SI PUÒ FAR A MENO DELLA CINA?

Fonte: http://www.romanoprodi.it/interviste/cina-senza-una-risposta-economica-coordinata-si-rischia-la-deflazione-globale_11827.html

Il meeting tra Cina e Stati Uniti tenutosi ad Anchorage, in Alaska, avrebbe dovuto ridurre le tensioni tra i due paesi. In realtà, ha ulteriormente alimentato la profonda spaccatura tra occidente e oriente. Ma perché è impossibile escludere la Cina dalla comunità internazionale e dalle nostre vite?

Il 20 marzo le delegazioni degli Stati Uniti e della Cina si sono incontrate per la prima volta dall’insediamento dell’amministrazione Biden a gennaio.

L’incontro, tenutosi ad Anchorage, in Alaska, puntava a trovare una linea di comune accordo su tematiche quali il cambiamento climatico, la competitività economica, le questioni geopolitiche legate all’Iran e su questioni appartenenti alla sfera domestica cinese, vale a dire Hong Kong, Xinjiang e Taiwan.

Tuttavia, su questi ultimi punti, la Cina ha dimostrato un atteggiamento intransigente, sostenendo che gli Stati Uniti non si trovano nella posizione adeguata a criticare Pechino.         

Molti avevano sperato che la conferenza avrebbe allentato le tensioni tra i due paesi, le quali si sono acuite con la precedente presidenza Trump. Tuttavia, quella di Anchorage è stata un’altra occasione persa per livellare eventuali divergenze, generando invece una spirale di caos e preoccupazione all’interno della comunità internazionale.

Da un lato, l’UE ha applicato nuove sanzioni contro i funzionari cinesi a causa di violazioni dei diritti umani nello Xinjiang, mentre la Cina ha risposto con misure severe contro i parlamentari europei ed alcuni istituti Europei, tra cui il Comitato politico e di sicurezza (CPS), il Sub-comitato sui Diritti Umani del Parlamento Europeo, e l’istituto di ricerca tedesco MERICS.

D’altra parte, Stati Uniti, Regno Unito e Canada hanno applicato nuove sanzioni a Pechino, nello stesso momento in cui il ministro Wang Yi incontrava il ministro degli Esteri russo Lavrov, e una delegazione cinese era in Corea del Nord.

Ciliegina sulla torta, la scelta dei marchi internazionali di non utilizzare il cotone dello Xinjiang ha ulteriormente influito sul clima già rovente, scatenando la rabbia dei cittadini cinesi.

Questi eventi non solo hanno ulteriormente esacerbato i legami sino-americani, ma hanno avuto un patto notevole nell’amplificare tensioni sociali già presenti. Le divergenze ideologiche tra Pechino e Washington hanno creato un blocco ideologico tra est e ovest, le cui conseguenze non riguardano solo i due paesi coinvolti, ma hanno ripercussioni disastrose a livello regionale e su scala globale.

In primo luogo, ban e sanzioni potrebbero avere grosse ripercussioni economiche sui cittadini europei, inglesi, americani e cinesi dall’altro lato. Da un lato, la Cina non riuscirebbe a completare il suo grandioso progetto della Via della Seta.

Dall’altro, pesanti ripercussioni si potrebbero abbattere su europei e cinesi nel caso in cui, a causa dei suddetti scontri ideologici, vi fosse un ritardo nel CAI, come preannunciato dal Presidente del Parlamento europeo Sassoli. Il Comprehensive agreement on investments (CAI), il quale prevede che Cina e UE collaborino per garantire migliori condizioni di accesso per gli investitori nei rispettivi mercati, è di fondamentale importanza per ripresa dell’economia europea.

La zona euro è stata gravemente indebolita dalla pandemia, registrando una crescita economica pari al -6.6 nel 2020, motivo per cui dovrà continuare a guardare ad est alle opportunità di creazione di posti di lavoro e crescita offerte dall’impegno con la Cina.  

In secondo luogo, il divario ideologico porta nuovamente al centro dell’attenzione il problema dell’odio razziale, facendo sì che episodi di discriminazione nei confronti degli asiatici aumenti. La percezione degli americani nei confronti della Cina è peggiorata con lo scoppio della pandemia, raggiungendo livelli record nel 2020.

Un sondaggio del Pew Research Center condotto nell’ottobre 2020 indica che il 73% degli americani intervistati ha un’opinione sfavorevole nei confronti del paese asiatico, poiché è da amputare come responsabile della pandemia e della conseguente perdita di posti di lavoro per i cittadini americani, una naturale conseguenza della crisi economica che ha colpito non solo gli Stati Uniti. Ma episodi di xenofobia sono in continuo aumento e non sembrano cessare.

Casi di violenza a scapito di Asiatici sono stati registrati in altri paesi, in Europa e nel Regno Unito. Dunque, i divari politico-ideologici influiscono sulle società contribuendo a promuove l’odio razzale, e creando al contempo un clima di paura e violenza. 

Ultimo ma non meno importante, il divario ideologico potrebbe ridurre le possibilità di cooperazione su questioni come il cambiamento climatico. Di fatti, gli Stati Uniti e la Cina sono i due paesi maggiormente responsabilità per il più altro numero di emissioni inquinanti a livello globale.

Un mancato accordo in materia o l’eventuale rifiuto nel collaborare a livello multilaterale sulla questione avrebbe effetti irreversibili sull’umanità, quali la perdita di posti di lavoro e un incremento dei flussi migratori. Vi è dunque la necessità di trovare una comune linea d’accordo in materia e nel rispettare gli accordi del Accordo di Parigi, dal momento che ritardi dovuti a divergenze ideologiche danneggerebbero irreversibilmente il nostro ecosistema.

Quali prospettive?

Molti ritengono che sanzioni e divieti faranno poco, se non nulla, per far cambiare l’atteggiamento di Pechino, che dal suo lato non è più disposta a trattative sulle presunte violazioni dei diritti umani in Xinjiang. 

Allo stesso tempo, tirando in ballo anche storici alleati quali Regno Unito e Europa, gli Stati Uniti proseguono con la loro grand strategy con l’obiettivo di salvaguardare il proprio primato economico, politico, diplomatico e militare, a discapito di Pechino che, secondo Washington, rappresenta il maggior competitor economico e, allo stesso tempo, la più grande minaccia alla sicurezza americana.

È quasi impossibile pensare di emarginare Pechino dal sistema internazionale per mezzo di queste pratiche economiche o possibili blocchi politico-ideologici al solo scopo di salvaguardare il primato occidentale. 

L’occidente dovrebbe puntare a cambiare approccio, ed avviare discussioni aperte con Pechino, sia a livello bilaterale che multilaterale, promuovendo un ritorno alla “vecchia diplomazia”, basata sulla promozione dell’interesse nazionale in modo pacifico tramite pratiche di persuasione e compromesso, a discapito di pratiche coercitive.

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