QUALE FUTURO PER IL PROCESSO DI PACE LIBICO?

Credits: EPA

Questo mese ha segnato un passo importante per il processo di pace in Libia: il paese, dopo sette anni, ha visto formatosi il primo governo unitario. Tuttavia, la transizione democratica rimane fragile.

Questo mese ha segnato un passo importante per il processo di pace in Libia: il paese, infatti, dopo sette anni, ha visto formatosi il primo Governo di Unità Nazionale. Si tratta di un governo ad interim, nato dopo settimane di intense negoziazioni svoltesi sotto l’egida delle Nazioni Unite in seno al Forum di Dialogo politico Libico (LPDF) – organo sorto in seguito alla firma dell’accordo di cessate il fuoco del 23 ottobre 2020 – e destinato a rimanere in carica fino alle prossime elezionipreviste per il 24 dicembre 2021.

La nuova squadra di governo è composta da 35 membri – 27 ministri, 6 segretari di Stato e due vicepremier – e vede come Primo Ministro Abdul Hamid Dbeibah, uomo d’affari della città occidentale di Misrata, mentre a capo del Consiglio presidenziale vi è Mohamed Yunis al-Menfi, di provenienza orientale.

Si è cercato, dunque, di creare un equilibro tra le due regioni del paese per rendere l’esecutivo quanto più rappresentativo possibile. Inoltre, per la prima volta nella storia della Libia, a due donne sono stati assegnati due fondamentali ministeri, con Najla Mangoush alla guida del Ministero degli Esteri e Halima Abdul Rahman Busafi alla guida del Ministero della Giustizia. Tuttavia, manca ancora un accordo tra i deputati libici sul dicastero della Difesa, assegnato per il momento – finché non verrà trovato un accordo tra i deputati libici – al Primo Ministro.

Dall’insediamento del neoeletto esecutivo nella capitale, il 16 marzo, numerosi sono stati gli incontri con personalità politiche estere: Kais Saied, presidente della Tunisia, è stato il primo a recarsi in visita ufficiale in Libia il 17 marzo, seguito dal ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio – il primo di un paese dell’Unione Europea – che si è recato a Tripoli il 21 marzo per tornarvi, il 25, con i ministri degli Esteri tedesco e francese, rispettivamente Heiko Maas e Jean-Yves Le Drian. 

 Durante il primo incontro, il ministro italiano e il capo del Consiglio presidenziale libico al-Menfi hanno discusso della cooperazione economica tra i due paesi, dicendosi disposti a rilanciare il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione siglato nel 2008, e della questione migratoria.

La prima visita ufficiale all’estero del capo del Consiglio presidenziale è stata invece a Parigi, il 23 marzo, e proprio in questa occasione il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato che l’ambasciata francese a Tripoli – chiusa nel 2014 e ricollocata in Tunisia – avrebbe riaperto nel giro di una settimana in segno di fiducia e supporto al processo di pace, intenzione annunciata anche da altri paesi come l’Egitto, la cui ambasciata pure era stata chiusa nel 2014 in seguito ad un’aggressione da parte di un gruppo armato.

Al-Menfi ha poi incontrato il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, che ha espresso sostegno alle nuove autorità libiche e si è proposto di fornire l’expertise che esse necessitano in campi come la sicurezza e il mantenimento dell’ordine. Infine, il 26 marzo, si è recato ad Istanbul per un incontro con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Sono alte le aspettative verso la prosecuzione del processo politico volto alla nomina di un nuovo governo democraticamente eletto in un paese che ha assistito a una perdurante crisi dal 2011, con lo scoppio delle rivolte per sovvertire il regime di Gheddafi, e che dal 2014 è stato politicamente diviso in due amministrazioni rivali, con il Governo di Accordo Nazionale (GNA) presieduto da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dalla comunità internazionale ad ovest, e la Camera dei Rappresentanti di Tobruk, capeggiata da Aguila Saleh ma di fatto sotto l’autorità dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) guidato dal maresciallo Khalifa Haftar ad est.

Tuttavia, in questa fase di transizione, numerosi ostacoli rischiano di frapporsi alla meta e sarà necessario affrontarli per evitare che il governo ad interim perda di legittimità ancor prima di assolvere il proprio compito. 

Il primo è sicuramente rappresentato dalle accuse di corruzione in senso al Forum di Dialogo politico Libico, avanzate in un rapporto del Panel di esperti delle Nazioni Unite, secondo cui durante la prima sessione del LPDF – svoltasi a Tunisi dal 9 al 16 novembre 2020 – almeno 3 dei suoi 75 membri avrebbero ricevuto tangenti per una cifra che arriva fino a 200000 dollari al fine di votare un “candidato specifico” come Primo Ministro, lasciando però secretati ulteriori dettagli. 

A livello interno, poi, bisognerà risolvere innumerevoli questioni: dalla fornitura di servizi pubblici essenziali, a partire dall’elettricità fino alla sicurezza con la prioritaria problematica della miriade di milizie tribali e gruppi armati ancora operanti nel paese che destano preoccupazione soprattutto nella capitale e nella città di Bengasi – già sottoposta ad un inasprimento delle misure di sicurezza – e che dovrebbero essere inseriti in un programma di smobilitazione per essere infine reintegrati nell’apparato sociale, alla gestione della pandemia di Covid-19 e, ancora, l’allontanamento di forze armate e mercenari stranieri – soprattutto turchi e russi – che in base all’accordo di cassate il fuoco avrebbero dovuto lasciare la Libia entro il 23 gennaio.

Quest’ultima questione, in particolare, è stata al centro dell’incontro con il Presidente turco Erdogan, durante il quale al-Menfi avrebbe evidenziato la necessità di rispettare l’unità della Libia e la sua sovranità sul territorio, e della discussione del 25 marzo tra il ministro degli Esteri libico, Najla al-Mangoush e i ministri europei, durante la quale la prima ha chiesto il ritiro immediato di tutti i combattenti e mercenari stranieri, circa 20000 secondo le Nazioni Unite.

La questione è stata affrontata anche dal Comitato militare congiungo 5+5 – sorto in seguito alla conferenza di Berlino del 19 gennaio 2020 e costituito da rappresentanti del GNA e del LNA – in un incontro di tre giorni terminato il 16 marzo, durante il quale si è deciso di identificare la nazionalità e l’ubicazione precisa dei soldati stranieri e di enumerarli per poter in questo modo facilitarne l’allontanamento. Tuttavia, l’ingerenza delle forze straniere rimane un punto difficile da superare, visti i loro interessi di lunga durata nel paese.

Rimane fondamentale, inoltre, cercare di favorire il miglioramento della situazione economica nel paese: il continuo degrado delle condizioni di vita della popolazione – le cui aspettative generalmente, in processi come quello in atto in Libia, sono molto alte – rischia infatti di creare una dinamica pericolosa che potrebbe generare malcontento e, in ultimo, far fallire il processo.

La transizione democratica libica, dunque, rimane molto fragile: fondamentale – e non semplice – in questa fase è la capacità dell’esecutivo di gestire l’eredità di un decennio di conflitti. 

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