L’UE ALLO SPECCHIO: LA COFE E LE DIFFICOLTÀ DEL PROGETTO EUROPEO

Flag of Europe on wood background

La Conferenza sul Futuro dell’Europa, che inizierà il prossimo 9 maggio, è lo specchio delle debolezze del progetto europeo. Tra lungaggini procedurali e incapacità di accordarsi su questioni cruciali, la COFE rischia di diventare l’ennesimo dibattito per gli “addetti ai lavori”, senza avere la portata di cambiamento istituzionale inizialmente auspicata. 

Negli ultimi mesi, all’interno delle istituzioni europee si è dibattuto molto circa l’organizzazione della cosiddetta “Conferenza sul Futuro dell’Europa” (COFE – Conference on the Future of Europe).

Lanciata per la prima volta nel 2019 dal Presidente francese Emmanuel Macron, in una lettera indirizzata ai cittadini europei nella quale definiva la sua visione di una European Renaissance, l’iniziativa è poi divenuta una delle priorità della Commissione Europea presieduta da Ursula von der Leyen.

Nell’immaginario del Presidente Macron, la Conferenza avrebbe dovuto essere non soltanto un momento di confronto tra i cittadini europei, ma soprattutto il luogo preposto per riflettere sulle problematiche – e dunque sul futuro stesso – del progetto politico europeo e proporre le modifiche necessarie, senza escludere eventualmente anche la revisione dei trattati.

Dopo oltre 10 anni dall’entrata in vigore del trattato di Lisbona, è infatti necessario avviare un serio dibattito su quali obiettivi sono stati raggiunti nel processo di integrazione europea, ma ancor più importante è individuare gli strumenti che l’UE può adottare per migliorare la sua azione. 

Sin dal principio, il Parlamento Europeo ha accolto favorevolmente l’iniziativa, facendosi promotore di un approccio dal basso volto alla creazione di forum di discussione con il più ampio coinvolgimento possibile dei cittadini europei.

Nella risoluzione adottata a gennaio del 2020, il Parlamento sottolineava la necessità avviare una riflessione su quei temi già dibattuti alle elezioni europee del 2019, come per esempio la possibilità di implementare le liste transnazionali, come uno degli obiettivi della Conferenza, in modo da compiere le eventuali modifiche necessarie in tempo per le elezioni del 2024.

Il Parlamento, infine, concludeva la risoluzione con l’auspicio di dare concreta attuazione agli esiti provenienti dalla Conferenza, chiedendo alle altre istituzioni coinvolte – la Commissione Europea e il Consiglio dell’UE – di fare altrettanto. 

La Conferenza sarebbe dovuta iniziare a maggio del 2020 e concludersi nella primavera del 2022, ma la pandemia di Covid-19 ne ha ovviamente posticipato l’inaugurazione. A questo si deve aggiungere che ci sono state molte difficoltà legate all’istituzione di organismi con funzioni ad hoc, così come suggerito dal Parlamento Europeo, e soprattutto riguardo la presidenza stessa della Conferenza.

Già a gennaio 2020, infatti, il Parlamento Europeo aveva individuato nel liberale Guy Verhofstadt, membro del gruppo parlamentare Renew Europe, il candidato di punta per guidare la Conferenza.

A questa possibilità, tuttavia, si sono opposti diversi esponenti governativi contestando la figura di Verhofstadt per le posizioni evidentemente troppo federaliste ed infine il Consiglio si era attestato sulla posizione di individuare una eminente personalità europea indipendente, in grado di rappresentare gli interessi delle tre istituzioni coinvolte (Parlamento, Commissione e Consiglio). 

Soltanto agli inizi di marzo di quest’anno la situazione sembra essersi finalmente sbloccata. I Presidenti delle tre istituzioni hanno infatti sottoscritto una dichiarazione congiunta, superando l’impasse burocratico su cui l’intera organizzazione si era arenata.

Guy Verhofstadt è stato infine nominato a capo della rappresentanza del Parlamento Europeo, che include anche Manfred Weber e Iratxe García ed altri quattro osservatori, che andrà a comporre l’Executive Board della Conferenza, insieme alle delegazioni delle altre istituzioni. Salvo ulteriori ritardi, la Conferenza dovrebbe dunque iniziare il prossimo 9 maggio, riducendo a soltanto un anno il tempo disponibile per lo svolgimento della Conferenza, fattore che ha suscitato non poche perplessità sulla reale riuscita dell’iniziativa.

Va precisato inoltre che molte delle aspettative iniziali sono state disattese, sia nella sostanza, in quanto i riferimenti a tematiche spinose ma necessarie come la modifica dei trattati sembrano essere stati obnubilati tanto da non essercene traccia nella dichiarazione congiunta, che nella forma, per esempio per quanto riguarda la rappresentanza di genere non rispettata nella composizione della delegazione del Parlamento Europeo, sottoscritta con rammarico dal Presidente Sassoli.

La confusione che ha generato il dibattito sulla Presidenza della Conferenza, nonché la molteplicità di organi che si è deciso di istituire, infine, sembrano aumentare la legittima preoccupazione di quanti sostengono non solo che l’iniziativa sia troppo burocratica – rischiando di ridursi all’ennesimo dibattito per gli “addetti ai lavori” – ma soprattutto che non avrà realmente l’ambiziosa portata di cambiamento istituzionale – includendo anche la modifica dei trattati – inizialmente auspicata.

In sostanza, da quando l’idea della Conferenza ha iniziato a circolare negli ambienti di Bruxelles, si potrebbe dire che essa è stata lo specchio di cosa è l’Unione Europea oggi – riflettendo tutte le debolezze del progetto europeo – rimanendo intrappolata nella stessa rete di burocrazia e scarsa legittimazione da cui si proponeva di uscire.

E proprio la necessità di ottenere la legittimazione dei cittadini europei tramite questa iniziativa, per quanto lodevole in linea teorica, rischia di diventare un’arma a doppio taglio. Alcuni osservatori hanno fatto notare come questo esercizio di ascolto da parte delle istituzioni dovrebbe rappresentare la normalità e non un evento straordinario. Così facendo, invece, le istituzioni europee dimostrano di voler sì ascoltare i cittadini, ma ammettono implicitamente di non averlo fatto in passato e che è necessario prevedere degli organismi ad hoc.

Se questa Conferenza dovesse fallire nel produrre i risultati sperati, potrebbe dunque portare a risultati diametralmente opposti a quelli sperati, alimentando quel sentimento di disillusione e sfiducia da parte dei cittadini.

Ancora una volta l’Unione Europea è messa di fronte alle sue debolezze. Le lungaggini procedurali, la prevalenza di interessi nazionali che portano a prendere decisioni frutto di compromessi troppo spesso al ribasso, così come l’assenza del potere di iniziativa legislativa del Parlamento Europeo – l’unica istituzione direttamente eletta dai cittadini europei – hanno rallentato, quando non interrotto, il processo di integrazione europea.

Le iniziative di ascolto dei cittadini sono sicuramente uno strumento utile, che deve essere integrato nella struttura ordinaria dell’Unione, ma questo non basta per creare una vera coscienza comune europea, che possa davvero incidere sulla politica di ciascun paese membro. Soltanto facendo sentire tutti i cittadini europei davvero parte integrante dell’Unione – non una tantum– rendendo le istituzioni più vicine, che significa anche più comprensibili e quindi meno burocratiche, si potrà davvero avanzare nella costruzione del progetto europeo partendo dal basso, raggiungendo quella legittimazione che deve essere alla base del patto tra cittadini ed istituzioni europee

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from EUROPA