SANZIONI UE-CINA: RELAZIONI A RISCHIO?

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Le ripetute repressioni delle libertà fondamentali commesse dal governo cinese a danno della minoranza uigura dello Xinjiang, hanno spinto gli Stati europei a dare esecuzione al regolamento relativo alle misure restrittive contro i responsabili di gravi violazioni e abusi dei diritti umani. Le misure prevedono il congelamento di fondi e risorse economiche nonché l’imposizione di divieti di circolazione per i funzionari e le entità cinesi ritenuti responsabili delle repressioni degli uiguri.

L’unione Europea si esprime già dal 2019 sulle condizioni di vita della comunità turcofona e di credo musulmano degli uiguri nello Xinjiang, tra sterilizzazioni, lavori forzati e campi di rieducazione. Il Parlamento europeo, nel dicembre 2020, ha condannato fortemente sia le repressioni delle minoranze etniche che le motivazioni fornite da Pechino, di combattere con questi mezzi, il terrorismo interno.

Allo stesso tempo, ha condannato il ricorso alla tecnologia di sorveglianza digitale, per controllare la popolazione e le condizioni degradanti di lavoro forzato e liberticide in cui vivono gli uiguri e altre minoranze musulmane nella regione. 

Le preoccupazioni si concentrano particolarmente sul fatto che le multinazionali europee si riforniscono dalle catene di produzione dei settori dell’abbigliamento, della tecnologia e dell’automobile in cui è impiegato il lavoro forzato uiguro. Le aziende europee sarebbero così implicate nella commissione di violazioni dei diritti umani, attraverso l’immissione nel mercato unico, di prodotti provenienti da contesti in cui i diritti non sono garantiti.

A tal proposito, il Parlamento si è spinto a proporre l’adozione di una legislazione, che preveda il divieto di immettere sul mercato dell’UE, le merci prodotte in condizioni in cui vengono commessi gravi violazioni dei diritti umani, come il lavoro forzato o il lavoro minorile. L’intento è sensibilizzare le governance aziendali sul loro dovere di diligenza, in materia di diritti umani nella catena di approvvigionamento. L’UE si erge come difensore dei valori di democrazia e rispetto dei diritti umani su cui lo stesso ordinamento si fonda. 

La finalità ultima delle sanzioni applicate ai funzionari e alle entità cinesi responsabili della repressione uigura nello Xinjiang è punire singole persone ed entità giuridiche, senza compromettere i rapporti economici con il Paese di nazionalità degli interessati. I Paesi europei esitano a imporre sanzioni più efficaci a livello economico, come una limitazione delle importazioni, rispetto alle simboliche sanzioni di divieto di ingresso e congelamento dei beni.

L’Unione vorrebbe separare i conflitti geopolitici dagli interessi economici: da un lato, rivendica la propria posizione di difensore dei diritti umani e, dall’altro, porta avanti i propri interessi puramente economici. La motivazione diventa chiara se si considera che la Cina è primo partner commerciale dell’UE. Le statistiche di Eurostat sugli scambi commerciali internazionali del 2020 rivelano un aumento delle importazioni dalla Cina del 5,6% e un incremento delle esportazioni europee verso la Cina del 2,2%. 

Se l’UE adottasse misure economiche restrittive, provocherebbe profonde fratture nelle relazioni economiche tra i due attori per le possibili ingenti perdite di cui soffrirebbero non solo le casse cinesi ma, soprattutto, quelle europee. 

Nonostante queste esitazioni, le simboliche sanzioni europee potrebbero mettere ugualmente a rischio la fiducia reciproca tra i due partner commerciali per la reazione di forza cinese. Considerando le sanzioni come un attacco deliberato alla sovranità e agli interessi cinesi, la RPC ha sanzionato importanti politici, accademici e istituzioni europee, tra cui il Comitato politico e di sicurezza del Consiglio europeo e la sottocommissione per i diritti umani.

Per Xi Jinping la diplomazia, l’uso politico delle istituzioni e del diritto internazionale, il commercio e i blocchi agli investimenti esteri sono strumenti funzionali a raggiungere obiettivi politici di affermazione geopolitica e sicurezza economica[1]. Non da ultimo, le sanzioni europee, concordate con Canada, Regno Unito e Stati Uniti hanno suscitato una reazione congiunta di Russia e Cina.

La Russia – per le sanzioni contro due russi per repressione, tortura, arresti arbitrari e detenzioni, uccisioni arbitrarie di persone LGBTI e oppositori politici in Cecenia – e la Cina rafforzano le loro relazioni diplomatiche, condannando le sanzioni unilaterali applicate dall’Occidente unito e rivendicando il diritto degli Stati sovrani a non subire interferenze nei loro affari interni. 

A fare le spese della guerriglia tra UE e Cina, coi rispettivi alleati, potrebbero essere proprio gli ultimi interessi economici concretizzati nel Comprehensive Agreement on Investment (CAI) – firmato a dicembre 2021. La Cina impone la rimozione delle sanzioni ai suoi funzionari, minacciando il fallimento del CAI.

L’epilogo di questa strategia è chiaro: stiamo assistendo alla formazione di due blocchi politici, la Cina e la Russia da una parte, l’Unione europea e le liberaldemocrazie occidentali dall’altra. Se la sensazione era che l’UE avesse messo da parte i suoi valori in favore degli interessi economici, ad oggi, sembra esattamente l’opposto.

La rimozione delle sanzioni cinesi agli eurodeputati e alle istituzioni europee è la condizione da soddisfare per continuare il negoziato dell’accordo sugli investimenti. Rispetto alle condizioni concordate nell’accordo CAI, ciò che colpiva maggiormente era l’impegno della Cina a ratificare la convenzione internazionale sul lavoro e una convenzione ad hoc sul lavoro forzato, essendo un tema particolarmente delicato per le repressioni della minoranza uigura nello Xinjiang internata nei campi di rieducazione e lavoro forzato. Che sia una strategia di Xi Jinping per svincolarsi da questa impasse e portare avanti la propria programmazione? 

Dalla reazione di forza cinese fino all’alleanza coi russi, la percezione è che la RPC non si arrenderà facilmente alle condizioni europee perché la regione autonoma dello Xinjiang – popolata da undici milioni di uiguri musulmani e altre minoranze etniche – riveste un ruolo fondamentale per le politiche di Xi Jinping, volte a fare della Cina una potenza economica e geopoliticamente affermata.

Il processo di innovazione messo in atto negli ultimi anni con notevoli risultati dal governo cinese consente al Paese di impadronirsi del potere di iniziativa nella concorrenza e nello sviluppo, così da garantire la propria sicurezza economica[2]. La potenza cinese, attraverso il commercio per le tratte nord-occidentali dello Xinjiang nel progetto della nuova Via della Seta, vuole rafforzare le relazioni con i paesi dell’Asia, dell’Europa e dell’Africa.

Xi Jinping vuole raggiungere l’obiettivo di autosufficienza interna attraverso il controllo della regione, essendo lo Xinjiang il maggior fornitore di risorse energetiche del paese. 

La Cina non rinuncerà alle proprie mire, a costo di raffreddare le relazioni con l’Unione europea, e l’UE sul versante opposto non rinuncerà ai propri valori democratici e rispettosi dei diritti umani.


[1] Cfr. Alessandro Aresu, Le potenze del capitalismo politico, La nave di Teseo, 2020.

[2] Cfr. ibidem.

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