“DIGITAL DIVIDE” E ACCESSO A INTERNET NELL’UE

Nell’ultimo periodo, il mondo in cui viviamo, ha subito una forte spinta verso una maggiore interconnessione. Questo contesto ha portato a prendere in considerazione le diffuse problematiche globali dell’accesso a internet nei paesi membri dell’Unione Europea.

Come conseguenza della pandemia da Coronavirus, il mondo si è spostato online. Infatti, il forzato trasferimento “da remoto” ha coinvolto buona parte delle attività produttive, culturali e sociali del via al fenomeno dello smart working. Le misure adottate per il contenimento della pandemia hanno inoltre coinvolto scuole e università che per la prima volta hanno implementato servizi di distance learning, offrendo la possibilità di seguire lezioni e attività scolastiche da casa. 

Purtroppo, queste misure volte a promuovere accessibilità e inclusione durante un periodo di crisi sanitaria globale, hanno evidenziato il problema del “digital divide”, ovvero il divario esistente tra chi ha un’adeguata possibilità di accesso a internet e chi invece non ce l’ha. Da questo fenomeno deriva una conseguente esclusione dai vantaggi della società digitale

I primi a parlare di digital divide furono i candidati alla presidenza degli Stati Uniti, Bill Clinton e Al Gore, negli anni ’90. Infatti, in quel periodo l’espansione di internet come fenomeno di massa coinvolge anche i settori del lavoro e del business, rendendolo un mezzo fondamentale nella quotidianità.

I candidati però, evidenziarono come la difficoltà di accesso alla rete in alcune zone del paese fosse il risultato di diffuse differenze sociali ed economiche. Per questo motivo, negli anni seguenti, gli Stati Uniti portarono a compimento un forte sviluppo delle infrastrutture che di conseguenza venne replicato da tutti i paesi del mondo industrializzato.

Inoltre, anche l’articolo 19 della dichiarazione universale dei diritti umani contempla il diritto di “cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”, quindi indirettamente contemplando l’accesso a internet come parte di questo diritto fondamentale. 

Nonostante il costante obiettivo di garantire un accesso alla rete più economico e inclusivo, la pandemia da COVID-19 ha sottolineato che, nei paesi membri dell’Unione Europea, la media delle famiglie che hanno accesso a internet è il 90% che scende a 80% nelle aree rurali.

Questo dato può sembrare positivo ma in alcuni paesi europei la situazione è ben diversa: secondo un rapporto dell’Eurostat, in Bulgaria, Grecia, Ungheria e Slovacchia la percentuale scende quasi al di sotto dell’80%.

 I fattori determinanti di questi risultati sono principalmente tre:

1) le differenze sociali, che rendono lo sviluppo digitale accessibile solo alle comunità più facoltose;

2) la mancanza di infrastrutture adeguate che penalizza aree meno densamente popolate e più difficili da raggiungere;

3) l’analfabetismo informatico causato da fattori sociali, anagrafici e d’istruzione.

Per risolvere il problema sociale del digital divide, gli obiettivi Europei dovrebbero concentrarsi su nuovi obiettivi che coinvolgano principalmente i paesi più periferici e meno connessi dell’Unione. Questi obiettivi potrebbero essere implementati da investimenti più adeguati nelle infrastrutture, maggiore impegno in progetti di istruzione e cultura digitali accessibili alle fasce di età meno avvezze all’utilizzo della rete e infine un utilizzo più consapevole di internet per promuoverne un uso più responsabile ed adeguato tra le fasce di età “iperconnesse”.

Una nuova “rivoluzione digitale” sul modello statunitense potrebbe essere il giusto passo verso la soluzione di questo importante divario sociale. 

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