ISLAM E FORMAZIONE DEGLI STATI NAZIONALI IN ASIA CENTRALE

Il ruolo svolto dalla riscoperta dell’Islam e dalla ricerca di una propria narrazione del sé in Asia centrale hanno favorito la creazione di un modello di Stato che contenesse al proprio interno aspetti della tradizione locale, elementi della vita religiosa e aspetti del passato sovietico. Questo consente di comprendere molte delle dinamiche che avvengono al giorno d’oggi nella regione più interna dell’Eurasia.

Tra State building e nazionalismo

In seguito agli sconvolgimenti seguiti alla caduta dell’Unione Sovietica, le élite dell’Asia centrale si sono trovate di fronte alla necessità di ricomporre i pezzi di un’architettura nazionale che in larga misura era, ed ancora oggi è, incompleta.

Anni di Unione Sovietica hanno lasciato molti segni sulla società, soprattutto per quanto riguarda le politiche messe in campo per favorire l’aggregazione dei vari gruppi etnici e quelle volte a laicizzare la società, ma dal punto di vista economico molte zone hanno avuto dei forti contraccolpi con la fine del sistema sovietico. 

Strumento utilizzato per ricompattare le comunità all’interno dei vari Stati si è rivelato il nazionalismo, che ha avuto il compito di proseguire nella ricomposizione nazionale fungendo da catalizzatore che ha permesso alle repubbliche di riscoprire un’identità assopitasi per molti anni.

In tal senso, sono stati recuperati miti e leggende per costruire un discorso che andasse a fare da base a un’idea di nazione che si potesse ricollegare al passato, in un’ottica di continuità con le tradizioni nomadiche e delle civiltà delle oasi precedenti alla colonizzazione russa. 

Il culto islamico in Asia centrale

Elemento centrale che ha guidato il processo di ricomposizione nazionale nelle cinque repubbliche post sovietiche di Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, Turkmenistan e Tagikistan è stato l’Islam, che ha cooperato con gli Stati sotto forma di culto nazionale: legato alle tradizioni locali, esso ha rappresentato un modo per contribuire nel definire l’identità delle comunità abitanti la regione grazie alle sue specificità, evitando per quanto possibile fenomeni di radicalizzazione. 

Il culto islamico maggiormente praticato nella regione, il sufismo, è stato permeato per molti secoli dalle abitudini delle varie popolazioni centro-asiatiche, perdendo alcune delle caratteristiche originarie e adattandosi maggiormente alle necessità di comunità nomadi quali erano quelle kazake, kirghise e turkmene.

Le comunità delle oasi, prevalentemente uzbechi e tagichi, invece, hanno mantenuto caratteri maggiormente conservativi nel praticare la religione, poiché il fatto di essere stanziali ha assicurato un controllo sociale e reciproco nell’esercizio delle pratiche religiose che risultava molto meno attuabile per i nomadi delle steppe. 

Nonostante tutti gli Stati centro-asiatici abbiano ereditato dal passato sovietico una significativa tendenza alla repressione religiosa, la riscoperta di alcuni valori ad essa legati ha contribuito alla costituzione di un’idea compiuta di identità: pellegrinaggi, mausolei, culto dei santi, moschee sono stati parzialmente svestiti della loro carica religiosa e investiti del compito di contribuire alla definizione di un mito della nazione. 

Per tali ragioni, gli Stati tendono a favorire il laicismo nella vita pubblica, evitando che la fede venga professata in modo tale da rappresentare un ostacolo per l’operato delle amministrazioni statali, preferendovi un approccio volto alla cristallizzazione ed alla musealizzazione di molte pratiche e luoghi nati come fortemente legati al culto.  

L’Islam contemporaneo viene vissuto, dunque, in una situazione di individualismo che pregiudica qualsiasi tentativo di ritorno alla purezza del messaggio originale e di rispetto delle gerarchie religiose, nonostante i tentativi di alcuni movimenti estremisti di espungere dalla fede musulmana aspetti legati alla tradizione delle comunità centro-asiatiche. 

Un mosaico etnico da ricomporre

La difesa delle specificità nella definizione di un’identità propria è stata perseguita non soltanto tramite il rinnovato interesse per un Islam maggiormente legato al territorio, ma altresì traendo il massimo dalle etnie che si sono andate a sussumere nel processo di ricomposizione nazionale.

Nata per semplificare la gestione delle comunità centro-asiatiche, quest’ultima politica ha favorito la nascita stessa di un’identità nazionale in Asia centrale, dove le divisioni etniche hanno da sempre caratterizzato il panorama locale, e che oggi possono contribuire a realizzare compiutamente il progetto di costruzione di un’architettura nazionale.

Il bagaglio culturale che tali comunità apportano allo Stato è fatto non solo di aspetti concreti, quali pratiche, usi e costumi, ma altresì di miti e storie che contribuiscono a costruire pratiche discorsive volte a legittimare l’esistenza stessa della nazione e la sua condizione di continuità rispetto ad un passato comune. 

L’approccio che le amministrazioni statali hanno avuto verso il tema della riscoperta dell’Islam serve, dunque, a fornire un collante per tenere insieme delle comunità che non sono ancora pienamente integrate in un concetto di nazione, ma che in molti casi vivono la distinzione tra clan e etnie diverse.

 L’interessamento di alcune potenze regionali di fede islamica, d’altronde, non fa altro che agevolare questo processo, pur ravvisando nella classe dirigente centro-asiatica una certa diffidenza verso una maggiore integrazione dell’Islam nella vita pubblica e politica degli Stati. 

L’atteggiamento degli Stati dell’Asia centrale verso un utilizzo strumentale della religione nella vita pubblica resta, infatti, molto ostile. Alcuni Paesi come l’Uzbekistan hanno combattuto a lungo per reprimere movimenti di ispirazione religiosa come l’Islamic Movement of Uzbekistan che mirava a rovesciare il regime di Tashkent e instaurare una repubblica islamica, mentre il Tagikistan se da un lato ha accettato la presenza alle elezioni dell’Islamic Renaissance Party negli anni successivi alla guerra civile, rappresentando così l’unico Stato centro-asiatico a tollerare l’esistenza di un partito islamista, nel 2015 lo ha dichiarato ufficialmente fuori legge.  

Un processo non ancora concluso

La formazione di comunità statali compatte è di assoluta importanza nei contesti di Stati-nazione, in quanto è necessaria la presenza di un Volk su cui potersi poggiare per garantire solidità all’architettura dello Stato stesso. In Asia centrale questo processo non può dirsi ancora pienamente concluso: l’accentramento e il processo di semplificazione etnica iniziati con l’Unione Sovietica non sono giunti al momento ad un risultato definitivo. 

Nonostante le specificità di ogni –stan, è possibile ravvisare uno sforzo comune a tutte e cinque le amministrazioni statali per giungere ad una definizione compiuta di nazione che si basi su una serie di caratteristiche minime comuni, tra cui la comune adesione alla fede islamica. 

Questo serve anche a qualificare le minoranze russofone in quanto tali per evitare che queste ultime concorrano con i gruppi nazionali indigeni ad occupare la nicchia sociale più elevata, ma non è solo un tassello utile alla strutturazione interna degli Stati centro-asiatici. Questo processo contribuisce anche a evitare che la politica di assertività della Russia a tutela delle sue minoranze oltreconfine possa mantenere l’Asia centrale sostanzialmente sotto ricatto di Mosca. 

Per tutte queste ragioni, un recupero della fede islamica contaminata dalle tradizioni locali è utile per definire i binari sui quali muoversi per proseguire nel processo di State building in Asia centrale. Questo non significa, tuttavia, che il ruolo delle pratiche religiose nella vita pubblica abbia lo stesso valore che ha in altri Stati musulmani quali la Turchia, l’Iran o il Pakistan. 

Il rischio dell’esplosione di fenomeni di terrorismo nella regione resta alto, i governi centrali ne sono a conoscenza, sicché questi ultimi stanno cercando di tenere a debita distanza i rischi di derive estremiste, pur non potendo rinunciare ad una riscoperta delle proprie radici islamiche. 

I regimi secolari dell’Asia centrale dovranno continuare nel proprio percorso di definizione nazionale evitando di cedere all’influenza sia di Paesi esterni sia delle spinte radicali presenti al proprio interno. In caso contrario i contraccolpi sulle architetture statali potrebbero essere molto pesanti.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from Storia