COVID-19 ED ESPULSIONI COLLETTIVE: I MIGRANTI TUNISINI ALLE PORTE DELL’ITALIA

Credits: ttps://www.interno.gov.it/it/notizie/rimpatri-tunisia-ripresi-i-voli-charter-bisettimanali-dal-10-agosto-40-tunisini-trasferimento

L’aggravarsi della crisi economica e sociale a seguito dell’avvento del Covid-19 ha causato l’aumento degli arrivi sulle coste italiane di cittadini tunisini. Nominati e identificati dai media nazionali, il loro arrivo e le pratiche successive allo sbarco sono, però, avvolti da un’opacità nelle procedure stabilite dal diritto interno e internazionale.

Durante la pandemia causata dal COVID-19 e probabilmente anche per colpa degli effetti economici, sociali e politici, gli sbarchi dei migranti dalla Tunisia si sono intensificati sulle coste di Lampedusa. Contemporaneamente, tuttavia, lo Stato italiano ha rafforzato la sua politica di esternalizzazione delle frontiere rinnovando gli accordi di rimpatrio tra i due Stati.

Dallo sbarco al rimpatrio passando per la quarantena, il tragitto dei migranti rischia, però, di essere poco rispettoso del diritto vigente in materia di migrazione. Il percorso comincia con l’arrivo e il trasporto in un hotspot. Il tempo di permanenza è variabile ma è già in queste strutture che le persone vengono pre-identificate con la compilazione di un foglio notizie, un foglio prestampato da firmare per le autorità che riconosce la nazionalità ai migranti. Si effettua così una prima profilazione che, di fatto, non consente di fare richiesta di protezione internazionale e, date le modalità generali, non permette di far emergere delle cause di inespellibilità. Seguono l’identificazione e l’iscrizione alla banca dati. La pandemia ha reso necessaria l’aggiunta di un ulteriore passo a questo iter: le persone vengono portate su una nave quarantena per l’isolamento fiduciario.

Sull’imbarcazione, le possibilità di ricevere comunicazioni e incontrare operatori e avvocati per una consulenza legale sono ridotte anche a causa dell’isolamento. Dopo un’attestazione di negatività e la fine della quarantena, si riceve un altro foglio notiziedove scrivere le generalità della persona e la motivazione dell’arrivo in Italia che contiene caselle già barrate. Si accetta quindi di dichiarare di non essere minorenni, di non avere rapporti o parenti in Italia e di essere informato rispetto alla possibilità di richiedere asilo. Sulla base degli accordi con la Turchia, quindi, la persona riceve un provvedimento di espulsione o un foglio di via seguendo l’iter che passa per l’ingresso in un centro per il rimpatrio, il trattenimento e l’effettivo rimpatrio verso la Turchia.

L’apposizione della firma sui fogli di via classifica, praticamente, la persona come migrante economico a propria insaputa, cioè senza essere informato rispetto alla procedura per l’ottenimento di una forma di protezione internazionale.

Le criticità

Analizzando l’iter seguito dai migranti risulta evidente come né negli hotspot né tantomeno sulla nave da quarantena le persone vengano informate dei propri diritti. Eppure tale principio è stabilito dalla direttiva procedure (Direttiva 2013/32/UE), lo strumento europeo che fissa i criteri comuni per le domande di protezione internazionale presentate nel territorio degli Stati membri.

All’articolo 8 si stabilisce, infatti, l’obbligo statale di fornire informazioni sulla possibilità di presentare domanda d’asilo, di garantire una piena comunicazione tramite i servizi di interpretazione e, ancora, di assicurare alle organizzazioni e a chi presta consulenza e assistenza il contatto con i richiedenti. Tali previsioni possono essere limitate per motivi di sicurezza senza, però, rendere impossibile l’accesso.

Firmare un modulo nella più totale ignoranza del contenuto che attesta di essere stati informati di queste possibilità rende difficile provare la violazione di tale obbligo e condanna i migranti ad essere rimpatriati senza un’analisi della propria situazione.

Ed è a questo punto che si manifesta la possibile violazione più grave. La rapidità e la standardizzazione delle procedure sacrificano la tutela del diritto di asilo. È chiaro che questa procedura impedisce una valutazione dell’analisi personale dell’individuo rendendo impossibile stabilire se esso si ritrova ad essere, ai sensi della legge, un migrante economico o possa avere accesso alla protezione. Si configura così una possibile espulsione collettiva basata solo sul mero fatto di possedere la cittadinanza tunisina.

Anche quando raggiunti da un provvedimento di allontanamento nei centri di permanenza per il rimpatrio, la possibilità di provare che non si è stati informati del proprio diritto di asilo o che la propria volontà è rimasta inascoltata è minima. Inoltre, il tempo a disposizione, le canoniche 48 ore prima della convalida del procedimento del giudice, sono insufficienti per un’adeguata analisi.

Il divieto di espulsioni collettive è presente nel nostro sistema giuridico dalla ratifica del Protocollo 4 allegato alla Convenzione Europea dei
Diritti dell’uomo
 che all’articolo 4 ne vieta in maniera chiara la pratica.  Se l’obiettivo dovrebbe essere quindi di arrivare ad adottare un procedimento di espulsione solo dopo un’analisi individuale e prendendo in considerazione la situazione differenziata di ogni individuo, tale iter sembra discostarsi nettamente.

Un’indagine di mera forma che non tiene conto dell’individualità potrebbe impedire ai cittadini tunisini il riconoscimento di protezione internazionale ed, ancor peggio, rimpatriare persone che rischiano una violazione dei diritti fondamentali, in netto contrasto con il principio di non refoulement.

Gli accordi Italia-Tunisia contribuiscono a velocizzare un procedimento che aveva già dimostrato una certa celerità e che, di fatto, può comportare un’imprecisa valutazione individuale. Il primo accordo bilaterale tra i due paesi risale al 1998 e si compone di una nota verbale in cui il governo tunisino si assumeva l’impegno di controllare le cose in cambio di quote di ingresso annuali in Italia per cittadini tunisini.

Si susseguono accordi e dichiarazioni congiunte per la gestione dell’emergenza migratoria soprattutto a seguito delle primavere arabe. Fino ad arrivare all’agosto del 2020, quando una parte del Governo italiano si reca a Tunisi per negoziare un’intesa proclamata dai media e testimoniata dall’aumento dei voli. Le autorità italiane non hanno ufficializzato un nuovo accordo ma l’incremento dei rimpatri è evidente e gli effetti sui migranti lo sono ancor di più.

La legittimità degli accordi dovrebbe basarsi sulla possibilità di conoscerne il contenuto e di applicarne un controllo democratico. L’assenza di un nuovo accordo rende immotivabile dal punto di vista giuridico l’aumento del numero dei voli e conseguentemente dei rimpatri. 

La mancanza di una corretta informazione rispetto alle possibilità di richiedere protezione internazionale, la celerità nell’analisi dei singoli casi e la poca trasparenza negli accordi bilaterali suscitano non poche perplessità circa il rispetto della normativa interna e internazionale oltre a produrre effetti che potrebbero essere irreversibili.

Bibliografia

  • Direttiva 2013/32/UE
  • Protocollo Addizionale n. 4 alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali (1963)

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