NUOVO RIALZO DEL CARBURANTE: DALLE TENSIONI OPEC ALL’ITALIA GREEN

Credits: https://www.welfarenetwork.it/l-opec-non-trova-l-intesa-sui-tagli-alla-produzione-crolla-il-prezzo-del-petrolio-20200307/

Con l’avvento della pandemia la mancata intesa tra Russia e paesi OPEC per equilibrare l’offerta a fronte della riduzione di domanda ha fatto crollare il prezzo del greggio. Prezzo che però ha ripreso a salire in estate, grazie ad una nuova strategia comune tra paesi OpecPlus che ha portato ad un ampio taglio della produzione. Il risultato è stato un aumento delle quotazioni Brent. In aggiunta, le tensioni geopolitiche tra Yemen e Arabia Saudita hanno permesso all’indice di raggiungere valori ben sopra la media, con conseguente aumento del costo del carburante. L’effetto in Italia è stato significativo soprattutto a causa di accise particolarmente salate e ad una transizione energetica più lenta e meno efficace che nel resto dell’UE. Il tentativo da parte del governo Draghi di favorire questo cambiamento rischia però di portare a un caro-prezzi della benzina in un momento economicamente complicato”.

Da venti settimane in Italia stiamo assistendo ad un aumento abbastanza percettibile del prezzo del carburante. Non può essere (ancora) paragonato alle grandi crisi del passato, ma ciò che sembra certo è che la crescita lineare dell’importo di benzina e diesel ha catturato l’attenzione dei principali media e analisti. Più che un bias che ha già visto il suo picco, esperti da più posizioni non escludono che il trend possa non calare nelle prossime settimane.

Prima di analizzare le cause di questo aumento, è doveroso sottolineare che l’aumento del prezzo del carburante, così come dell’energia in generale, non reca incomodi esclusivamente agli automobilisti ma all’intero apparato economico di un paese.

Il caro-combustibile incide anche sui macchinari agricoli e industriali i cui costi si ripercuotono in prezzi più alti delle merci prodotte, beni alimentari compresi. In aggiunta all’ulteriore difficoltà per i cittadini in un momento economicamente complicato, l’aumento contribuisce a produrre uno svantaggio competitivo addizionale per il sistema imprenditoriale italiano nei confronti di quello concorrente.

2020: tra crisi pandemica e accordi Russia/OPEC 

Nel corso del 2020 l’evento principalmente responsabile per la riduzione nella produzione mondiale di petrolio greggio è stato il ritardo negli accordi tra Russia e paesi OPEC per le quote di mercato, che ha causato un crollo nei prezzi del greggio, tra febbraio e aprile 2020.

Con la crisi pandemica, infatti, i produttori di petrolio hanno correttamente fiutato una riduzione della domanda, a causa dei vincoli alla mobilità, terrestre e aerea, imposta dagli stati. L’accordo sarebbe servito per mantenere un equilibrio tra domanda e offerta tale da fare in modo che il prezzo rimanesse sui 60$/bbl.

Tuttavia, le tensioni geopolitiche hanno spinto la Russia a rifiutare il taglio produttivo, cosa che ha portato ad un eccesso di offerta. Eccesso di offerta reso ancora più ampio dal calo della domanda dovuto agli effetti della crisi, con la sospensione della mobilità e delle industrie.

Il risultato è stato un crollo nel prezzo del greggio, che nell’aprile 2020 ha toccato il minimo storico di 13$/bbl.  Il mercato ha iniziato a riprendersi durante l’estate del 2020 grazie soprattutto alla ritrovata intesa tra Russia e paesi OPEC, con un taglio di circa 9,7 Mbl/g che ha riportato il prezzo intorno ai 40$/bbl. Dopo l’estate 2020 i prezzi hanno iniziato a risalire. Oltre al taglio della produzione nel primo semestre a incidere è stato l’annuncio dei paesi produttori, OPEC e non-OPEC, che le scorte accumulate nel periodo di emergenza sanitaria stavano finendo.

Le cause: gli attacchi degli yemeniti alle stazioni saudite

Alla legge della domanda e dell’offerta hanno fatto seguito anche altre tensioni geopolitiche.  Un evento significativo pare essere l’impennata delle tensioni nella guerra tra Yemen e Arabia Saudita, in particolare il recente attacco da parte dei ribelli yemeniti Houthi alla stazione petrolifera saudita Ras Tanura.  Un atto che figura parte di una violenta protesta volta ad ottenere maggiore autonomia e l’indipendenza politica. Un conflitto di cui si parla poco ma che negli ultimi sei anni è costato la vita a oltre dodicimila civili.

L’attacco, oltre a provocare diversi feriti, ha generato vistosi danni ai magazzini di petrolio. Secondo l’americana Energy Information Administration (EIA) quella di Abqaiq è una delle più grandi stazioni del mondo, dove il greggio saudita viene lavorato prima di essere spedito via pipeline alle raffinerie ed ai mercati di esportazione. Il tutto considerando che l’Arabia Saudita con i suoi 5,7 milioni di barili al giorno fornisce greggio a circa il 10% del mondo e che il paese di Moḥammad bin Salman resta favorevole ad un ulteriore taglio della produzione per il prossimo trimestre.

Secondo un’analisi portata avanti da Asharq Al-Awsat, uno dei principali media locali d’informazione online, il taglio volontario stimato per alzare i prezzi è di sette milioni di barili al giorno. Un taglio ancora più pesante se si considera che fa seguito a quello già messo in atto dai paesi dell’OpecPlus nell’aprile 2020. Il risultato è che il prezzo del petrolio Brent è lievitato fino a 65$ -66$/bbl nel primo trimestre 2021.

Politica italiana e piano Green di Draghi

Il forte calo avvenuto nella prima metà del 2020 ha ovviamente ridotto le importazioni anche in Italia, di un quinto rispetto al 2019. Calo che è avvenuto abbastanza equamente tra i fornitori. Il primo fornitore resta l’Azerbaijan, seguito da Iraq e Arabia Saudita.

L’Italia tuttavia con l’aumento del prezzo del greggio torna ad essere fra i primi cinque paesi europei con il prezzo della benzina più alto. Lo “spread petrolifero” con gli altri paesi europei dipende principalmente da due fattori: in primis, ad incidere tanto sono le accise che il paese si porta dietro ormai da decenni, oltre che un’IVA particolarmente salata. Accise che derivano da questioni decennali come la guerra in Abissinia, le missioni in Libano e in Bosnia, la crisi del Canale di Suez, i terremoti, le alluvioni, i disastri naturali.

Secondo il Country Report della Commissione Europea “i ricavi delle tasse ambientali in Italia sono superiori alla media UE (3,3% di PIL nel 2018, contro il 2,4% dell’UE)”. In secondo luogo vale l’impegno che il governo Draghi si è assunto di attuare e rispettare le direttive Green dell’Unione Europea, che ha portato indirettamente ad un aumento del prezzo del carburante. Da Maastricht, quando l’Europa ha espresso la sua volontà di una graduale transizione dall’oro nero al meno inquinante gas naturale, l’Italia ha mostrato un ritardo nei risultati rispetto agli altri paesi europei nonostante iniziative come i “Certificati Verdi” (1999) o “Conto Energia” (2005). 

I problemi come spesso accade derivano dai pochi investimenti, dalla lentezza delle procedure amministrative e dall’incapacità di pianificazione e coordinamento delle diverse istituzioni. A fine 2019 l’allora governo in carica PD-5 Stelle aveva inserito nella Manovra un aumento graduale del prezzo del carburante a partire dal 2021 per un triennio, in ordine di ridurre il debito, ma il passaggio è stato bloccato. 

Il governo Draghi invece ha fatto sapere di voler dare un cambio di rotta netto alle politiche ambientali precedenti e di voler quindi seguire le orme di Bruxelles nella sua battaglia nell’introduzione della carbon tax e della transizione verso energie pulite. A febbraio 2021 il neoincaricato governo ha creato il Nuovo Ministero della Transizione Ecologica, retto da Roberto Cingolani, per rispettare la scadenza imposta dall’Unione Europea di ridurre del 55% le emissioni di CO2 entro il 2030

Su come però l’esecutivo pensa di porre in atto queste politiche ancora non è dato saperlo; quello che secondo gli esperti sembra al momento mancare è un piano vincente per modificare il sistema di tassazione energetica generale e favorire la transizione verso energie pulite. Nel frattempo, mentre queste decisioni vengono analizzate, quello che si sta concretizzando resta un significativo incremento del prezzo del carburante, in particolar modo la benzina. Il tutto mentre i danni economici per il Covid-19 iniziano a farsi sentire più pressanti che mai.

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