CHI PUÒ SALVARE IL MYANMAR?

Un manifestante spruzza della vernice rossa in memoria delle vittime del conflitto. (Credit: Aljazeera)

Mentre il conflitto tra giunta militare e  popolazione resta acceso, gli attori internazionali non scendono ancora in campo.  

Spera nel meglio e preparati al peggio” era il motto di Aung San, generale ed eroe dell’indipendenza birmana e padre della leader Aung San Suu Kyi: le sue parole si adattano perfettamente alla situazione che il Paese sta vivendo oggi.

Se da una parte i manifestanti e le forze antiregime attendono un intervento congiunto da parte delle principali organizzazioni internazionali, dall’altra parte, dopo più di 70 giorni dall’inizio del colpo di Stato, ormai risulta chiaro che la situazione stia per assumere le sembianze di una guerra civile. 

La violenza perpetrata dall’esercito è sempre più atroce: lo scorso venerdì a Bago, una delle maggiori città del Paese, sono stati uccise altre 80 persone, portando oggi il numero delle vittime ad oltre 700. 

La repressione del Tatmadaw non è indirizzata solo ai manifestanti ma anche ai loro sostenitori.

Nei giorni scorsi 19 dottori sono stati accusati di aver partecipato alle proteste contro la giunta militare, mentre la televisione nazionale ha diramato la notizia di una lista, stilata dall’esercito birmano, in cui compaiono 100 personalità tra giornalisti, attori ed influencer colpevoli di essere a favore della disobbedienza civile e dei manifestanti.

Anche oltre oceano però sono arrivati gli ordini della giunta militare: a Londra la sera del 7 aprile è stato impedito all’ambasciatore birmano Kyaw Zwar Minn di rientrare all’interno dell’ambasciata.

L’ordine, giunto dai vertici della giunta militare, è risultato essere un segnale di come le parole dell’ambasciatore abbiano fortemente infastidito i generali birmani. Dopo aver rifiutato di rientrare in Myanmar, Kyaw Zwar Minn aveva condannato il golpe militare, richiedendo il rilascio della leader Aung San Suu Kyi, attualmente sotto custodia e accusata di diversi reati tra i quali l’aver infranto le norme per l’emergenza del Covid19 e di aver violato le leggi riguardanti l’import-export. 

Riguardo all’episodio si sarebbe espresso Dominic Raab, Segretario di Stato per gli Affari Esteri del Regno Unito, definendo l’atteggiamento dei generali birmani intimidatorio.

Il coinvolgimento internazionale

Negli ultimi giorni, al fine di aumentare la pressione mediatica sugli attori internazionali che potrebbero risolvere la crisi birmana, si è espressa Michelle Bachelet, Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU. 

Oltre ad aver comparato la situazione del Myanmar a quella siriana del 2011, l’Alto Commissario ha dichiarato che poiché le dichiarazioni di condanna e le sanzioni sono risultate insufficienti per fermare l’escalation della violenza nel Paese, è necessario che gli Stati influenti esercitino forti pressioni sull’esercito birmano in modo da interrompere le gravi violazioni dei diritti umani in atto in Myanmar.

Al momento l’Asean, l’organizzazione regionale che unisce dieci Paesi del Sud-Est asiatico incluso il Myanmar, ha fatto pochi sforzi per fermare la giunta militare: l’organizzazione da sempre è più interessata al lato economico degli accordi, mentre per quanto riguarda la politica, tutti gli Stati aderenti sono autonomi nelle loro decisioni interne.

Più che dall’Asean, un segnale forte tra i Paesi del Sud-Est asiatico è giunto dall’Indonesia e dal Presidente Widodo che, oltre ad aver condannato il golpe militare, avrebbe richiesto un incontro urgente tra i Paesi membri per trovare una soluzione alla crisi birmana. 

Tensioni sulla questione si sono viste anche tra gli Stati chiave per la risoluzione del conflitto: mentre Unione Europea e gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni contro la giunta militare, proprio da Bruxelles Joseph Borrell, l’Alto Commissario della politica estera UE, ha aspramente criticato Russia e Cina per il loro  comportamento assunto nei confronti della questione birmana. 

Borrell ha parlato di “competizione geopolitica in Myanmar”, esprimendo disappunto per la scelta dei due Paesi di bloccare l’embargo delle armi che era stato proposto dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nel quale è bene ricordare USA, Francia, Regno Unito insieme a Cina e Russia possiedono il diritto di veto sulle decisioni. 

L’atteggiamento cinese ricalca però il profilo d’azione tipico di Pechino: non intromettersi negli affari interni a meno che questi non colpiscano gli interessi economici.  Pechino non si è esposta condannando apertamente i generali birmani, ma si è detta preoccupata per ciò che sta accadendo in Myanmar e spera in una rapida risoluzione del conflitto. 

La preoccupazione cinese è cresciuta nelle ultime settimane specie dopo che alcune settimane fa oltre 30 fabbriche cinesi a Yangon sono state attaccate dai manifestanti e nel Paese sono insorte proteste contro Pechino, a causa del controverso atteggiamento assunto in merito al colpo di Stato. 

Proprio da Yangon sembra che Pechino abbia deciso di entrare nella partita del conflitto: l’ambasciata cinese avrebbe affermato di essere in contatto con tutti i partiti politici del Paese e che sarebbe intenta a fare da mediatore, per far sì che nel più breve tempo possibile le parti coinvolte trovino una soluzione pacifica per terminare il conflitto. 

Nessun punto d’incontro e le milizie iniziano a rispondere al fuoco 

Per il momento però la situazione è in stallo e non vi sono punti di incontro con la giunta militare: il Tatmadaw ha infatti dichiarato illegale il CRPH, la Commissione di rappresentanza dell’Assemblea dell’Unione, composta da alcuni membri del Partito della Lega Nazionale della Democrazia e formatasi in seguito all’arresto della leader Aung San Suu Kyi e del Presidente Win Myint.

Obiettivo della Commissione è quello di creare un “governo ombra”, pronto a riprendere il controllo del Parlamento una volta che sarà concluso il conflitto. Le trattative di pace sono molto distanti, così come l’intenzione della giunta militare di rendersi disponibile a collaborare con gli organi internazionali: negli scorsi giorni infatti sarebbe stato impedito l’ingresso nel Paese a Christine Schraner Burgener, l’inviata speciale dell’ONU che attualmente si trova a Bangkok, in attesa del lascia passare della giunta militare.

Con il passare dei giorni, il conflitto birmano sta assumendo le tonalità della guerra civile: stanchi di contare feriti e cadaveri, i manifestanti hanno iniziato a rispondere al fuoco dell’esercito, colpendo edifici di polizia con granate ed utilizzando armi “fatte in casa”. 

Oltre ai vari attacchi agli edifici di polizia, ora sembra essere giunto l’appoggio di milizie meglio organizzate: vicino ai manifestanti si sono iniziati a schierare alcuni gruppi etnici armati, intenzionati a combattere l’esercito birmano. I maggiori scontri armati si sarebbero verificati nello Stato del Kashin, nel nord est del Paese, dove il braccio armato dei KIA (Kachin Independence Army) e il KNU (Esercito di Unione Nazionale Karen) hanno attaccato i reparti dell’esercito birmano, causando diversi morti.

Difficile pensare che le milizie ribelli possano da sole fermare il ben equipaggiato e foraggiato esercito birmano. Nonostante l’apparente solidità dei reparti, alcune voci riferiscono che l’esercito non sia poi così unito:  secondo le affermazioni di un ufficiale disertore, almeno il 75% dell’esercito sarebbe pronto a disertare.

Nelle prossime settimane sarà decisivo osservare le decisioni degli attori internazionali: la sfida resta quella di trovare un punto di coesione tale da rendere possibile un intervento concreto per fermare la violenza della giunta militare birmana. 

Durante un webinar, organizzato dal Torino World Affairs Institute, il Rappresentante Permanente ONU del Myanmar Kyaw Moe Tun ha sottolineato come la popolazione giovanile stia giocando un ruolo fondamentale nella lotta al Tatmadaw, ma che da soli non riusciranno a fermare l’esercito. 

Non vogliamo perdere altre vite umane. Abbiamo bisogno di un intervento deciso e coeso da parte dei maggiori organi internazionali”.

Non possiamo fare altro che sperare che New York, Pechino e Bruxelles abbiano recepito il messaggio.

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