RAMAḌĀN 2021. DISTANZIAMENTO SOCIALE E ISOLAMENTO, PERFETTA ANTITESI DELLO SPIRITO DEL MESE SACRO DELL’ISLĀM

I musulmani di tutto il mondo danno il benvenuto al sacro mese di ramaḍān, il secondo che la comunità islamica mondiale vive in tempo di pandemia. Un evento collettivo e comunitario di grande rilevanza caratterizzato da socialità, condivisione e incontro, snaturato dagli imperativi della pandemia.

L’islām ha sofferto in maniera evidente la minaccia pandemica e tutte le sue conseguenze. Come evidenziato da un interessante studio recente, a cura di Paolo Branca e Antonio Cuciniello, a causa della pandemia i musulmani hanno «dovuto superare circostanze particolari riguardanti le specificità della stessa comunità, rispetto ai riti religiosi, con un adattamento speciale dovuto all’impossibilità di eseguire determinate pratiche religiose ritenute indispensabili in condizioni normali»[1].

La pandemia ha infatti messo in luce persistenti (e pre-esistenti) disparità su base religiosa, con un effetto moltiplicatore delle diseguaglianze. La sospensione delle preghiere collettive, la chiusura dei luoghi di culto e l’emergenza legata alla carenza di spazi cimiteriali – una delle tante questioni irrisolte nei paesi in cui i musulmani sono in minoranza (e che merita un discorso a parte) – sono alcuni degli aspetti che emergono, o meglio ri-emergono, da un anno a questa parte.

La umma trova il suo più importante elemento identitario nel principio del tawhīd, ossia il principio della unicità di Dio sancito nella shahāda, la professione di fede; si tratta di una definizione minima di appartenenza, fondata sull’adesione al testo sacro e sul riconoscimento del Profeta Muhammad come Messaggero, la cui vita ha una dimensione esemplare e paradigmatica, modello di perfezione cui tendere.

Su questo modo minimo di costruire l’appartenenza, soggettivo ma potentemente unificante, si manifesta l’identità unitaria dei musulmani, che trova la sua forza anche in altri ancoraggi che nello spazio di questa breve analisi non possono essere indagati adeguatamente. Se dovessimo invece rintracciare il fondamento dell’ortoprassi islamica che maggiormente salda l’identità collettiva religiosa, questo è indubbiamente il digiuno di ramaḍān. 

Nonostante sia difficile coniugare il digiuno prescritto nel mese di ramadān con il dinamismo della contemporaneità, è tra gli atti del culto quello maggiormente osservato anche da coloro che hanno una fede “tiepida”. Istituito nel secondo anno dell’ègira, il ṣawn è il quarto pilastro dell’islām, obbligatorio per tutti i credenti per tutta la durata del mese:

«O voi che credete! V’è prescritto il digiuno, come fu prescritto a coloro che furono prima di voi, nella speranza che voi possiate divenir timorati di Dio, per un numero determinato di giorni; ma chi di voi è malato o si trovi in viaggio, digiunerà in seguito per altrettanti giorni.

Quanto agli abili che lo rompano, lo riscatteranno col nutrire un povero. Ma chi fa spontaneamente del bene, meglio sarà per lui; il digiuno è un’opera buona per voi, se ben lo sapeste! E il mese di Ramaḍān, il mese in cui fu rivelato il Corano come guida per gli uomini e prova chiara di retta direzione e salvazione, non appena ne vedete la luna nuova, digiunate per tutto il mese […]. Iddio desidera agio per voi, non disagio, e vuole che compiate il numero dei giorni e che glorifichiate Iddio, perché vi ha guidato sulla retta Via, nella speranza che Gli siate grati»[2]

(Cor.2, 183-185).

Ramaḍān è il più importante fra i mesi ritenuti sacri[3]. Nono del calendario lunare, è il mese della rivelazione che “scese”, secondo la tradizione, il 27 ramadān, la «Notte del Destino»[4]

L’osservanza del digiuno prevede la totale astensione dall’assunzione di cibi e bevande, da atti sessuali e da comportamenti poco raccomandabili o biasimevoli dall’alba al tramonto. Litigi, calunnie, menzogne e cattivi pensieri sarebbero infatti inopportuni e in piena contraddizione con lo spirito e lo scopo del digiuno che è quello di allontanare ogni tentazione, ogni vizio, in favore di una spiritualità più intima da condividere con la comunità. Un momento di purificazione e rafforzamento della propria fede che richiede una rigida disciplina interiore. 

Così come per gli altri atti del culto, è richiesta al credente una sincera intenzione (niyya), primo requisito di validità che è anche una assunzione di responsabilità. Secondo la Sunna del Profeta, è raccomandabile un leggero pasto prima dell’alba (ṣuḥur) e la rottura del digiuno (ifṭār) al tramonto, che avviene spesso con gesto simbolico: un sorso d’acqua e qualche dattero, per poi dedicarsi alla preghiera rituale e fare solo in seguito un pasto regolare[5]

Il mese di ramaḍān termina con una delle due feste[6] più importanti riconosciute dall’ortodossia islamica, ‛īd al-fitr. Si tratta di un momento di grande coinvolgimento, ma soprattutto di riunione familiare, di socializzazione e di preghiera comunitaria, in un clima festoso e di condivisone che risente fortemente dei limiti imposti dalla normativa anti-Covid, a tutte le latitudini. 

Le moderne tecnologie hanno in parte attenuato l’impatto negativo dell’isolamento, ma non possono essere completamente sostitutive dello spirito conviviale della festa e della condivisione. Considerando che è importante saper tradurre anche le difficoltà in opportunità, «le famiglie hanno riscoperto di più il merito dell’aggregazione familiare e con il clima di isolamento in cui si sono trovate hanno dato più spazio al dialogo e alla riflessione intrafamiliare su molti aspetti della vita relazionale ed affettiva»[7].

A restare intatti, nonostante la difficile situazione pandemica, sono i principi di solidarietà e carità e le buone opere in generale, quali ad esempio la distribuzione di pacchi alle famiglie in difficoltà, la raccolta di fondi per le strutture sanitarie e l’assistenza morale e religiosa alle famiglie duramente colpite dal virus. Il digiuno è astensione, ma anche privazione e rinuncia per dare ad altri, più bisognosi.

Vaccino e digiuno 

Per molti paesi, come ad esempio il Regno Unito, il mese di ramaḍān coincide con una fase cruciale della campagna vaccinale, ossia il momento in cui il farmaco dovrebbe raggiungere gli ultracinquantenni. Gli oltre tre milioni di musulmani del paese (provenienti soprattutto dall’India, dal Pakistan e dal Bangladesh), così come avvenuto nel resto mondo, avevano sollevato alcune perplessità sui vaccini, che riguardavano soprattutto la possibilità che questi contenessero sostanze animali proibite, che la somministrazione del vaccino comportasse l’interruzione del digiuno, o ancora l’evenienza che il digiuno potesse essere interrotto a causa degli effetti collaterali del vaccino stesso. Numerosi pareri autorevoli (fatwa) erano intervenuti in modo rassicurante sul tema, dichiarando che il vaccino anti-Covid 19 è halāl.

Il governo britannico ha posto in essere diverse iniziative per rispondere alle esigenze dei cittadini di fede islamica, prevedendo la somministrazione notturna del vaccino e portando avanti su radio e televisioni locali una campagna in tredici lingue, alla quale prendono parte leader religiosi e medici per convincere o rassicurare i musulmani sul tema vaccinale. Rassicurazioni importanti, ma se vogliamo non necessarie ai fini di una stretta osservanza perché, in questo caso, un’importante risposta è chiaramente rintracciabile nei versetti coranici sopracitati: le necessità rendono leciti i divieti perché «Iddio desidera agio per voi, non disagio». 


[1] A. Cuciniello- Paolo Branca (a cura di), Malattia, morte e cura. I musulmani e l’emergenza sanitaria, Quaderni CIRMib 3-2020 (Centro di iniziative e ricerche sulle migrazioni – Brescia), Università Cattolica del Sacro Cuore, Vita e Pensiero, Milano 2020, p. 16. 

[2] A. Bausani (a cura di), Il Corano, Rizzoli Libri S.p.A., Milano 2006.

[3] Gli altri sono Rağab, Dhū’l-qa‛da, Dhū’l-hiğğa e Muharram.

[4] M. Ruthven, Islām, Einaudi tascabili, Torino 1997, p.143.

[5] A. Ventura, L’islām sunnita nel periodo classico (VII-XVI secolo), in Islam, G. Filoramo (a cura), Editori Laterza, Bari 2007,  p. 136-137.

[6] La seconda è fissata il decimo giorno del mese di Dhū’l-hiğğa, in cui si festeggia la ‛id al-kabīr, la festa del sacrificio a conclusione di tutti i rituali del Grande pellegrinaggio alla Mecca.

[7] A. Cuciniello, P. Branca (a cura di), op. cit., p. 90.

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