IL BRIGANTAGGIO E LE ORIGINI DELLA MAFIA

“Costituire l’Italia, fondere insieme gli elementi diversi di cui si compone, armonizzare il Nord con il Sud, offre tante difficoltà quante una guerra contro l’Austria e la lotta con Roma”. Così scriveva Cavour, emblematicamente.

Con il raggiungimento dell’Unità d’Italia, uno dei molteplici problemi che il neonato Stato si trova ad affrontare è certamente il fenomeno del cosiddetto “brigantaggio” nelle regioni meridionali della penisola. Con questo termine ci si riferisce ad un evento non costituito da semplici ribellioni sporadiche ma talmente esteso, radicato e così violento che non a torto viene ormai identificato come una vera e propria guerra civile.

Il fattore scatenante è il malcontento che nasce tra i braccianti e i contadini soprattutto a seguito dell’Unità, causato dall’improvviso peggioramento della loro condizione economica. Non si può di certo affermare che durante il dominio borbonico i contadini del Sud se la passassero bene; (se consideriamo come delle felici parentesi gli investimenti effettuati sulla città di Napoli e la costruzione al Sud del primo treno), negli ultimi trent’anni precedenti l’Unità la situazione era certamente già in peggioramento.

Ciononostante, i contadini, che rappresentavano la maggior parte della popolazione, erano al tempo della dominazione del re Francesco II di Borbone liberi di commerciare i loro prodotti agricoli; con l’Unità anche questa libertà viene loro negata.

Tra le più gravose disposizioni entrate in vigore con il nuovo Governo rientrano infatti la tassa sul macinato, (che era una tra le misure rientranti in un più generale regime fiscale soffocante); la privatizzazione delle terre a vantaggio dei proprietari terrieri che ampliano così i loro possedimenti in cambio di fedeltà al governo e l’introduzione del servizio militare obbligatorio (durante il regime borbonico, invece, la maggior parte delle truppe erano formate da mercenari svizzeri).

Ad aumentare il malcontento della popolazione del sud italia si aggiunge inoltre una propaganda negativa da parte della Chiesa che vede questa Unità come una minaccia alla propria fede cattolica a causa della questione romana,( non a caso Roma viene annessa solo nel 1870) ed il basso clero, che era a contatto diretto con la popolazione, rafforza questa idea. La stessa corte borbonica in esilio a Roma invia mercenari per enfatizzare il fenomeno e creare sommosse.

Tutto questo sfocia in un malconteno violento e politicizzato, che attraverso la lotta armata reclama tutte le promesse violate; è il rifiuto di ciò che i contadini del sud vedono solo come l’insediamento dell’ennesimo dominatore straniero.

Il Regno d’Italia risponde con la legge Pica del 1863 che stabilisce una deroga alla giustizia ordinaria prevedendo la condanna a morte per i briganti e i lavoro forzati per coloro che non avessero opposto resistenza e per quei civili accorsi in loro aiuto.

Nello stesso anno una vera e propria repressione per reprimere il brigantaggio viene portata avanti sotto gli ordini del generale Enrico Cialdini: i briganti vengono fermati, ma la questione che ne ha dato origine e che rappresenta la ratio e il cuore pulsante di questa ribellione no; ci si ferma alla superficie del fenomeno, ci si interessa soltanto di bloccare le violenze, senza comprendere le ragioni che vi stavano alla base e che si svilupperanno, infatti, nella questione meridionale.

Lo stesso Gramsci definirà l’Unità come “una rivoluzione fallita perché non aveva saputo cogliere l’adesione delle masse contadine che erano la maggior parte del popolo italiano”.

La peculiarità di questo fenomeno è quindi proprio la sua connotazione politica, caratteristica che lo distingue dal mero banditismo.

Anche al Nord la maggior parte della popolazione è fatta di contadini, ma la differenza fondamentale rispetto al sud ed il motivo per il quale al nord non si ebbe una vera e propria lotta armata è certamente una violenza generalmente più diffusa al sud ma soprattutto un coinvolgimento quasi sentimentale nel Risorgimento così come pensato e voluto da Garibaldi.

Non bisogna dimenticare, infatti, che Garibaldi sbarca in Sicilia e attraversa il sud; la gente lo vede, lo ascolta, decide di unirsi a lui perchè rappresenta la speranza del cambiamento, quella speranza di poter migliorare sul serio la propria condizione di vita, appropriarsi delle terre coltivate, festeggiando la Repubblica.

Non deve e non può quindi sorprendere l’amara delusione del popolo quando realizza che tutto questo non solo non è avvenuto, ma ha determinato anche un peggioramento delle loro condizioni di vita già di per sé miserevoli, rappresentando insomma il semplice passaggio dalla dominazione borbonica a quella piemontese. Il sogno di liberazione dalla oppressione borbonica è stato deluso e questo ha provocato la rabbia che ha alimentato per anni il fenomeno del brigantaggio. 

In Sicilia la questione si pone diversamente. Una delle caratteristiche del brigantaggio post unitario in questa regione era infatti l’assenza del connotato politico di cui si parlava prima. Spesso, semplicisticamente, si associa al fenomeno del brigantaggio la nascita e la diffusione del fenomeno mafioso, ma in realtà si tratta più di due eventi che si sviluppano parallelamente (pur essendo vero che alcuni dei “picciotti” di mafia, che infatti esisteva già prima del Risorgimento, hanno combattuto nelle file garibaldine; ma alla fine furono semplicemente rispediti nell’illegalità a causa della mancanza di quel cambiamento al quale si auspicava.)

Se il brigantaggio ha una connotazione politica e sociale, la mafia no, è quella che rappresenta il becero banditismo, che esiste già prima dello sbarco di Garibadi a Marsala.

Secondo lo storico Lupo il termine Mafia, in origine, ci è reso noto da uno dei maggiori etnologi dell’800, il palermitano Giuseppe Pitrè secondo il quale il termine era già in uso in Sicilia prima dell’Unità d’Italia, come “sinonimo di bellezza, e “mafiusedda” era infatti un aggettivo che definiva una ragazza fiera e bella, poi perse questa accezione positiva per assumerne un’altra negativa più vicina a malandrinaggio”. Di mafiosi si parla per la prima volta nel 1862-63 in una commedia popolare di nome “I mafiusi di la Vicaria”.

Il fenomeno mafioso è stato considerato frutto di strutture economico-sociali particolarmente arretrate, di un universo sociale in cui non esisteva una classe media ma soltanto una netta contrapposizione tra ricchi, nobili latifondisti, affittuari e contadini poverissimi. I grandi affittuari erano conosciuti sotto il nome di “gabellotti” ed erano loro, a servizio dei baroni, ad approfittare dell’assenza dello Stato autogestendosi, creando proprie forze armate chiamate “campieri”.

Chi gestiva davvero e, dunque, decideva erano i gabellotti, al di sotto dei proprietari-baroni che restavano fuori dalla gestione, possedevano senza lavorare. In concreto erano i gabellotti a sfruttare i contadini, ad avere il monopolio delle risorse agricole del territorio, a ricattare ed usurpare. Ed è tra questi costumi e malaffare che possiamo ritrovare la mafia. I mafiosi controllano anche il confine tra campagna e città chiedendo il pagamento di un imposta sulle merci che entano in città, gestiscono già lo scambio di consenso elettorale contro favori.

Nell’ipotesi in cui i contadini, (o peggio di loro i braccianti e chi lavorava stagionalmente) si opponessero alla ingiustizia del caso, si applicavano dapprima consigli, poi intimidazioni sino ad arrivare alle uccisioni. La prima vittima di mafia conosciuta risale infatti al 1803: l’ex sindaco di Palermo Emanuele Notarbartolo; e, nel 1909 è il turno di un poliziotto italo americano, Joe Petrosino venuto in Sicilia per indagare sugli intrecci della mafia siciliana con quella americana.

“Tutto deve cambiare affinchè nulla cambi”: i baroni c’erano e rimangono anche dopo l’Unità e quegli uomini di cui si servivano per spadroneggiare seppero entrare nei giochi della politica, espandersi ed assumere sempre più potere. A parlare di mafia con i connotati che conosciamo noi oggi fu per la prima volta il giurista Santi Romano, alla fine della seconda guerra mondiale, definendola come “una associazione quasi avente un proprio ordinamento parallelo a quello dello Stato, con proprie leggi e personale per farle rispettare e reprimere chi le violasse”.

Ripercorrere, per quanto brevemente e certamente in misura non esausitva, le origini del fenomeno mafioso e parallelamente della guerra civile post-risorgimentale che con questo si intreccia, ci fa comprendere quanto la storia della nostra Italia sia complicata e quanto la democrazia possa essere fragile e vada quindi difesa tutti i giorni.

Fonti:

De Bernardi e Guarracino, I saperi della Storia, Mondadori, 2008, pp 496

N.Palmieri, Le origini della Mafia, Centro studi e documentazione, pp 3-4

P.Viola, Storia moderna e contemporanea, Einaudi, pp.210

S.Lupo, La Mafia. Centosessant’anni di storia, Donzelli, 2018

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