STATI UNITI E RUSSIA, BIDEN E PUTIN: SCAGLI LA PIETRA CHI È SENZA PECCATO

Credits: picture-alliance/Sascha Steinach

L’attacco di Joe Biden a Vladimir Putin era mirato a sottolineare le incompatibili differenze ideologiche e morali tra gli USA e la Russia. Involontariamente, ne ha invece enfatizzato le somiglianze.

Leggendo gli ultimi botta e risposta tra il Presidente americano e il Capo di Stato russo la sensazione è di essere tornati indietro di 70 anni, agli albori della Guerra Fredda. 

Nonostante l’aria gelida, siamo nel 2021 e l’Unione Sovietica ha smesso di esistere da 30 anni, ed insieme ad essa la dicotomia che per decenni ha caratterizzato la geopolitica mondiale e le relazioni internazionali: buoni/cattivi, capitalismo/comunismo, democrazia/autoritarismo.

Tuttavia, sebbene non si possa parlare di comunismo e autoritarismo in relazione alla Russia di oggi, sembrerebbe che tuttora i termini di questa dicotomia siano rimasti invariati: agli occhi degli americani la Russia di Putin non appare molto diversa dall’URSS di Stalin, nemico da sconfiggere e prima minaccia per la democrazia globale. 

Non sorprende dunque, che a far scalpore nella dichiarazione di Biden che accusa Putin di essere un assassino sia stata principalmente la scelta di parole poco diplomatica per un presidente e non l’accusa in sé, rimasta praticamente incontestata. 

Siamo quindi forse abituati a questo tipo di atteggiamento degli americani nei confronti dei russi? E soprattutto, da cosa deriva questa percezione così negativa dell’altro, che da decenni caratterizza le relazioni tra i due Paesi?

La spiegazione ci viene fornita proprio dalla risposta giunta da Mosca. “Chi lo dice sa di esserlo”, ha commentato Putin, aggiungendo che: 

“Nella storia di ogni popolo, di ogni Stato, ci sono molti avvenimenti drammatici, pesanti, sanguinosi. Ma quando noi valutiamo le altre persone, o persino gli altri Stati o popoli, è come se ci guardassimo allo specchio e lì vediamo noi stessi, perché trasferiamo agli altri ciò di cui noi respiriamo, ciò che noi siamo in sostanza.  Noi nell’altra persona vediamo sempre proiettate le nostre proprie qualità e pensiamo che l’altro sia come noi.”

La chiave di lettura offerta dal presidente russo è, dunque, di stampo psicologico. L’immagine della Russia come nemesi degli Stati Uniti sarebbe in realtà una proiezione degli stessi USA: guardando la Russia, essi si guarderebbero allo specchio, vedendovi riflessi i propri difetti, giudicandola e condannandola per delle politiche non troppo diverse dalle proprie. 

Le fonti della condotta americana 

Tale visione antitetica della Russia non è di certo una novità di Biden, ma risale proprio alle origini della Guerra Fredda, in particolare ai due uomini artefici di questa politica: Harry Truman e George Kennan. Nel 1946, il consigliere dell’Ambasciata Statunitense George Kennan nel suo famoso “lungo telegramma” e nel successivo articolo Le Fonti Della Condotta Sovietica, pubblicato da Foreign Affairs nel 1947, dipinse una Russia arretrata, sospettosa, ingannevole e confusionaria, in preda a fanatismo, gelosia e scetticismo.

Oltre a ciò, egli imputò l’ostilità e l’aggressività russa a sentimenti quali insicurezza e paranoia, generati dalla consapevolezza di essere economicamente, tecnologicamente e militarmente inferiori rispetto ai paesi occidentali e, prima di tutto, agli Stati Uniti. Di conseguenza, i leader russi avrebbero sempre cercato di rispondere a questo senso di inferiorità minacciando e tentando di distruggere le potenze rivali, mettendo a repentaglio ogni possibilità di collaborazione.

Infine, secondo il diplomatico, era a causa della minaccia del capitalismo che i sovietici adottavano una politica espansionistica e imperialista: credevano di avere il dovere di diffondere nel mondo la Rivoluzione ed il Comunismo e, soprattutto, di porre fine al capitalismo.

E’ da questo ritratto -veritiero o meno- che nacque la strategia del Contenimento e, come risultato, la Guerra Fredda, mirata ad eliminare un nemico che incarnava l’opposto degli ideali americani, per poter garantire democrazia e libertà a tutta la comunità internazionale. Truman fu il primo presidente a rimarcare la dicotomia tra le due potenze, e Biden sembra non aver adottato un approccio differente. 

Nel 2017, esattamente 70 anni dopo l’articolo di Kennan e precisamente per lo stesso giornale, l’allora vicepresidente degli USA è stato coautore di un saggio intitolato Come Resistere Al Cremlino. Difendere La Democrazia Dai Suoi Nemici, nel quale sostiene che “oggi, il governo russo sta sfacciatamente aggredendo le fondamenta della democrazia occidentale in tutto il mondo”, sottolineando che: 

“L’assalto della Russia alla democrazia e alla sovversione dei sistemi politici democratici richiede una risposta forte. Gli Stati Uniti e i loro alleati devono migliorare la loro capacità di scoraggiare l’aggressione militare russa e collaborare più strettamente per rafforzare la propria sicurezza energetica e prevenire le forme non militari di coercizione della Russia”. 

Impossibile non notare in queste parole -e nell’intero saggio, titolo in primis- l’inconfutabile influenza del diplomatico americano e gli echi della teoria del Contenimento.

Al centro di tale ostilità e diffidenza da parte di Biden ci sarebbe la presunta ingerenza di Mosca in favore di Donald Trump nelle elezioni americane del 2016 e apparentemente,  da quanto emerso dal rapporto del National Intelligence Council, anche in quelle del 2020. Condannando aspramente l’operato del Cremlino, Washington ha infatti annunciato nuove sanzioni che si andranno ad aggiungere a quelle già in atto per l’annessione della Crimea e l’avvelenamento dell’oppositore Alexei Navalny.

Sono state proprio queste due questioni a deteriorare ulteriormente le relazioni tra i due paesi, poiché considerate gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale, pilastri fondamentali della politica estera statunitense e in particolare di Biden. Sulla base di ciò, non è difficile comprendere la dura linea intrapresa dal neopresidente, il quale ha garantito che Putin pagherà il giusto prezzo per le sue azioni.

Due facce della stessa medaglia

L’ingerenza negli affari interni di Stati sovrani e la violazione dei diritti umani di qualsiasi individuo meritano indubbiamente condanne e sanzioni. Per questo motivo, ad un occhio obiettivo, l’atteggiamento di Biden e dei suoi predecessori risulta quantomeno incoerente. 

La politica estera americana è sempre stata caratterizzata da un forte interventismo, giustificato dal famoso concetto di Eccezionalismo Americanoovvero la teoria che vede gli Stati Uniti come paese unico al mondo dal punto di vista culturale, economico, politico e militare. In quanto unici, gli USA avrebbero l’obbligo morale -ed il diritto- di esportare la propria eccezionalità, diffondendola nel mondo, compiendo quello che il giornalista John O’ Sullivan già nel 1845 definì il loro Destino Manifesto.

Ed è così che in nome della democrazia e della libertà, nel corso dei decenni i presidenti americani hanno autorizzato e pianificato molteplici interventi militari, molto spesso mascherati da interventi umanitari. Solo prendendo in considerazione il periodo dalla fine della Guerra Fredda ad oggi, si possono contare diversi tentativi di esportare il modello americano orchestrando colpi di stato, assistendo fazioni di ribelli, bombardando villaggi di civili, influenzando processi elettorali e transizioni di governo.

Dal Congo, allo Yemen e alla Somalia, passando per il Medio Oriente tra la Libia, la Siria, l’Iraq, Israele e Palestina, avvicinandoci all’Italia con gli interventi nei conflitti in Serbia, Bosnia e Macedonia, per non parlare delle infinite ingerenze in tutta l’America Latina, non si può certo dire che gli Stati Uniti non abbiano mai interferito negli affari interni di altri stati, contraddicendo il principio stesso di democrazia e violando i diritti umani di migliaia di civili.

Lo stesso discorso può essere applicato anche a questioni più interne. Non è trascorso nemmeno un anno dalla morte di George Floyd e dalle conseguenti rivolte del movimento Black Lives Matter, mirate a denunciare un problema profondamente radicato nella società americana e che, almeno al momento, sembra impossibile da risolvere: il razzismo sistematico combinato all’abuso di potere da parte della polizia.

A neanche un mese fa invece risalgono le ultime sparatorie di massa, ad Atlanta e Boulder, dove in totale sono state uccise 18 persone; ancora una volta si discute sulle controverse leggi che permettono l’accesso alle armi da fuoco, senza però giungere ad una soluzione. 

Se, da un lato, ovviamente, le situazioni interne ai due stati non sono comparabili, dall’altro è innegabile che la Russia non sia l’unica delle due parti ad aver dei gravi problemi da risolvere sul piano domestico, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza dei propri cittadini.

Sulla base di queste considerazioni, la condanna americana nei confronti della Russia appare, dunque, pronunciata da un pulpito di ipocrisia. Ed è qui che si insedia la chiave di lettura proposta da Putin. Gli Stati Uniti tendono a vedere la Russia come un paese incline a politiche espansioniste, offensive ed irrazionali, pieno di contraddizioni ed ossimori, non rendendosi conto che queste caratteristiche si applicano perfettamente anche alla propria essenza, della quale sono una perfetta proiezione.

E se questi paesi ed i rispettivi leader non fossero poli opposti con differenze inconciliabili, ma due facce della stessa medaglia, dotati di molte più somiglianze di quello che si crede? 

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