BIDEN BLOCCA KEYSTONE XL

La nuova amministrazione punta a debellare le scelte poco green incoraggiate da Trump.

Joe Biden non ha perso tempo e appena entrato alla Casa Bianca ha immediatamente proceduto alla firma di memorandum ed ordini esecutivi nel tentativo di “riparare” le mancanze e gli errori della precedente amministrazione e di restituire al Paese quella leadership nella lotta al cambiamento climatico per troppo tempo messa da parte, chiudendo così l’era Trump. 

Di notevole interesse risulta essere l’Executive order on Protecting Public Health and the Environment and Restoring Science to Tackle the Climate Change, il quale ha posto la parola fine alla costruzione dell’oleodotto di 1.947 km Keystone XL.

Keystone XL è la quarta fase del Keystone Pipeline System, un sistema di oleodotti che si estende dal Canada agli Stati Uniti. L’estensione dell’oleodotto era stata proposta per la prima volta nel 2005 e progettata nel luglio 2008 dalla TC Energy (a quel tempo nota col nome di TransCanada), con sede in Alberta (Canada), e dalla ConocoPhillips, una delle maggiori compagnie petrolifere con sede a Houston, in Texas.

Tale estensione prese il nome di Keystone XL con il compito di trasportare in sicurezza 830.000 barili al giorno di petrolio greggio da Hardisty, in Alberta. L’oleodotto sarebbe entrato in territorio statunitense a Morgan, nel Montana, e poi sarebbe passato per il South Dakota, fino a raggiungere Steele City, nello Stato del Nebraska, dove si sarebbe collegato alle strutture preesistenti che si estendono fino al Texas, sulla costa del Golfo del Messico dove sorgono le raffinerie.  

La costruzione di Keystone XL avrebbe portato alla creazione di 13.200 posti di lavoro, suddivisi in 10.400 per gli Stati Uniti e 2.800 per il Canada, senza tener conto delle altre opportunità lavorative che si sarebbero generate in seguito alla costruzione del progetto. Il progetto venne però già bocciato dal presidente Barack Obama nel 2015 e anche Hillary Clinton espresse la sua opposizione alla costruzione dell’oleodotto, vedendolo come una minaccia all’ambiente, ma ritornò sotto i riflettori con Trump, che nel gennaio 2017 si mobilitò rapidamente per firmare tutti i permessi per l’avvio dei lavori.

Chiara Ferro

Attualmente ricopro il ruolo di Junior Political Researcher presso la Parliamentary Assembly of the Mediterranean. Sono laureata in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario con menzione alla carriera presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in Politica ed Economia dell’Ambiente e correlazione in Geopolitica Economica sul futuro delle risorse idriche legate al caso studio della Grand Ethiopian Renaissance Dam. Con IARI, collaboro con l’associazione inglese “Cop26 and beyond” analizzando nelle mie analisi gli impatti del cambiamento climatico su ambiente e società. La curiosità e la ricerca scientifica sono state determinanti nello sviluppo del mio forte interesse per la geopolitica dell’ambiente e delle risorse energetiche. Tra le mie passioni rientrano la geografia, lo studio delle civiltà antiche, prime su tutte l’antico Egitto e l’antica Grecia, e la degustazione di birre artigianali in giro per il mondo.

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