LA CALDA PRIMAVERA DEL DONBASS

Sul continente europeo è in corso una guerra da sette anni; iniziata esattamente il 6 aprile 2014, ad oggi non si intravede nessuna possibilità di una lunga e stabile soluzione al conflitto che ad oggi ha causato più di 15.000 morti. Con USA e Russia che adesso sembrano volere scendere in campo rispettivamente, i primi con Ucraina e i secondi con le Repubbliche separatiste

Quella del Donbas è una contesa scomoda, che, a dispetto delle ripetute proclamazioni di cessate il fuoco, nei primi quattro anni, dall’aprile 2014 alla fine del 2018, secondo la missione di monitoraggio per i diritti umani delle Nazioni Unite in Ucraina, ha causato quasi 13.000 vittime; di cui 3.300 sarebbero i civili rimasti uccisi, oltre a 4.000 i soldati ucraini e 5.500 miliziani separatisti. In aggiunta, un numero di persone fra le 27 e le 30 mila sono rimaste ferite nel corso del conflitto armato. Numeri preoccupanti che potrebbero moltiplicarsi nel corso dei prossimi anni se la situazione non dovesse stabilizzarsi.

Il conflitto nell’Ucraina orientale nasce qualche mese dopo i fatti di piazza Euromaidan (21 nov 2013 – 22 feb 2014), ovvero quando Kiev decise di balzare dall’altra parte della barricata, passando dalla decennale egida moscovita al controllo da parte di Bruxelles. Come scritto in precedenza tutto iniziò il 6 aprile 2014, quando alcuni manifestanti armati – ucraini di origine russe – si sono impradoniti di sedi e palazzi governativi nelle regioni di Donec’k, Luhans’k e Charkiv. Questi soggetti, autoproclamatisi immediatamente separatisti, chiedevano al nuovo esecutivo ucraino di mantenere inalterati i legami con la Russia, a danno di quelli con l’Unione Europea, nonché l’indizione di un referendum che permettesse alle regioni orientali ucraine a maggioranza russa di potersi proclamare indipendenti. Vedendosi negate tali richieste dal neo governo ucraino, salito al potere successivamente alla violenta e non pacifica protesta di Piazza Maidan, le popolazioni separatiste della regione del Donbass hanno deciso di dare vita a due distinte repubbliche che si sono autoproclamate indipendenti, fondando così la Repubblica Popolare di Doneck e la Repubblica Popolare di Lugansk. Da quel momento in poi, l’Ucraina, ha provato in maniera preponderante a soffocare le due repubbliche, addirittura con l’uso della forza militare.

Nonostante il conflitto in Ucraina non si sia mai sopito del tutto ed abbia vissuto fasi alterne con diverse escalation, mai come adesso, però, è sembrato arrivare ad un punto di non ritorno. Con l’elezione di Biden, al contrario di quanto visto con Trump, la neo amministrazione statunitense sembrerebbe intenzionata a supportare Kiev in tutti i modi possibili, mettendo fine una volta per tutte alla contesa nell’Ucraina orientale. Di contro, la Federazione Russa, così come espresso da Dmitry Peskov, segretario del presidente Putin, non è intenzionata minimamente ad abbandonare la popolazione russofona al proprio destino.

Lo stesso Peskov ha assicurato che “La sicurezza e il destino dei russi, anche nel Donbass, sono la priorità indiscussa del leader russo Vladimir Putin. Il loro destino (dei cittadini russi) è sicuramente la priorità assoluta dello Stato russo e del presidente.”

Ma perché Peskov parla di cittadini russi e non di ucraini, o di russofoni che vivono nel Donbass? 

La risposta è molto semplice, perché secondo il capo della Direzione principale del Ministero degli affari interni della Russia nella regione di Rostov, Oleg Agarkov, dal 18 febbraio 639.000 residenti del Donbass sono diventati cittadini della Federazione Russa con una procedura semplificata. Ovviamente questa situazione complicherebbe di molto le posizioni degli attori coinvolti in un eventuale conflitto su larga scala che potrebbe accendersi lì; così non si parlerebbe più – nel caso Kiev intenda attaccare militarmente – di separatisti uccisi per mano del proprio governo ma di cittadini russi uccisi per mano di un governo straniero.

Le preoccupazioni non sono state espresse solo da Peskov ma anche dal presidente della Duma, Viacheslav Volodin, ha affermato che le azioni del governo ucraino negli ultimi anni per quanto concerne una soluzione pacifica del conflitto nel Donbass hanno lasciato un nulla di fatto e l’attuale condotta espressa dalle autorità di Kiev potrebbe portare a conseguenze più disastrose.

Anche altri attori internazionali hanno confermato quanto la situazione nell’est ucraino sia instabile, primi fra tutti Francia e Germania, i quali hanno espresso preoccupazione per il numero crescente di violazioni del cessate il fuoco nel Donbass; a ragione di ciò il presidente Putin, il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel avevano previsto  un incontro che si sarebbe dovuto tenere il 29 marzo, ma che alla fine è saltato per volere del ministero degli Affari esteri ucraino, il quale ha sollecitato l’intervento   del Dipartimento di Stato USA affinchè esercitasse pressione sugli alleati europei . 

A conferma della situazione, quanto mai complicata, anche il capo dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk, Denis Pushilin, ha affermato che la situazione nel Donbass attualmente è molto tesa.

“Al momento l’Ucraina è pronta per operazioni militari a tutti gli effetti, che un tale ordine venga emesso o meno, solo il tempo potrà dirlo.  Da sette anni viviamo in modalità prontezza. Abbiamo creato un esercito a tutti gli effetti, la DPR è pronto per qualsiasi sviluppo di eventi. Stiamo facendo tutto il possibile affinché il conflitto non divampi”

Il problema vero dell’escalation delle tensioni nell’Ucraina orientale, non è rappresentato da un improbabile invasione russa, ma dalla possibilità concreta che il governo ucraino interpreti erroneamente i segnali di sostegno americani come semaforo verde per un assalto alle repubbliche ribelli nel Donbass.

Del resto, anche la stampa occidentale si è già schierata in questo conflitto senza fine, come titolava recentemente il Kyiv Post, ripreso dal più autorevole TheSun a fine marzo 2021,  “Le truppe e i carri armati russi si radunano al confine con l’Ucraina” e nello stesso periodo il Daily Mail titolava “La Russia sta “inondando la Crimea con treni pieni di carri armati”.

Una cosa è certa, solo Washington in questo quadro complicato potrà decidere le sorti del conflitto in Ucraina, spetta capire (e sperare) se opterà per una soluzione diplomatica o bellica; da parte di Mosca la volontà è quanto mai chiara, mantenere lo status quo. 

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