KENYA: LA CHIUSURA DEI CAMPI PROFUGHI DI DADAAB E KAKUMA

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Il Governo del Kenya ha nuovamente richiesto la chiusura dei campi profughi sul territorio, causando una possibile crisi umanitaria.

Il 6 aprile 2021 è scaduto l’ultimatum che il Governo del Kenya aveva dato all’UNHCR, l’Agenzia ONU per i rifugiati, perché chiudesse i due campi profughi di Dadaab e Kakuma.

Il complesso di Dadaab comprende tre campi profughi, dislocati sul territorio e che, insieme, contavano a luglio 2020 218.273 registrati. Le persone accolte nei vari campi sono sia rifugiati, sia richiedenti asilo politico. Il primo campo è stato istituito nel 1991 per accogliere i profughi somali in fuga dalla guerra civile.

La situazione politica e sociale della Somalia non è mai stata sufficientemente stabile da garantire stabilità economica e sicurezza alla popolazione sul territorio tanto che un secondo campo è stato costruito nel 2011, a seguito di un nuovo esodo di profughi provenienti dalla Somalia in fuga  da condizioni di fame e povertà.

Il campo di Kakuma si trova nel nord del Kenya e ospita rifugiati provenienti dalla guerra civile del Sud Sudan e conta circa 200.000 “ospiti”. I campi in questione sono siti in mezzo al deserto, sono sovraffollati e dispongono di risorse non adeguate alla fornitura dei servizi di base necessari.

Per quanto riguarda Dadaab nello specifico, non si dispone di acqua a sufficienza per garantire la sopravvivenza delle persone e non sono disponibili vaccini e cibo. La maggior parte dei bambini sono malnutriti al loro ingresso nel campo, ma anche all’interno spesso muoiono di fame. Dadaab è considerato il campo profughi maggiore al mondo, formato da un esteso agglomerato di tende di cui non si vede la fine. L’Africa orientale è stata definita “il posto più disperato sulla terra”.

Il Kenya e Al Shabaab

La chiusura dei campi era già stata imposta dal Governo del Kenya nel 2017 quando, a seguito di una strage all’Università di Garissa risalente al 2015, aveva ritenuto che a causa delle condizioni sociali ed economiche delle persone nei campi profughi, non solo prive di possibilità future ma anche di servizi e risorse basilari per la sopravvivenza, essi sarebbero stati ottimi centri di reclutamento per le cellule di Al-Shabaab affiliate ad Al Quaeda e responsabili dell’attacco all’università.

Tuttavia, l’alta corte del Kenya aveva stabilito che la chiusura arbitraria dei campi avrebbe rappresentato un costo umanitario altissimo in quanto avrebbe determinato la morte certa di un numero esorbitante di persone. Oltre a questo fattore era da tenere in considerazione anche come avrebbe reagito l’opinione internazionale davanti alla decisione di un Paese di mettere 200 mila persone nella condizione di non poter sopravvivere. I rapporti con l’Occidente si sarebbero inevitabilmente raffreddati, essendo Dadaab un campo gestito dalle Nazioni Unite. 

La recente richiesta del Governo keniano di chiudere i campi è stata accompagnata dalla concessione all’UNHCR di 14 giorni per trovare una soluzione. Si è trattato naturalmente di un periodo simbolico e assolutamente insufficiente per predisporre misure efficaci ed efficienti. 

Al termine delle due settimane l’alta corte keniana ha nuovamente fermato il tentativo del governo di chiudere i campi profughi, accontentando le richieste degli attivisti e della maggior parte dell’opinione pubblica. Ancora una volta sia l’abbandono dei rifugiati, sia il loro rimpatrio in Somalia sono stati giudicati troppo pericolosi.

Nella regione, la Somalia è uno tra gli Stati più pericolosi perché, a causa delle guerre intestine, della dittatura, della povertà e delle carestie ha coltivato un terreno particolarmente fertile per il proliferare di Al Shabaab che si insidia laddove lo Stato è debole. La richiesta del Governo è stata frenata poiché violava sia leggi interne allo Stato sia il diritto internazionale che ha predisposto strumenti per salvaguardare i rifugiati e vietare le torture. Inoltre, il rimpatrio può essere messo in atto solo se volontario e privo di pressioni esterne, nonché se verso un luogo sicuro.

Le ragioni per cui il Governo del Kenya spinge per la chiusura dei campi, attualmente rimandata per altri 30 giorni, sono sia il fatto che essi sono fonte di insicurezza perché serbatoi contenenti migliaia di possibili terroristi, sia un tentativo di ritorsione nei confronti della Somalia che aveva portato davanti alla Corte di Giustizia Internazionale una disputa su un confine marittimo conteso col Kenya.

Le ragioni sembrano riguardare esclusivamente la politica internazionale, ma bisogna tenere conto del fatto che nel 2022 si terranno le prossime elezioni e la campagna elettorale è già in atto. Parlare di sicurezza e della volontà di tenere al sicuro la popolazione dai fondamentalisti islamici è un ottimo strumento di propaganda.

Accanto al tentativo di chiudere i campi, volontà manifestatasi già nel 2014 per ciò che concerne il campo di Dadaab, nello stesso anno è cominciata la costruzione di un muro lungo il confine con la Somalia per tenere lontani i profughi. Il progetto è stato fallimentare e sono stati costruiti, su un confine di 700 km, 5,4 km.

Le condizioni di vita interne ai campi

Se da un lato il tentativo del Governo keniano di chiudere i campi accoglienti i rifugiati è considerabile disumano, è anche vero che la vita all’interno di essi non è definibile umana. Il confine tra sopravvivere e vivere diventa molto labile. Molte persone sono di fatto rinchiuse all’interno da decenni, senza possibilità di uscire, senza documenti e possibilità di lavorare e guadagnare o anche solo di inserirsi nella società del Kenya.

La capacità delle Nazioni Unite di fornire i servizi fondamentali viene sempre meno con l’aumentare dei rifugiati, complice anche un Governo che non intende occuparsi della questione né ne ha le capacità finanziarie. Il pugno di ferro che viene mostrato sempre più spesso dal Governo deriva sia dalla crescente insofferenza nei confronti di un problema a cui sembra non esserci rimedio, sia dalla strumentalizzazione dell’argomento per la campagna politica, sia dalla possibilità di affrontare apertamente l’Occidente senza rischiare il collasso economico, sapendo che ci sono molti possibili partner commerciali alternativi e per nulla interessati al rispetto dei diritti umani.

L’UNHCR si trova di fronte ad una situazione estremamente complicata e senza le risorse necessarie per affrontarla, soprattutto vista la crescente capillarizzazione delle cellule terroristiche in Somalia. Il Covid 19 non ha fatto che esacerbare questa condizione di precarietà all’interno dei campi e di sottolineare l’incapacità di fornire i servizi necessari. L’epidemia ha inficiato negativamente la salute mentale delle persone residenti nei campi, le quali non vedono alcun futuro.

È evidente come le crisi umanitarie, che riguardano il benessere di popolazioni dal punto di vista economico-sociale e del rispetto dei diritti umani, non possano essere scisse dalla dimensione politica. Finché la situazione politica della Somalia sarà instabile non sarà possibile frenare i flussi di rifugiati e finché l’apparato burocratico del Kenya, associato alla sua struttura economica e sociale, non saprà rispondere a una domanda così alta di lavoro e inserimento nella società non potranno esserci cambiamenti.

È chiaro che è irragionevole credere che il Kenya in pochi mesi riuscirà ad inserire attivamente nella società 400 mila persone, o che dalla Somalia verrà sradicata ogni cellula di Al Shabaab. Allo stesso tempo è ragionevole pensare che un’azione combinata e su più fronti (keniano e somalo), associata ad un piano strutturato per garantire i servizi all’interno dei campi possa essere una soluzione sul lungo periodo.

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