IL COUNTDOWN ESPLOSIVO DI AL-HAWL

“La comunità internazionale ha l’opportunità di trovare una soluzione di lungo termine per Al-Hawl”, così il Centro di Coordinamento e Operazioni Militari delle SDF lancia l’ennesimo appello curdo in favore di un maggiore sostegno internazionale per affrontare il profondo stato di insicurezza che colpisce il campo profughi di Al-Hawl, dove insieme agli sfollati interni della guerra civile siriana convivono le famiglie direttamente connesse allo Stato Islamico. Gli sforzi curdi volti a contenere i drammatici sviluppi recenti e la radicalizzazione sembrano non essere più sufficienti. 

Non è ancora chiaro quanti arresti siano stati compiuti durante la campagna di sicurezza curda lanciata ad Al-Hawl solo due settimane fa con il sostegno indiretto statunitense, ma quello che è certo è che la situazione all’interno del campo non è più sostenibile.

Un importante incremento dei crimini e in particolare degli omicidi(più di 40 dall’inizio di quest’anno, tra cui almeno 3 bambini) e di preoccupazioni legate alla proliferazione di cellule nascoste appartenenti a Daesh, hanno spinto l’Autorità curda al dispiegamento di 5000 unità per “arrestare i criminali dell’ISIS e proteggere i civili”.

Il picco di uccisioni racconta il motivo per cui già da tempo il campo è definito una “bomba ad orologeria”, dove i membri dello Stato Islamico più resilienti impongono il loro controllo, punendo brutalmente nemici e oppositori. Il nuovo epicentro di ISIS, dove quotidianamente vengono perpetrate azioni del terrore, potrebbe essere proprio Al-Hawl.

Una “Bomba a orologeria” pronta a scoppiare

Al-Hawl, situato nella provincia siriana di Hasakah, al confine iracheno, è il più grande campo per sfollati interni situato nel Nord-Est della Siria. Riaperto nel 2016 dalle SDF per ospitare i civili sfollati a causa delle operazioni contro il sedicente Stato Islamico, accoglie da marzo 2019, momento della caduta dell’ultima roccaforte di ISIS Baghouz, anche famiglie e individui direttamente connessi con il gruppo terroristico.

Secondo le Nazioni Unite al suo interno si trovano in condizione di sovraffollamento oltre 62000 persone, suddivise per facilitarne il controllo in due sezioni rispettivamente destinate a Siriani e Iracheni da una parte e famiglie di Foreign Fightersdall’altra. Nonostante il tentativo curdo di favorire il ritorno di molte famiglie nei propri villaggi (previo superamento dello screening di sicurezza), l’impraticabilità delle località di origine fortemente danneggiate dalla guerra e le logiche tribali hanno impedito a molte persone di tornare alle proprie abitazioni, costringendole a rimanere nei pressi di Al-Hawl o a cercare opportunità tra le fila di ISIS.

Due elementi strettamente collegati tra loro, che destano particolare preoccupazione per il futuro del campo e dell’area circostante sono la crescente radicalizzazione e la possibile “resurrezione” di ISIS. Le condizioni di precarietà, l’isolamento degli abitanti, l’impossibilità di controllare le comunicazioni con l’esterno e la totalità del campo, nonché la mancanza di programmi riabilitativi e infrastrutture sufficienti, sono tutti fattori che fanno pensare ad un’evoluzione negativa in questo senso.

La situazione di Al-Hawl (tutt’altro che un caso isolato al confine siro-iracheno) è paragonabile a quella di una vera e propria prigione a cielo aperto, dove la possibilità per Daesh di riattivare le proprie cellule dormienti e acquisire nuovi adepti si starebbe concretizzando sotto gli occhi dei “guardiani” curdi.

Il controllo e la supervisione del campo è per l’appunto affidato alle autorità curde, che sempre più a fatica insieme alle poche agenzie umanitarie rimaste si trovano a dover gestire un fardello molto pesante rispetto alle risorse loro disponibili e alle difficoltà legate alla loro presenza nella regione.

La gestione del “mini-stato” è divenuta nell’ultimo periodo particolarmente complessa anche a causa dell’aumento di traffici illegali, tentativi di fuga e crimini, nonché del sopraggiungere della pandemia, che ha impegnato le forze di sicurezza curde su altri fronti.

Il difficile panorama della regione e le promesse dell’Europa

Il quadro in cui si trovano ad operare le SDF sembra essere complicato dalla situazione di caos generale che caratterizza la regione: il governo di Assad e quello iracheno non sono disposti a collaborare né tantomeno ne sono materialmente capaci; la Turchia dal canto suo è ritornata all’attacco proprio a fine Marzo con un raid aereo che rompe la “tregua” di 17 mesi che il governo di Erdogan aveva concesso alla comunità curda.

Sul fronte internazionale la situazione non è certo migliore: già costretti a lottare internamente per tenere a bada il risveglio di ISIS e a difendersi dalla Turchia, i curdi hanno fatto pervenire numerosi appelli inascoltati a favore di uno sfollamento di Al-Hawl e del rimpatrio dei profughi. L’ultimo quello giunto dal comandante capo delle SDF Mazloum Abdi in cui si è espressamente chiesto ai paesi stranieri di “rimpatriare i propri cittadini e fornire maggiore sostegno umanitario ad Al-Hawl per migliorare le condizioni e la stabilità del campo”.

Se le difficoltà operative curde sono da un lato comprensibili, quelle internazionali ed in particolare europee lo sono decisamente meno. Come affermato da Ali Hesen, portavoce delle Forze Internazionali di Sicurezza, la situazione in questa area costituisce un “pericolo reale” per la regione come per la comunità internazionale. L’aiuto e il rimpatrio richiesto dei Foreign Fighters e delle loro famiglie tarda ad arrivare e il sostegno logistico della coalizione a guida statunitense non è più sufficiente ad arginare il radicalismo interno e i pericoli ad esso correlati.

La generale riluttanza dei paesi europei al rimpatrio è stata dimostrata a pieno in questi due anni, in cui l’adozione di misure ad hoc ha costituito il modus operandi adottato da tutti i paesi dell’Unione.

Tra le paure che frenano questi ultimi a rimpatriare i propri cittadini ci sono: la mancanza di strumenti legali sufficienti a gestire i procedimenti penali, i rischi politici di scelte poco popolari, i fardelli economici e logistici, nonché i timori connessi alla sicurezza. Tuttavia, ad attendere il rimpatrio, secondo una recente ricerca di alcuni studiosi dell’Egmont Institute di Bruxelles, sarebbero 1000-1100 ex combattenti con passaporto europeo solo in Siria, oltre ai membri delle loro famiglie.

Nella direzione di uno sviluppo positivo va certamente la Risoluzione del Parlamento Europeo dell’ 11 Marzo 2021 approvata in occasione del decennio della guerra siriana, dove quantomeno per i bambini rifugiati nei campi del Nord-Est viene richiesto l’impegno dei singoli stati al rimpatrio. Seppur un passo importante, la richiesta sulla carta non è lontanamente sufficiente: dal 2019 gli unici segni di cambiamento si sono ravvisati nei confronti dei bambini non accompagnati o da parte di alcuni singoli stati più virtuosi, come il Belgio.

Quale futuro per Al-Hawl?

In attesa di sapere se le richieste del Parlamento Europeo verranno esaudite dagli stati membri, la gestione di Al-Hawl e delle strutture simili nell’area continuerà a mettere in particolare difficoltà i Curdi, sempre speranzosi di ricevere supporto esterno.

Come dimostrato da esempi del passato come la tristemente ricordata prigione di Camp Bucca, culla di alcuni dei più famosi jihadisti come Abu Bakr Al Baghdadi, le condizioni all’interno del campo costituiscono il mix perfetto di criminalità, isolamento, coercizione e suscettibilità a ideologie radicali, dal quale possiamo aspettarci una crescente radicalizzazione. In attesa di maggiore impegno e sostegno dalla comunità internazionale e in particolare dell’UE, la lotta al terrorismo decantata da molti governi nazionalistici in Europa non sembra corrispondere a piani chiari di rimpatrio e riabilitazione, o a un fronte europeo coeso pronto ad affrontare la questione con maggiore impegno. Ai curdi soli dunque, il compito di impedire alla bomba di scoppiare in qualsiasi momento.

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