LA CRISI DEL MOZAMBICO TRA INTERESSI PETROLIFERI E TERRORISMO JIHADISTA

Da mercoledì 24 marzo un’escalation di violenza sta scuotendo il nord del Mozambico.

Un gruppo di uomini del gruppo Ahlu al Sunna wa al Jamaa, noto anche come al-Shabaab, ha fatto irruzione nella città di Palma provocando un numero imprecisato di morti e sfollati.

Molte persone sono riuscite a fuggire e sono state scortate fino a Pemba, a 250 chilometri a sud di Palma.

L’area settentrionale del Paese non è estranea a questo tipo di episodi. La città di Palma si trova nella provincia a maggioranza musulmana di Cabo Delgado che, dal 2017, è teatro di un violento conflitto che ha provocato oltre 2500 morti e 700.000 sfollati. 

Il segnale dell’acutizzarsi delle tensioni era già stato lanciato lo scorso agosto quando al-Shabaab ha colpito la città portuale di Mocímboa da Praia estendendo, successivamente, il controllo nei villaggi vicini.

Ma quali sono le cause di queste tensioni che stanno provocando una delle più gravi crisi umanitarie? 

L’attacco di fine marzo è avvenuto dopo l’annuncio dell’azienda petrolifera francese Total di voler riprendere i lavori finalizzati all’estrazione di gas naturale. 

La città di Palma infatti si trova a pochi chilometri dalla penisola di Afungi, in cui è presente un importante giacimento di gas naturale che è al centro di un progetto di oltre 17 miliardi gestito dalla francese Total, le italiane Eni ed ExxonMobil, e la russa Rosnet.

Uno degli aspetti determinanti è proprio che la Provincia di Cabo Delgado, che è sempre stata una delle aree più povere del Paese, è diventata all’improvviso una delle zone più contese, in seguito alla scoperta, nel 2010, di diversi giacimenti. 

Questa scoperta invece di portare un maggiore benessere alla sua popolazione ne ha decretato la condanna a una miseria esasperata. 

In questi anni il governo ha sottratto, in modo indiscriminato, intere distese di terreni alle comunità locali, per cederle alle società private con l’obiettivo di intensificare la ricerca di pietre preziose e altre risorse naturali.

Gli effetti negativi dell’azione governativa non sono stati attenuati da nessun tipo di misura a sostegno della popolazione che, di conseguenza, è rimasta senza terreno, case e beni di prima necessità.

La situazione inoltre è stata aggravata dalle restrizioni legate al coronavirus che hanno comportato l’interruzione delle attività di coltivazione e di pesca e che, secondo le Nazioni Unite, hanno fatto sprofondare oltre 950.000 persone in una condizione di insicurezza alimentare.

Il contesto di disperazione socio-economica, l’esclusione della popolazione dallo sfruttamento delle risorse naturali, la corruzione, gli effetti dei cambiamenti climatici si presentano come il terreno perfetto per la coltivazione dell’odio jihadista.

Il problema del terrorismo islamico infatti non ha solo una collocazione internazionale ma va soprattutto inserito in una dimensione locale in cui i gruppi jihadisti trovano spazio tra la disperazione e l’emarginazione dei giovani che si sentono abbandonati dalle istituzioni. 

La reazione del governo si è rivelata del tutto insufficiente. Quest’ultimo, infatti, ha cercato di rispondere attraverso le forze militari che, tra l’altro, hanno ricevuto un intenso addestramento da parte delle forze americane e portoghesi. 

Una strategia già ampiamente utilizzata, in Sahel o in Nigeria, e che si rivela inutile se non viene accompagnata da un intervento reale delle istituzioni sul piano sociale ed economico. 

Un’osservazione che, tuttavia, finisce per essere lapalissiana per un quadro complesso come quello del Mozambico in cui, nei fatti, lo Stato quasi non esiste. 

Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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