L’IMPROBABILITÀ DI UNA GUERRA NATO-RUSSIA IN UCRAINA

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La riesplosione dei combattimenti tra le forze di Kiev e i ribelli filo-russi in Donbass, lo schieramento di truppe ed attrezzature belliche da parte dell’Ucraina lungo la linea di contatto, il massiccio dispiegamento russo di oltre 85.000 soldati distribuiti tra la Crimea e il confine con l’Ucraina, la risposta della Nato con lo spostamento di decine di migliaia di unità e mezzi bellici lungo tutto l’Intermarium tra Baltico e Mar Nero, mentre i suoi membri compiono le annuali esercitazioni Defender Europe, hanno riproposto l’ennesima crisi politica tra l’Occidente euro-americano e la Russia. 

Dopo la tregua raggiunta lo scorso febbraio sulla stabilità strategica con la proroga del Trattato New Start e l’invito a Putin a partecipare al summit sul clima del prossimo 22-23 aprile, l’amministrazione Biden ha portato un attacco a tutto campo alla Russia. Ha mantenuto la pressione sul gasdotto Nord Stream 2.

Ha applicato nuove sanzioni economiche contro funzionari dei servizi segreti russi legati all’affaire Navalny. Ha accusato gli apparati moscoviti di aver compiuto attacchi cibernetici contro aziende e agenzie governative statunitensi, di aver condotto campagne d’influenza nelle ultime elezioni presidenziali per favorire Donald Trump e di aver posto redditizie taglie sulle teste dei soldati Usa in Afghanistan.

Il presidente (POTUSBiden ha poi indirettamente definito Putin un “killer, anche per dissuadere gli europei occidentali dal consentire la produzione nei propri paesi del vaccino russo Sputnik V. Nella sua prima telefonata con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ad inizio aprile, il POTUS ha quindi assicurato il “fermo sostegno degli Stati Uniti alla sovranità e integrità territoriale dell’Ucraina di fronte alla continua aggressione russa”. 

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Le posizioni di Russia ed Ucraina

L’aggressiva retorica bideniana impostata sulla difesa dei diritti umani e sulla netta demarcazione tra democrazie e autocrazie, unita alla presenza nel suo gabinetto di funzionari come Antony Blinken, Jake Sullivan e Victoria Nuland, che nel 2014 furono tra i più accesi sostenitori della dura risposta all’annessione russa della Crimea e al sostegno di Mosca alle forze separatiste del Donbass in Ucraina, hanno convinto Kiev dell’opportunità politica di provare a surriscaldare il rapporto con Mosca per indurla alla schermaglia militare, per invocare il sostegno della Nato.

Il Cremlino ha preferito mostrare i muscoli non spingendosi all’attacco. Ha dispiegato ai confini ucraini carri armati, artiglieria pesante, due unità dell’Esercito e tre formazioni aviotrasportate, impegnate in operazioni di addestramento ed esercitazioni per testare la prontezza al combattimento, in un segnale di deterrenza rivolto sia a Kiev che alla Nato.

Consapevole che un intervento nel Donbass deve costituire l’extrema ratioperché spingerebbe vieppiù l’Ucraina tra le braccia della Nato[1], già pericolosamente presente nel settore nord della linea di contenimento, a sole 500 miglia da Mosca e a 100 miglia da San Pietroburgo. 

Inoltre, anche se gli americani non hanno alcuna intenzione di morire per Kiev, in uno scenario cinetico non sarebbe da escludere la possibilità di un loro intervento, anche solo in termini di consegna di armi letali ai paesi della frontiera orientale della Nato, per alzare i costi di un intervento russo.

Il che trasformerebbe il conflitto in una guerra prolungata con il rischio di una sconfitta che la Russia non potrebbe permettersi poiché provocherebbe riverberi sul piano interno. E su quello esterno. Un ingresso di Kiev nell’Alleanza Atlantica, dalla prospettiva americana, inficerebbe definitivamente le rivendicazioni della Federazione Russa nel giocare un ruolo da grande potenza.

La Nato arriverebbe alle sue porte di casa anche nel settore centrale della nuova cortina di ferro, estesa tra i bacini baltico ed eusino. Gli Usa ne completerebbero l’accerchiamento da est (Alaska), da ovest e da sud (Turchia).

Peraltro, per la Russia l’occupazione/annessione del Donbass non porterebbe alcun guadagno in termini di profondità strategicaSolo un’intera Ucraina nella propria sfera d’influenza lo farebbe, in quanto la conformazione orografica della pianura sarmatica fa dell’Ucraina la più facile via d’attacco al cuore geopolitico russo.

Obiettivo fallito nel 2014, con la più cocente perdita strategica dai tempi della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Piuttosto, lo scopo tattico del Cremlino è ottenere l’autonomia delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk all’interno di un’Ucraina formalmente “neutrale”. Conservandole sotto la propria influenza come stati-cuscinetto. La presenza militare russa (formale o informale) sul territorio nonché l’afferenza culturale e linguistica alla Russia della maggioranza dei separatisti ne garantirebbero tale funzione.  

D’altra parte, i dirigenti ucraini oramai non hanno remore nell’evidenziare l’appartenenza di Kiev all’Occidente in senso strategico, cioè all’impero americano, dal quale invocano protezione contro quella che avvertono come minaccia esistenziale.

Strategicamente, la Russia deve capire che l’Ucraina appartiene al mondo delle democrazie, al mondo occidentale, e l’Occidente non permetterà alla Russia di distruggere la democrazia e la sovranità ucraina. Questo è il messaggio, il messaggio molto chiaro e molto semplice, che i nostri amici e partner possono trasmettere alla Russia. L’Ucraina non fa parte del mondo russo e non sarà mai considerata come tale”, ha scolpito il Ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba, durante un incontro con il Segretario Generale della Nato Jens Stoltenberg. 

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Le posizioni di Usa e Nato

Stoltenberg ha intimato ai russi di porre fine all’“ingiustificato, inspiegabile e profondamente preoccupante” accumulo bellico al confine ucraino, assicurando che il “sostegno della Nato alla sovranità e integrità territoriale dell’Ucraina” rimarrà “incrollabile”. Il Dipartimento di Stato americano ha condannato le manovre come “provocazioni e intimidazioni verso il nostro partner” e ha promesso dure “conseguenze” se “la Russia agirà in modo avventato”. Mentre la Cia, la più russofoba delle agenzie federali, ha lanciato l’allarme su una possibile “incursione militare limitata”. 

Scenario non impossibile, ma improbabile. Le lente modalità dell’accumulo militare russo vanno contro l’ipotesi del blitzkrieg e portano a ritenere più verosimile l’ipotesi della pressione politica e psicologica su Kiev e la volontà di sondare l’entità della disponibilità transatlantica a supportare l’Ucraina. Lo Us European Commandvaluta da “bassa a media” la probabilità di un’invasione russa dell’Ucraina

Per gli Usa il mantenimento dello status quo è scelta tattica preferibileNon hanno necessità di muovere scacco matto alla Russia di Putin. Infliggere quello che sarebbe un colpo mortale a Mosca non è nell’interesse immediato della superpotenza e nemmeno della Nato (i francesi, in particolare, sono piuttosto freddi ad un ingresso di Kiev nell’Alleanza). 

Per Washington, mantenere l’Ucraina in un limbo significa stabilire una perenne deterrenza verso il Cremlino. Conservando, altresì, uno (strettissimo) margine di manovra per un (improbabile) appeasement. In un ipotetico scenario in cui la Cina, raggiunta l’egemonia regionale in Asia Centrale e nell’Indo-Pacifico (vasto programma), dovesse insidiare l’America anche in Europa, la superpotenza sarebbe costretta ad aprire ai russi per mettere all’angolo la Repubblica Popolare e potrebbe giocare proprio la carta ucraina nel dialogo con Mosca.

Queste considerazioni potrebbero aver indotto Biden ad allentare le tensioni belliciste contro l’unica potenza al mondo in grado di distruggere nuclearmente il territorio nazionale, invitando Putin ad incontrarsi in un paese terzo per discutere l’intero rapporto bilaterale e la possibilità di cooperare su alcuni limitati dossier come il nucleare iraniano e la sicurezza afghana.

Nella direzione della de-escalation, per scongiurare il pericolo di incidenti in grado di innescare un confitto involontario, va letta la scelta degli Usa di annullare il dispiegamento di due cacciatorpediniere nel Mar Nero, nel “giardino di casa” dove i russi stanno compiendo esercitazioni navali. Gesto che Mosca avrebbe interpretato come “atto ostile”.

Peraltro, gli Usa possiedono tante frecce al loro arco per indebolire il rivale anche su altre partite – dal Nord Stream2 alle “Libie”, dalla militarizzazione dell’Artico alle “Sirie”, sino al triangolo con la Cina.

Il Pentagono continua a rifornire Kiev con radar anti-artiglieria e motovedette da armare con cannoni anti-nave. Per consentirle di operare autonomamente nel teatro del Mar d’Azov (le cui acque poco profonde rendono inadatte la navigazione di navi di tonnellaggio superiore) e deterrere le incursioni russe lungo lo Stretto di Kerch, che Mosca sta militarizzando al pari della Crimea.

Il Regno Unito sta finanziando la costruzione di basi navali in Ucraina affacciate sul Mar d’Azov e sul Mar Nero. Dove la Nato intende aumentare la propria presenza avanzata e rafforzare la postura marittima. Dove gli Usa compiono esercitazioni militari insieme alla Turchia. 

Fattore che evidenzia l’abilità di Ankara nel muoversi autonomamente, consapevole che Washington necessita ancora della sua disponibilità ad usare le armi, a riempire i vuoti o gli spazi lasciati dalla superpotenza dal Marocco all’Hindu Kush. Per evitare che siano russi e cinesi ad occuparli. Ruolo che la Turchia interpreta con visione strategica.

Ora competendo e cooperando tatticamente con i russi, spartendosi intere porzioni di territori in Siria e in Libia ed acquistandone gli avanzati sistemi di difesa missilistica S-400. Ora segnalandosi utile agli occhi degli americani, sottraendo a Mosca pezzi d’influenza in Caucaso (Nagorno-Karabakh e le ex repubbliche sovietiche turcofone) e sfidandola platealmente anche in Ucraina, cui ha venduto 6 esemplari dei micidiali droni armati Bayraktar Tb2 (altre 5 consegne sono previste entro il 2021). Privilegio concesso solo ai fedelissimi Qatar e Azerbaigian.

In conclusione, né la Nato né Washington intendono scendere in guerra contro MoscaEntrambe, hanno tuttavia interesse a mantenere con essa un certo livello di tensione e un’aggressiva postura sul piano della public diplomacy. La prima per giustificare il potenziamento dell’anello più debole (quello eusino) della catena anti-russa. La seconda per riversare il malessere interno verso un nemico esterno e compattare il Vecchio Continente, inducendo le più caute cancellerie europee, a partire da Berlino, Parigi e Roma (vedi caso Biot sullo spionaggio russo ai danni della Nato e della Difesa italiana) a mantenersi distanti da Mosca.


[1] La maggioranza assoluta (53%) degli ucraini ha un’opinione favorevole dell’Alleanza Atlantica, un dato cresciuto di 19 punti percentuali tra 2007 e 2019

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