BALCANI, VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI SEMPRE PIÙ PRESENTI. UNIONE EUROPEA SEMPRE PIÙ LONTANA?

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Il nuovo rapporto di Amnesty International ha denunciato un aumento delle violazioni dei diritti umani in tutto il mondo, Balcani compresi. Stati come la Bosnia Erzegovina, la Serbia e la Romania hanno sfruttato la pandemia per promulgare leggi discriminatorie – e, talvolta, anche repressive – nei confronti delle minoranze etniche e di genere, ma anche lesive del diritto di espressione e della libertà di stampa, in un crescendo di violazioni che stanno allontanando sempre più i Balcani occidentali dal progetto europeo. Ma, in un contesto in cui stanno prendendo sempre più piede i partiti populisti e sovranisti, la vera domanda è: esiste ancora un sogno europeo nei Balcani?

Le denunce di Amnesty International

Secondo il nuovo rapporto di Amnesty International, il 2020 è stato una cartina al tornasole nel mostrare le lacune nella protezione dei diritti umani nel mondo, così come della fragilità della cooperazione internazionale.

Molti governi non sono stati capaci di rispondere con prontezza ed efficacia alla sfida rappresentata dalla pandemia: ritardi nelle chiusure, misure di contenimento inefficaci o cieche agli aspetti economici e sociali dei Paesi, mancanza di dispositivi sanitari adeguati o di vaccini hanno contribuito ad aggravare le disparità già esistenti fra gli Stati.

E, al loro interno, la forbice sociale si è allargata ulteriormente. Una situazione aggravata ancor più da alcune politiche governative, che hanno sfruttato abilmente il Coronavirus per promulgare leggi spesso discriminatorie, in alcuni casi anche repressive.

Alcuni Paesi balcanici sono – ad esempio – fra questi: già la scorsa primavera, infatti, la Romania e l’Albania avevano scelto di derogare alcune delle norme in materia di diritti umani previsti dalla Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo (CEDU) per i primi mesi di lock-down, ristabilendole successivamente seppur in un contesto di allerta generale ancora oggi vigente.

D’altra parte, in Moldova, la creazione da parte dell’autonoma Tiraspol di trentasette posti di blocco nel distretto di Dubăsari, nella cosiddetta ‘security zone’, ha impedito a molti cittadini di ricevere adeguate cure mediche, impedendo non solo agli abitanti della zona sicura di raggiungere gli ospedali in Bessarabia, ma a questi ospedali di disporre della propria equipe medica al completo, dal momento che alcuni sanitari sono rimasti bloccati dai militari transnistriani al di là del fiume Nistru/Dnestr.

La ripresa dell’etnonazionalismo balcanico

In un contesto di incertezza e paura, come quello generato dalla trasmissione del Covid-19, una delle prime reazioni è stata la chiusura all’altro, al diverso. Frutto della diffusione di idee populiste degli ultimi anni, la codificazione di un’identità e di un primato nazionale hanno trovato terreno fertile in una regione – come quella balcanica – dove i problemi etnici non sono mai stati del tutto risolti, complici anche un processo di giustizia troppo lento e una palese non-volontà dei governi.

In tale contesto, le discriminazioni contro la popolazione rom – nomade e decisa a mantenere la propria unicità culturale – si sono acuite in tutta la penisola: secondo quanto riportato anche da Amnesty International, in diversi Paesi sono state imposte misure di contenimento e di impedimento della libera circolazione particolarmente severe per la sola popolazione rom, arrivando a creare aree ‘chiuse’ in Bulgaria e Croazia, dove il persistere della pandemia ha comportato l’estremo peggioramento delle condizioni igieniche e sanitarie. In Macedonia del Nord, invece, sono stati posti limiti all’accesso dei rom ai sostegni finanziari previsti dal governo in risposta al lock-down dello scorso anno.

Secondo capro espiatorio nella lotta all’altro sono inevitabilmente stati i migranti dispersi lungo la Balkan Route, con un notevole aumento degli episodi di violenza e detenzione, oltre all’aggravarsi della precarietà dei centri di accoglienza. Criticità che, seppur frutto di una malagestione cronica dei flussi, si sono acuite durante tutto il 2020, dando forza ai discorsi nazionalistici ed etno-nazionalistici.

Non per niente, l’elemento etnico si è accompagnato alla diatriba sulla gestione dei rifugiati in Bosnia Erzegovina, quando i distretti dell’area di Una Sana, a nord della regione croata-bosniaca, hanno accusato il governo di Sarajevo di disporre i centri di accoglienza solo nella loro area perché abitata da una popolazione a maggioranza bosgnacca musulmana e per favorire l’islamizzazione dell’area; in contrapposizione, invece, a quanto avvenuto nella Repubblica di Sprska, l’area abitata per lo più dai serbi ortodossi, dove l’opposizione delle autorità pubbliche ha impedito l’apertura di qualsiasi hub.

Un’opposizione – quella serba-bosgnacca – che ha caratterizzato anche le elezioni montenegrine dello scorso anno e il loro indomani: sono, infatti, stati registrati numerosi casi di violenza perpetrati contro la popolazione bosgnacca musulmana del Paese, in concomitanza con l’aumento del processo di mitizzazione dell’identità serba, passato sia per il favoreggiamento della Chiesa ortodossa serba con una discussa legge religiosa, sia per la dedica di una via cittadina di Berane a Ratko Mladić, il boia di Srebrenica.

La fragilità economica e il potere dei partiti populisti

Tale situazione si sta inevitabilmente acuendo a causa delle difficoltà economiche. I continui lock-down stanno, infatti, avendo pesanti effetti sulle economie nazionali, già caratterizzate da una sostanziale fragilità. Il PIL dell’area balcanica, basato per lo più sul commercio con l’estero e sui fondi diretti esteri, ha osservato una notevole contrazione nel corso del 2020, che dovrebbe continuare e – potenzialmente – aggravarsi nel corso di questo nuovo anno.

Se l’elemento etnico può giocare un ruolo nella visione populista dell’Europa Orientale, è indubbio che il perno centrale sia il fattore economico: la propaganda della difesa nazionale ha inevitabilmente maggiore presa nelle situazioni di maggior penalizzazione economica.

Esemplificativo – in tal senso – è il caso delle elezioni romene dello scorso dicembre, dove il favorito Partidul Național Liberal (PNL) è stato sconfitto dal partito nazionalista Partidul Social Democrat (PSD), non tanto per un aumento nel numero di elettori di quest’ultimo, quanto per una notevole diffidenza del proprio elettorato, che – sfiduciato da una malagestione della pandemia e da una politica economica infruttuosa – ha preferito astenersi.

Non solo, la scarsa fiducia di molti romeni nei confronti della gestione che Bucarest avrà della crisi economica dei prossimi anni ha spinto alcuni a votare per il partito dell’ultradestra Alianța pentru Unirea Românilor (AUR), che ha basato il proprio programma sulla patria, la religione e la famiglia.

D’altra parte, anche in Kosovo le ultime elezioni hanno registrato la vittoria del partito populista Vetëvendosje, che si è assicurato la vittoria grazie a un programma incentrato sulla promessa di una rivoluzione del sistema lavorativo e la creazione di nuovi posti di impiego, di cui molti rivolti ai giovani e alle donne, categorie storicamente escluse e sempre più colpite dalla crisi post-Covid.

Violenze e aspettative sulla bilancia del sogno europeo

È indubbio che in molti Paesi balcanici i partiti nazionalisti – sia di destra che di sinistra – stiano prendendo piede, affermandosi come i gruppi che meglio rappresentano il volere dei loro cittadini, ben decisi a migliorare le condizioni del proprio Stato nella speranza di vedersi garantito un futuro più sicuro e fruttuoso.

Vittoriosi in Kosovo e ben saldi in Serbia, i nazionalisti si sono assicurati un gran numero di seggi anche negli altri Stati, dove – pur non avendo ottenuto la maggioranza di governo – stanno creando non troppi problemi alla creazione dei nuovi esecutivi: in Romania – ad esempio – il PNL è stato costretto ad allearsi con l’Alianța USR Plus e la Uniunea Democrată Maghiară din România per riuscire ad assicurarsi una maggioranza di voti tale da superare il partito socialista sovranista PSD; mentre in Moldova le continue opposizioni del Parlamento, a maggioranza nazionalista e filo-russa, ai candidati Primi ministri proposti dal neo-presidente della Repubblica Sandu hanno fossilizzato il Paese per mesi e lo porteranno quasi sicuramente a indire nuove elezioni parlamentari.

D’altra parte, anche nelle recenti elezioni bulgare i partiti populisti – pur non assicurandosi la maggioranza dei voti, ancora affidati al Граждани за европейско развитие на България (in italiano: Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria, GERB) – si sono resi i maggiori catalizzatori degli interessi e del malcontento dei cittadini, come ben esemplificato dal 17% dei consensiaffidato al nuovo partito Има такъв народ (in italiano: C’è un popolo come questo) dell’artista Slavi Trifonov.

L’enorme consenso dei partiti populisti e sovranisti in quasi tutta la penisola balcanica sta rendendo evidente che i Balcani occidentali sono sempre meno interessati a legarsi all’Unione Europea, vista sempre più lontana anche in seguito agli ennesimi blocchi al processo di annessione dell’Albania e della Macedonia del Nord e alla non-apertura dei negoziati per gli altri Paesi dell’area.

Un’Unione Europea che, oltretutto, non pare così interessata a riallacciare i rapporti coi suoi vicini, visti anche il ritardo negli aiuti durante il primo lock-down e le miopi scelte nella campagna vaccinale, che non hanno ampliato la distribuzione di Pfezier e AstraZeneca oltre ai confini di Bruxelles.

Ed è, forse, anche per questo che i Balcani occidentali sono sempre meno intenzionati a rispettare i diritti umani – come invece richiesto dai Criteri di Copenaghen -, secondo anche quanto denunciato da Amnesty International. Una situazione a cui l’Unione Europea dovrebbe guardare attentamente, se non vuole perdere definitivamente il proprio primato nell’area.

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