LA POLITICA ENERGETICA DELLA CAMBOGIA POTREBBE DARE SPERANZA AL SUD-EST ASIATICO

Uno dei Paesi più poveri dell’Indocina è pronto a spiccare il volo grazie ad una crescente politica di sviluppo energetico, volta a permettergli indipendenza nel settore. Una vera svolta green tarda ancora ad arrivare, ma il governo di Phom Phen dichiara che i fondi provenienti dall’estrazione petrolifera verranno utilizzati al fine di reinvestirli nella modernizzazione dei settori chiave del Paese. Non è chiaro se si investa nell’energia più per creare ritorni di benessere economico e conseguente indipendenza politica, che potrebbero creare spillover positivi per tutto il sud-est asiatico, o per iniziare a fare capolino sui tavoli delle trattative del Mar cinese meridionale. Il tutto trainato dalla locomotiva di Pechino verso la nuova “via della seta”.

Mentre gli occhi del mondo si concentrano sulle proteste in Myanmar, Thailandia e Vietnam, tra golfo del Bengala e il Mar cinese orientale si tende a trascurare la Cambogia e le sue crescenti aspirazioni. Paese dal modestissimo PIL e dimensioni, l’ex impero Khmer si lascia alle spalle un turbolento passato: prima trascurata colonia parte dell’Indocina francese dal 1887 e indipendente solo nel 1953, diventa a metà degli anni ’70 teatro dell’atroce genocidio del partito comunista di Kampuchea.

Oggi punta ad emergere sulla mappa indocinese per non restare fanalino di coda nello scacchiere ASEAN, destreggiandosi tra alleati geograficamente più prossimi e cercando con la coda dell’occhio un possibile aiuto dall’America di Biden. Per far fronte alle proprie pretese di miglioramento della posizione geopolitica nella difficile era della pandemia, la Cambogia punta tutto sulla forte domanda per l’energia elettrica, cresciuta di pari passo con l’economia industriale e residenziale, e prova a potenziare il settore grazie agli investimenti stranieri così da ricavare, secondo le parole del Primo Ministro Hun Sen, guadagni sufficienti da reinvestire in criticità più urgenti come la sanità e l’istruzione. Ma sarà davvero così?

Energia per sé… dalla Cina

La Cambogia, attraversata dal famoso e lungo fiume Mekong, soddisfa il 51% del suo fabbisogno energetico grazie alla tecnologia idroelettrica coadiuvata in particolar modo da questo corso d’acqua. La più grande stazione idroelettrica “Russei Chrum Krom” è stata completata nel 2015 dalla cinese China Huadian nella regione di Koh Kong per un costo di circa 495 milioni di dollari statunitensi, a fronte di una capacità operativa di 338 megawatt. 

All’idroelettrico si affianca l’estrazione petrolifera con operazioni di investimento sempre coadiuvate dai ricchi vicini. La compagnia petrolifera e del gas singaporiana KrisEnergy ha iniziato ad estrarre petrolio da pozzi cambogiani con il Regno che, secondo le stime, potrebbe beneficiare di 30 milioni di dollari annui dalle concessioni al prezzo di barile corrente (55$).  

La Cina è specialista nel costruire centrali idroelettriche, e più in generale infrastrutture, in pochissimo tempo. La nuova via della seta “Belt and Road Initiative” è un programma di investimenti cinese transcontinentale di infrastrutture con l’obiettivo di beneficiare mutualmente Pechino ed i Paesi partner di scambi economici grazie alle nuove e più rapide vie di comunicazione.

E sarebbe davvero difficile prescindere dai legami che la Cambogia ha dalle forniture del suo più grande investitore di infrastrutture. Tra il 2011 e il 2017 il Governo della bandiera della Repubblica popolare ha costruito sei centrali idroelettriche, 2,000 km di strade, sette grandi ponti, un nuovo porto di scarico merci nella Capitale e concesso ingenti prestiti a tassi agevolati. A ciò si aggiungono investimenti delle aziende private cinesi nel settore agricolo, tessile e di estrazione mineraria cambogiano. 

Phon Phem e Pechino: governi a braccetto

Le infrastrutture non sono che la punta dell’iceberg per creare rapporti economici che volgano a tenere i partner nella propria orbita di influenza politica. Ed infatti, parlando alla cerimonia di chiusura della conferenza annuale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale del 2020, il Primo Ministro Hun Sen ha enfatizzato pubblicamente che l’ordine internazionale di regole e il multilateralismo sono in pericolo per l’eccessivo protezionismo ed unilateralismo promosso dalle grandi potenze, a scapito degli Stati più piccoli e deboli che non riescono ad adattarsi alle geopolitiche globali in rapida evoluzione.

Hun Sen sottolinea che l’unilateralismo mette in dubbio la questione su chi crei le regole e le faccia rispettare, producendo effetti su coloro che devono passivamente subirle. Comunicati politici di questo tipo schierano la Cambogia a favore del Paese di Xi Jinping invece che sui possibili altre potenze del blocco occidentale “opposto”, come Stati Uniti e Giappone.

Esercitazioni militari anti-terrorismo congiunte, installazioni di network 5G per il trasferimento di dati wifi ad altissima velocità, persino il protocollo Internet per il controllo e il monitoraggio del traffico online: ecco come il volto della Cambogia cambia risentendo dell’influenza dei modelli della Repubblica Popolare di stato ….imitando i modelli pechinesi di Stato autoritario e controllo del territorio. 

Investire in energia darà la giusta carica? 

Insomma, la Cambogia ha ancora tanta strada per diventare un Paese a medio sviluppo, così come da obiettivo annunciato dalle autorità per l’anno 2050. Ancora molto indietro nei diritti umani e nella fornitura di servizi essenziali, grazie a queste nuove infrastrutture si candida a puntare all’autosufficienza di energia elettrica grazie all’estrazione di petrolio e alle centrali idroelettriche che potrebbe portare indotti importanti per il futuro del Paese.

Il punto interrogativo si pone sulla gestione e detenzione del proprio potere energetico senza influenze esterne, considerato che gli investimenti visti finora nei settori chiave sono stranieri e stanno asservendo al compito di aumentare il legame (o, visto dal lato opposto, la “sudditanza”) con i vicini, in particolar modo la Cina e Singapore.  

La Cina non è nuova ad investire e colmare i vuoti “affettivi” delle politiche di Paesi instabili; non si distingue nettamente la linea tra aiuto e controllo. L’indipendenza energetica allora dovrà corrispondere ad una politica, e allora potrà essere un modello di speranza anche per i Paesi confinanti il cui settore trainante è, oltre all’agricoltura, il turismo, che ha molto risentito della pandemia, e sono accomunati da governi centrali autoritari (spesso di stampo militare) che finiscono per ridurre ulteriormente in povertà i propri civili. 

In Thailandia e Myanmar si protesta, il Laos va al voto in un sistema già deciso e corrotto. La Cambogia potrebbe alzare la testa e diventare un modello economico solido e capofila, per trascinare anche gli altri Stati confinanti fuori dal nuovo colonialismo asiatico e verso indipendenza, democratizzazione e industrializzazione sostenibile.

Servirà capire quanto sarà solido il legame con Pechino e se mai si possa recidere il cordone ombelicale quando il Paese sarà pronto a camminare con le proprie gambe; ma ciò non sarà possibile in assenza di un vero esecutivo democratico, legittimato e rappresentativo della popolazione. Resta da vedere inoltre, quanto gli Stati Uniti del neo-eletto Presidente Biden saranno disponibili ad investire diplomaticamente nell’area per bilanciare le pretese della rivale Cina.

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