IL GRANDE GIOCO: RUSSIA E INGHILTERRA

Nei primi anni dell’Ottocento, mentre Napoleone imperversava con il suo esercito in tutta Europa esportando i principi della Rivoluzione, in Asia centrale lo Zar Alessandro I continuava la sua mira espansionistica volgendo lo sguardo verso i territori dell’Impero Ottomano che via via andava lentamente sgretolandosi (guadagnando infatti in quegli stessi anni l’appellativo di “Uomo malato d’Europa”). 

Conclusasi l’esperienza napoleonica, la Gran Bretagna non intendeva lasciare all’esercito russo l’agio di entrare e conquistare il suo preziosissimo gioiello: l’India. Pertanto, Londra inviava i suoi ufficiali in delle missioni via terra nell’Asia Centrale, anche di natura diplomatica. L’intenzione era quella di sopperire la disconoscenza del territorio terrestre limitrofo all’India essendo sempre giunti nel luogo via mare, dopo che Napoleone aveva manifestato l’intenzione di invadere il Paese insieme ad Alessandro I, ignaro anch’egli dei grandi ostacoli che il suo esercito avrebbe dovuto affrontare. 

Sconfitto Napoleone, la Russia riprendeva la sua campagna di conquista: ottenuti i territori della vecchia Via della Seta e spazzate via le minoranze che vivevano nei villaggi ai confini indiani essa diveniva giorno dopo giorno la più grande e pericolosa minaccia che Calcutta e Londra si ritrovavano a combattere. 

Mentre la Russia proseguiva per la strada intrapresa, Londra non si faceva intimidire e continuava con le sue missive diplomatiche cercando appoggio nei vicini europei, guardandosi bene però dal concedere loro ampi spazi d’azione in Asia centrale. 

Negli anni Settanta dell’Ottocento chiedeva alla neonata Germania, che sotto l’egida di Bismark sarebbe ben presto diventata un forte punto di riferimento per gli ottomani, di agire nei confronti dell’Impero ottomano stesso al fine di tutelare le minoranze cristiane che nel frattempo venivano vessate dai turchi e dai curdi, come quella armena. 

Inoltre, il fallito tentativo della Russia di annettere tanto Istanbul come già la Crimea diede una svolta in favore di Londra che non perdeva tempo e occupava intanto i Dardanelli per bloccare la via del Mare. 

Il teatro di scontro e di messa in atto del Grande Gioco non erano solo l’India e l’Impero ottomano ma anche la Persia, la Cina e in particolare il territorio dell’Afghanistan.

Fra il 1839 ed il 1880, durante le due guerre anglo-afgane, tanto la Gran Bretagna quanto la Russia accertavano la vera forza dell’esercito afgano e, mentre la Russia si trovava costretta a fare un passo indietro, Londra riusciva ad ottenere la gestione degli affari esteri del Paese con il Trattato di Gandomak, lasciando così quelli interni all’emiro afgano. 

Fra il 1855 ed il 1856, lo scià di Persia si trovava di fronte ad una difficile scelta: allearsi con Russia o Gran Bretagna? 

Di certo, fosse dipeso dalla sua volontà non avrebbe scelto né l’uno né l’altro giacché non provava alcuna simpatia per nessuno dei due. Nonostante fosse incline verso Londra in quanto convinto che questa avrebbe potuto aiutarlo a riottenere i possedimenti strappategli da Mosca egli alla fine scelse quest’ultima grazie all’azione de corpo diplomatico russo in Persia facendo leva sull’importantissima regione afgana di Herat, che si sarebbe dunque arresa ai persiani il 25 ottobre del 1856. 

In realtà però, i russi avevano visto oltre: Herat era un avamposto di fondamentale importanza per accedere all’India, di conseguenza era necessario cacciare i persiani al più presto. 

Gli inglesi dal canto loro riuscirono con un’azione militare coordinata fra la marina e l’esercito di terra a conquistare a loro volta Herat ottenendo in questo modo la benevolenza del sumiro afgano, mentre in India, fra le fila dell’esercito indigeno, iniziavano ad implodere i primi baluardi di malcontento. 

Dunque quando, nella primavera del 1858, l’anziano sumiro tentava di riprendersi i sui territori e lottare così contro il “nemico interno”, gli inglesi indietreggiarono senza troppi indugi consci del fatto che il successore dell’attuale anziano sovrano avrebbe potuto creare loro problemi in India. 

Lieto di avere ristabilito la pace nel suo Paese il sumiro moriva qualche giorno dopo, ignaro del fatto che a distanza di quindici anni Afghanistan e Gran Bretagna avrebbero ricorso nuovamente alle armi. 

Mentre l’Afghanistan e la Persia lottavano per mantenere il loro status quo nell’area, il Grande Gioco continuava a galoppare senza sosta. 

Difatti la Russia, nel frattempo, inviava in Cina, nella primavera del 1859, un giovane ventiseienne di nome Ignat’ev con il compito di fungere da mediatore fra i cinesi e gli europei che non versavano in buone acque. Naturalmente l’intento originale era quello di garantirsi nuovi potenziali territori. 

Sebbene, in un primo momento l’Imperatore cinese avesse rifiutato l’aiuto russo si ritrovò costretto ad accettarlo nel momento in cui le truppe francesi ed inglesi raggiunsero le mura di Pechino. 

L’Imperatore non ci pensò due volte a scappare e lasciò al fratello la matassa da sbrogliare. 

In realtà, gli europei raggiunsero facilmente le mura cinesi proprio grazie all’ausilio di Ignat’ev il quale di nascosto aveva fornito informazione agli stessi europei. 

Le richieste di inglesi e francesi erano: diritto delle potenze europee di avere diplomatici a Pechino, apertura di altri porti al commercio estero e il pagamento di un’ingentissima indennità alla Gran Bretagna (a causa della Seconda Guerra dell’Oppio). 

L’incalzare dell’inverno metteva fretta alle truppe e i loro comandanti, con la mediazione di Ignat’ev, si premurarono di firmare accordi separati, accontentandosi delle richieste originarie fatte prima della Seconda Guerra dell’Oppio. 

In questo modo, Ignat’ev riusciva ad ottenere la firma del Trattato di Pechino che consentiva, in maniera formale, alla Russia di annettere al suo dominio un territorio vastissimo, l’apertura dei consolati a Kahgar (Turkestan orientale) e Urga (Mongolia) che al tempo erano ancora sotto la sovranità di Pechino. Ma non solo: convinti che la mediazione del militare russo li avesse salvati, egli era riuscito ad assicurarsi se non l’alleanza quantomeno la riconoscenza cinese. 

L’apertura dei consolati alla Russia, inoltre, assicurava a Pietroburgo la libera circolazione delle merci russe in territorio cinese: ecco quindi come gli inglesi avessero perso sul tempo l’occasione di avere accesso ad una parte importante e fondamentale per il commercio nel territorio cinese. 

Il Grande Gioco avrebbe avuto un lungo seguito: fino ai primi anni del Novecento, l’azione delle potenze che cercavano di mantenere o conquistare nuovi possedimenti attraverso annessioni, accordi diplomatici o commerciali al fine di mantenere lo status quo di potenze, continuava a persistere. 

Esso inoltre, aprì la strada al Nuovo Grande Gioco che, sebbene avesse lo stesso intento del primo, si manifestava in maniera totalmente differente, lasciando spazio alle potenze emergenti di un mondo unipolare postmoderno arricchito da nuova sfera d’azione come il campo nucleare e tecnologico. Per concludere, la copiosa azione delle potenze del mondo nell’Asia Centrale evidenziava ed evidenzia ancora oggi la fondamentale importanza dell’area nell’affermazione degli Stati stessi che necessitano di un satellite per garantire una lunga vita alla loro prosperità e ricchezza

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