UN NUOVO REPORT DI AMNESTY SUI RIFUGIATI SIRIANI IN LIBANO

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Amnesty denuncia la condizione dei rifugiati e delle rifugiate in Libano, accusati di terrorismo e vittime delle conseguenze dello spillover siriano. 

“I wish I would die” così si intitola il report pubblicato da Amnesty International il 23 marzo scorso; un documento di 50 pagine che denuncia le violenze commesse dall’intelligence militare libanese contro rifugiate siriane e rifugiati siriani, trattenuti in Libano in detenzione preventiva con l’accusa di terrorismo. 

Detenzioni arbitrarie, violazione dei principi del giusto processo, violenze e molestie sessuali, tortura e trattamenti disumani e degradanti. Sono queste le violenze subite dai rifugiati e dalle rifugiate, avvenute, secondo i ricercatori e le ricercatrici di Amnesty, perlopiù all’interno del centro di intelligence militare di Ablah, l’ufficio di sicurezza generale di Beirut o il ministero della Difesa. 

Spesso arrestati arbitrariamente, accusati di terrorismo sulla base di motivazioni vaghe, legate, ad esempio, ad affiliazioni politico-religiose o semplicemente perché provenivano dalle aree ribelli in Siria, nella più parte dei casi, le rifugiate e i rifugiati intervistati hanno riferito di essere stati torturati durante l’interrogatorio o la detenzione.

Nel caso delle donne, molte di loro sono state trattenute per attività presunte di familiari o per esercitare pressione su di loro. Inoltre, dai racconti emerge l’utilizzo di tecniche di tortura tipiche delle carceri siriane – come il tristemente famoso “tappeto volante”, lo “shabeh” o il “balango” – con l’intento mirato di estorcere confessioni e informazioni, che, date le circostanze, difficilmente possono essere considerate attendibili.

Dopo l’arresto, molte e molti di loro sono stati costretti ad attendere settimane prima di comparire davanti a un giudice, perfino vedendosi vietato, durante il primo interrogatorio, il proprio diritto d’avvalersi di un avvocato. In alcuni casi, i processi hanno subito rinvii fino a due anni e si sono svolti davanti a tribunali militari, il tutto in aperta violazione del diritto internazionale. 

Le ricerche, confluite poi nel report finale in discussione, sono state effettuate tra giugno 2020 e febbraio 2021 e prendono in rassegna eventi avvenuti tra il 2014 e la fine del 2019. È importante soffermarci sul periodo temporale, scelto dai ricercatori e dalle ricercatrici di Amnesty, per meglio comprendere il contesto dell’agire discriminatorio delle autorità libanesi sotto accusa, così da inserirlo all’interno delle vicende regionali accadute nel periodo considerato.

Molti detenuti hanno infatti dichiarato che è stato chiesto loro, durante gli interrogatori, se sostenessero o meno Bashar al-Assad e nei casi di risposta negativa le forze di sicurezza hanno aumentato la violenza delle percosse. Dichiarazioni del genere suggeriscono che possano esserci motivazioni politiche dietro le aggressioni.

A questo punto è legittimo chiedersi cosa c’entri il Libano con gli affari siriani.

Il 2014 è l’anno della battaglia di Arsal, una città di confine che sin dall’inizio della guerra civile siriana ha visto crescere il numero di rifugiate siriane e rifugiati siriani al suo interno. Si tratta di uno dei primi episodi di sconfinamento dello scontro siriano in Libano, concretizzatosi in un’escalation di violenza tra combattenti di Jabhat al-Nusra e Daesh e l’esercito libanese, a cui ha fatto seguito una campagna di arresti indiscriminati e di massa tra i siriani e le siriane presenti nella zona, sulla base del loro presunto coinvolgimento negli scontri. 

La porosità del confine tra Libano e Siria ha reso il territorio tra i due Paesi “uno spazio unico”, nonostante la Dichiarazione di Baabda del 2012. Interessi strategici e geopolitici regionali, attraverso una precisa strumentalizzazione ideologica del confessionalismo che rende ibrido l’esercizio della sovranità libanese (Fregonese 2012), hanno infatti agito in maniera tale da favorire la proliferazione d’atteggiamenti razzisti e il più delle volte legati a forme di radicalismo politico-religioso, organizzato su base settaria, nel Paese. In questo contesto, lo spillover siriano si è tradotto in un aumento della spirale interna di violenze identitarie, di cui i rifugiati siriani e le rifugiate siriane, al centro del report di Amnesty, sembrano essere rimaste vittima.

Marie Forestier, ricercatrice di Amnesty afferma: “Questo rapporto fornisce un’immagine del trattamento crudele, violento e discriminatorio delle autorità libanesi nei confronti dei rifugiati siriani detenuti perché sospettati di reati di terrorismo. In molti casi, rifugiati che scappavano da guerra, repressioni spietate e torture diffuse si sono ritrovati detenuti in maniera arbitraria e in regime di incommunicado in Libano, dove subiscono molti degli stessi orrori delle prigioni siriane. […] Non c’è dubbio che i membri dei gruppi armati responsabili delle violazioni dei diritti umani debbano rispondere delle loro azioni, ma l’evidente violazione del diritto al giusto processo dei rifugiati siriani da parte delle autorità libanesi mette in ridicolo la giustizia. In ogni fase, dall’arresto all’interrogatorio, alla detenzione e al giudizio durante processi iniqui, le autorità hanno completamente ignorato il diritto umanitario internazionale”.  

Le ricerche si sono soffermate sulla situazione dei rifugiati siriani e delle rifugiate siriane perché sono esposti a un rischio maggiore di arresti arbitrari e violazioni dei diritti umani nel Paese. Difatti, lo Stato non riconosce loro lo status legale di rifugiato. Ciò significa che per il governo, i siriani e le siriane presenti in Libano non sono “rifugiati”, ma semplici sfollati, costretti pertanto a vivere in condizioni di estrema precarietà e informalità e col rischio permanente di essere fermati ai diversi checkpoint e arbitrariamente arrestati se non in possesso di documenti validi.

Dopo 10 anni di guerra almeno 13 milioni di siriane e siriani sono stati costretti a lasciare le proprie case. Di questi 6 milioni circa sono rifugiati perlopiù in Turchia, Libano e Giordania.  Il Libano ne ospita quasi 2 milioni, ossia la maggiore quantità per numero di abitanti. Già a partire dal 2014 le autorità libanesi hanno iniziato ad inasprire le misure d’accoglienza arrivando ad imporre nel 2015 all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) di non registrare le nuove e i nuovi arrivati. In questo modo è stato creato il reticolato istituzionale che ha permesso il perpetuarsi delle violenze denunciate oggi da Amnesty International. 

Il Paese sta vivendo una profonda crisi sistemica e pertanto cresce la pressione – sia da parte dei partiti politici, sia da parte della popolazione – sul far rientrare i rifugiati e le rifugiate in Siria. Dalle interviste effettuate risulta che siano stati emessi 3 ordini di deportazione forzata di detenuti e uno di questi è stato eseguito, violando il principio internazionale di non respingimento.

Le Nazioni Unite e l’Unione Europea hanno più volte dichiarato che, alle attuali condizioni, il rientro in Siria non può considerarsi sicuro né tantomeno volontario, dignitoso e sostenibile, nonostante venga utilizzato dallo stesso governo siriano come ulteriore strumento di riabilitazione del proprio ruolo all’interno della società internazionale, e dalle forze politiche dei Paesi ospitanti, come nel caso del Libano, a fini meramente elettorali e politicisti. 

Per concludere un veloce passaggio sulla metodologia seguita e sugli obiettivi del report 

Sono state intervistate in totale 26 persone, tra i 22 e i 55 anni, 20 delle quali provenivano da Qusayr e da Homs e 4 di loro hanno combattuto con l’Esercito siriano libero – a conferma di quanto detto sopra. Tra loro si contano anche due ragazzi che all’epoca dell’arresto avevano 15 e 16 anni e due uomini trattenuti assieme ai loro figli adolescenti.

Delle e degli intervistati alcuni sono ancora in prigione e la restante parte è stata in carcere a più riprese tra il 2014 e il 2020. Per corroborare le interviste è stata esaminata la documentazione presente negli archivi locali e relativa a 16 dei 26 casi documentati. Quindi sono stati presi in considerazione: rapporti di interrogatorio, citazioni in giudizio, rapporti medici ecc… Nella maggior parte dei casi, i file erano incompleti, così come non risultano indagini aperte finanche nei casi in cui i detenuti e le detenute avevano già riferito al giudice delle violenze subite. 

Si legge nel report che volutamente non si è entrato nel merito delle accuse di terrorismo perché fedeli alla convinzione che i principi del diritto si applichino al di là della colpevolezza o meno di chi si trova sotto accusa. Inoltre, sono stati intervistati diversi avvocati, analizzati altri report giornalistici e di altre organizzazioni per i diritti umani, oltre ad aver preso in considerazione ricerche precedenti effettuate dalla stessa Amnesty. 

A seguito di queste ricerche, il 15 dicembre 2020 e il 17 febbraio 2021, Amnesty ha scritto al Ministero dell’Interno, della Difesa e della Giustizia del Paese chiedendo chiarezza. 

La legge contro la tortura è stata approvata dal parlamento libanese nel 2017. Tuttavia, già da tempo ne era stata denunciata la mancata implementazione. A questo va aggiunto il fatto che il Libano non ha ancora ratificato la Convenzione sui Rifugiati del ‘51 e il protocollo del ‘67.

L’obiettivo del report è quello di pretendere la fine delle deportazioni in Siria, sottolineando l’insieme dei fattori che rendono ancora non sicuro il rientro dei siriani e delle siriane; di denunciare le violenze subite, in particolare da donne e minori, e la totale assenza di diritti per i rifugiati e le rifugiate nel Paese.

La situazione disumana denunciata ha causato in molti degli intervistati e delle intervistate traumi psicologici profondi, che difficilmente potranno permettersi di affrontare per scarsità di risorse economiche (in molti casi dissipate in spese processuali legate a questo vortice continuo di fermi, denunce e detenzioni) e per l’accesso ristretto alle cure necessarie. 

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