LA NUOVA CONTESA PER LE ACQUE TRA CINA E INDIA

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L’imminente costruzione da parte cinese di un’immensa diga sulle vette dell’Himalaya ha suscitato diverse preoccupazioni da parte indiana non solo in termini idrologici ma anche geopolitici nei confronti del fiume condiviso fra i due paesi.

L’India e la Cina si trovano nuovamente in un testa a testa per la supremazia dell’area influenzata dalle due potenze asiatiche. Questa volta al centro del dibattito sono le dighe, più specificatamente l’imminente costruzione di una diga da parte della Repubblica Popolare Cinese (RPC)sul corso del fiume Yarlung Tsangpo che ha le sue origini nella Regione Autonoma del Tibet e più precisamente sulle vette dell’Himalaya.

Lo Yarlung Tsangpo ha una lunghezza pari a quasi tremila chilometri e nella sua discesa dalle vette himalayane fino al golfo del Bengala attraversa ben tre stati: la Cina, l’India e il Bangladesh cambiando il suo nome a seconda della località in cui scorre. In India prende il nome di fiume Brahmaputra mentre attraversa gli stati indiani dell’Arunachal Pradesh e dell’Assam, per poi diventare il fiume Sing una volta raggiunto il Bangladesh dove finalmente ha luogo la sua foce.

Tuttavia, ciò che interessa maggiormente Pechino è il cosiddetto “Grand Canyon dello Yarlung Tsangpo”: il fiume in questione infatti prima di raggiungere l’India si getta in una delle gole più profonde del mondo creando un dislivello di circa duemila metri di altitudine.

Proprio questo dislivello, e il potenziale sfruttamento dei suoi rivoli non eccessivamente impetuosi, ha attirato le attenzioni del governo di Xi Jinping, interessato a costruire nella prossimità della gola la più grande centrale idroelettrica del mondo (superando peraltro il record che la stessa Cina aveva stabilito tramite la nota Diga delle Tre Gole situata nella provincia dell’Hubei). Tale progetto s’inserisce perfettamente in quello che è possibile definire il piano della “Cina verde”.

Secondo Yan Yizhong, rappresentante governativo a capo dei lavori di costruzione, e secondo lo stesso “Renmin Ribao” (il quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cinese), la nuova diga e la nuova relativa centrale idroelettrica, dalla produzione potenziale di 60 gigawatt-giorno di energia, rappresenterebbe una pietra miliare nello sviluppo di un’economia green volta al raggiungimento delle cosiddette “emissioni zero” entro il 2060.

In tale ottica infatti la nuova centrale potrebbe rappresentare un ottimo mezzo di transito tra lo sfruttamento del carbone e quello legato alle fonti di energia rinnovabili. Secondo le autorità di Pechino, tale progetto che dovrebbe realizzarsi nel Medog, contea tibetana abitata da circa 14 mila abitanti, dovrebbe includere un piano incentrato sullo sviluppo della stessa area tibetana tramite la costruzione di infrastrutture e lo sfruttamento delle risorse naturali del luogo con una conseguente riduzione degli indici di povertà.

Tuttavia, la stessa realizzazione della diga necessaria alla centrale in questione ha suscitato numerose reazioni negative, specialmente da parte dello stato indiano.

Il Brahmaputra rappresenta una risorsa d’acqua essenziale per l’India, sia per quanto concerne l’irrigazione delle distese agricole, sia per il suo potenziale idroelettrico. Le problematiche relative alla possibilità di alterarne il corso tramite una diga situata nel versante cinese sono molteplici e di diversa natura.

Da un punto di vista puramente agricolo, l’immensa diga che si sta progettando sul fiume Yarlung Tsangpo potrebbero avere gravissime ripercussioni per quanto riguarda la fertilità dei terreni sul corso del Brahmaputra, in quanto potrebbe trattenere “a monte” il prezioso limo che viene trascinato a valle in seguito alle alluvioni stagionali.

A ciò si aggiunge la preoccupazione di non ricevere abbastanza risorse idriche nei periodi di aridità se la Cina dovesse deviare parzialmente il corso del fiume o di un suo affluente principale o decidere di chiudere la diga proprio nella stagione più calda. Al contempo il problema si potrebbe presentare anche all’inverso nel caso la Cina decidesse di aprire la diga nella stagione dei monsoni, con il pericolo di generare devastanti alluvioni nelle comunità rivierasche.

Le numerose infrastrutture necessarie alla costruzione della diga e della sua centrale saranno inoltre realizzate, secondo i progetti cinesi, in una zona geologicamente instabile e altamente sismica (in cui la placca indiana si “incontra” con quella euroasiatica). Un eventuale terremoto, con la capacità potenziale di danneggiare gravemente anche progetti infrastrutturali di tale portata, potrebbe quindi avere degli effetti terrificanti per i villaggi presenti sia sul territorio cinese sia su quello indiano.

Tuttavia, il problema sentito maggiormente dai governi delle due potenze riguarda principalmente il fatto che il Brahmaputra attraversa la cosiddetta “Linea McMahon”, che separa lo stato indiano dell’Arunachal Pradesh dal Tibet, e per anni oggetto di tensioni fra i due paesi nonché motivo principale dello scontro armato che si ebbe tra le potenze nel 1962. Ecco quindi che il controllo del fiume diventa una arma potentissima e un temibile strumento di pressione internazionale, generando problematiche relative alla sicurezza nazionale di entrambi i paesi.

La risposta indiana ai progetti cinesi, come abbiamo visto non apprezzati, è stata infatti quella di dare il via alla progettazione di un’altra maestosa centrale idroelettrica da piazzare all’interno del proprio territorio nazionale accompagnata da ben 100 dighe collocate in punto strategici non solo idrici ma anche geopolitici.

L’India ha sostenuto che il piano infrastrutturale in questione servirà solo a aumentare la produzione di energia idroelettrica necessaria al fabbisogno del paese, tuttavia per Pechino tale mossa ha rappresentato perfettamente la volontà indiana di rafforzare la propria sovranità nei territori oggetto di contesa presenti nell’Arunachal Pradesh.

Ciò che servirebbe ai paesi in questione sarebbe sicuramente un trattato bilaterale o multilaterale che consenta alle potenze di gestire in maniera univoca e mutualmente beneficiaria i cosiddetti fiumi (o risorse idriche in generale) transfrontalieri, anche perché, come ben identificato da alcuni esperti del settore, la diga cinese potrebbe essere d’aiuto alle stesse comunità fluviali indiane contenendo le sempre più frequenti alluvioni stagionali dell’area dovute allo scioglimento dei ghiaccia dell’Himalaya frutto del cambiamento climatico.

Nell’Unione Europea, per esempio, esiste una Direttiva sull’acqua potabile, realizzata il 15 dicembre dell’anno scorso, che permetterebbe una migliore gestione dell’erogazione d’acqua potabile con un occhio di riguardo verso le comunità più svantaggiate da questo punto di vista attraverso un maggiore controllo comunitario degli agenti inquinanti provenienti dai vari stati membri dell’Unione.

Nell’ ambito delle Nazioni Unite, un progetto simile era stato già avanzato e approvato nel lontano 1997 ma ad oggi solo 39 paesi hanno rettificato tale trattato sulle acque transfrontaliere e tra gli assenti risultano proprio Cina, Bangladesh e India (insieme agli Stati Uniti d’America).

Tuttavia, nella storia dei rapporti sino-indiani è possibile vedere diversi tentativi di collaborazione e dialogo fra i due paesi in relazione alla gestione delle acque per così dire “condivise”, i quali però non hanno ad oggi portato a risultati soddisfacenti. È possibile individuarne alcuni.

Il primo accordo che è possibile citare in tale contesto è il “Memorandum of Understanding”, siglato nel 2002 e più volte rimaneggiato fino a culminare nel 2013 nel più famoso “Brahmaputra Dialogue”.  Il “Dialogo sul Brahmaputra” nasce come forum di discussione internazionale sostenuto dalla Banca Mondiale al quale aderirono inizialmente solamente l’India e il Bangladesh con un inserimento successivo della Cina.

Lo scopo di tale accordo mirava a spingere le nazioni in gioco a comunicare in maniera trasparente fra di loro per quanto riguardava lo sfruttamento delle risorse naturali in comune e i dati idrici essenziali al benessere di tutte le comunità coinvolte.

Non essendo, tuttavia, vincolante e non contendendo al suo interno alcuno strumento di risoluzione arbitrario delle controversie, a oggi non ha portato a una soddisfacente collaborazione fra i governi dei diversi paesi. Ad esempio, nel 2017, in seguito a uno scontro diplomatico fra Pechino e Nuova Delhi, il governo di Xi Jinping ha deciso di implementare quale misura punitiva nei confronti dello stato confinante la cessazione di invio di informazioni relative ai dati idrici del fiume Brahmaputra, al tempo causa di pesanti alluvioni.

Solo l’anno seguente, nel 2018, la Cina ha deciso di riprendere la comunicazione con il suo avversario geopolitico in seguito all’accordo di disimpegno bellico fra le due potenze.

Per quanto riguarda la costruzione della nuova centrale idroelettrica Pechino avrebbe promesso al vicino indiano di trasmettere tutti i dati necessari al benessere dei paesi virtualmente coinvolti nei lavori, ma il governo di Narendra Modi si dimostra scettico alla luce dell’incidente sopracitato e rimane sospettoso nei confronti della Cina e della sua possibilità di utilizzare la nuova diga come arma di pressione internazionale.

Ovviamente altre comunità hanno espresso la loro opinione o perplessità nei confronti delle nuove infrastrutture cinesi. Diversi membri del governo Tibetano in esilio in India (a seguito della “Rivolta di Lhasa” risalente al 1959) hanno espresso le loro preoccupazioni non solo in merito ai potenziali danni al fragile e ricco ecosistema della regione ma hanno anche avanzato diverse proteste di natura spirituale. Per i buddhisti tibetani, infatti, lo Yarlung Tsangpo rappresenterebbe l’incarnazione della divinità Dorje Phagmo e pertanto sacro e intoccabile.

Diverse opinioni invece arrivano dal Bangladesh: in mancanza anche in questo caso di un preciso trattato bilaterale con l’India, le autorità bangladesi si sono trovate in diverse occasioni a criticare lo sovrasfruttamento da parte indiana del Teesta, importante affluente del Brahmaputra presente nel territorio del Bangladesh.

In seguito a uno scarso interesse dell’India per la questione, il governo di Dacca ha iniziato a collaborare con la Cina sia per quanto riguarda l’affluente in questione sia nel contesto della “Belt and Road initiative”.

I conflitti per l’acqua stanno diventando ormai una delle principali preoccupazioni relative al prossimo futuro dell’intero pianeta Terra. Secondo un rapporto dell’Unesco, la “guerra dell’acqua” ha portato tra il 2010 e il 2018 a un terribile incremento dei conflitti per il controllo delle acque, toccando quota 263.

È ormai certo che l’acqua diventerà il nuovo “oro blu” e sarà quindi necessaria una diplomazia sempre più stretta e precisa fra tutte le potenze mondiali, non solo fra l’India e la Cina, volta a evitare un sanguinoso epilogo dell’intera umanità.

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