così nei centri di detenzione per immigrati . Con l’avvento della pandemia inoltre il numero di detenuti è diminuito, molti sono stati rilasciati dalle autorità per limitare il rischio di contagi anche se da un rapporto dell’Ufficio immigrazione a giugno 2020 erano ancora 527 le persone detenute. 

La necessità di una revisione 

Negli ultimi due anni le migrazioni in Giappone sono in aumento, in particolare dai paesi del sud-est asiatico che fra le altre cose stanno accusando più di altri l’emergenza climatica, si parla infatti già da un po’ di anni di migrazioni e migranti climatici, gruppi di persone che si spostano dal loro paese di origine a causa di alluvioni, catastrofi naturali o anche semplicemente a seguito di cambiamenti insostenibili dell’ecosistema in cui vivono. 

Il punto nevralgico della politica migratoria giapponese è la quantità di domande per status di rifugiato che vengono respinte: a paragone con paesi che hanno un PIL simile, il Giappone accoglie e garantisce asilo a meno dell’1% di rifugiati che fanno domanda.  

La stessa permanenza nei centri di detenzione di cui sopra può rivelarsi non proprio sicura,  per periodi che vanno da 6 mesi ad addirittura 3 anni, tant’è che per questa prassi il governo giapponese è stato spesso accusato di violazione dei diritti umani. A settembre 2020 infatti proprio il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha dichiarato che la politica di detenzione a lungo termine del Giappone viola le Convenzioni Internazionali sui diritti umani. 

A fronte di tali dichiarazioni il 19 febbraio l’esecutivo del Primo Ministro Suga Yoshihide ha approvato una revisione alla legge sul controllo dell’immigrazione e sul riconoscimento dei rifugiati ed è in attesa che la maggioranza all’opposizione approvi. 

Le previsioni dei diversi media giapponesi però, fra cui la stessa NHK, non lasciano spazio ad alcuna speranza di rinnovamento positivo, al contrario le nuove disposizioni non risolverebbero il problema, proporrebbero soltanto delle soluzioni parziali. 

E’ della stessa opinione Arikawa Kenji, il direttore del Centro Rifugiati Arrupe nella prefettura di Kanagawa, soprattutto per quel che riguarda la responsabilità legale del rifugio se un detenuto evade e la questione delle spese mediche, visto che la maggior parte dei detenuti stranieri non ha diritto al welfare offerto dallo Stato.

La nuova proposta ridurrebbe inoltre da 5 ad 1 anno il divieto di provare nuovamente ad entrare in Giappone dopo un’espulsione, a patto che il cittadino straniero torni al paese d’origine a proprie spese. 

In aggiunta una particolare disposizione permetterebbe di espellere i richiedenti asilo che hanno richiesto lo status di rifugiato tre o più volte.  Questo punto in particolare sembrerebbe violare il principio di non-refoulement (ai sensi dell’art.33 della Convenzione di Ginevra) secondo cui coloro che fanno richiesta dello status di rifugiati non possono essere rimpatriati in un paese in cui potrebbe essere in pericolo la loro libertà o addirittura la loro vita. 

Presso la Dieta Giapponese verranno discusse sia la bozza del governo che la proposta dei partiti d’opposizione, i quali sostengono che la nuova revisione non protegge adeguatamente i diritti dei cittadini stranieri e, come sostenuto dalla rete di solidarietà nazionale, non risolve la detenzione né la bassissima percentuale di profughi e richiedenti asilo che vengono accolti.  

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