L’INFANZIA NEGATA: L’ORRORE DEI BAMBINI SOLDATO

Credits: Unicef-bambini-soldato-768x442.png

Sono almeno 18 i Paesi nei quali, ancora oggi, è documentato il coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati. Simbolo di un’intera generazione alla quale è stata strappata l’infanzia, il fenomeno dei bambini soldato richiede una maggiore attenzione della comunità internazionale.

Il fenomeno dei bambini soldato è tra le peggiori atrocità che si possano infliggere all’innocenza dell’infanzia.

Un bambino soldato è una persona di età inferiore ai 18 anni, che fa parte, a qualunque titolo di forze o gruppi armati. Dunque, possiamo far rientrare in tale categoria tanto combattenti, direttamente coinvolti nel conflitto, quanto coloro che vi partecipano indirettamente, in quanto cuochi, facchini, messaggeri o spie.

Tutti quei minori reclutati per fini non esclusivamente bellici, ma ugualmente atroci.

Le ragazze e purtroppo anche vere e proprie bambine, il più delle volte, vengono reclutate per fini sessuali, costrette a subire matrimoni forzati e costanti abusi.

Ingannati, rapiti, strappati con la violenza dalle famiglie, i minori vengono anche impiegati come rilevatori umani di mine e schiavi sessuali. Sono il simbolo di un’infanzia sacrificata e stuprata, in nome di guerre orchestrate dai “grandi”.

La vita dei bambini soldato è completamente improntata all’educazione alla violenza: combattere, uccidere, attaccare per non subire. E tuttavia, non si può pensare che tali sofferenze siano limitate alle sole fasi del conflitto. Le scene alle quali sono costretti ad assistere segneranno per sempre le loro esistenze, anche qualora non muoiano combattendo, tali minori riporteranno gravi traumi, a lungo termine, oltre che fisici (come mutilazioni), spesso anche psicologici. 

I dati che emergono sono allarmanti e c’è da precisare che si tratta di stime, poiché i numeri reali potrebbero essere ancora più elevati.

Sono 18 i Paesi nei quali, dal 2016 ad oggi, è stato documentato l’impiego di bambini-soldato, in conflitti armati: Afghanistan, Camerun, Colombia, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, India, Iraq, Mali, Myanmar, Niger, Libia, Filippine, Pakistan, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Siria e Yemen. 

Il fenomeno, considerato illegale da numerose convenzioni internazionali, è correlato da una notevole segretezza, perciò non è possibile elaborare delle stime ufficiali. Quello che è certo è il costante aumento dei casi: sono oltre 30 mila gli arruolamenti, dal 2012.

Secondo il Rapporto ONU per i bambini nei conflitti armati, sono state accertate oltre 25.000 gravi violazioni su bambini e bambine e con riferimento al reclutamento, si parla con certezza di 7.747 bambini arruolati (di cui alcuni di soli 6 anni).

Non solo reclutamento violento.

Va precisato che, in base ad  studio di World Vision International, la partecipazione ad un corpo armato non sempre è frutto di violenza. Spesso, il reclutamento diventa una normale conseguenza dell’appartenenza ad una certa comunità della quale i gruppi armati sono parte integrante. 

Reclutamento ed uso dei bambini soldato sono considerate gravissime violazioni dei diritti dell’infanzia; un affronto alla dignità, alla sicurezza ed alla salute del bambino stesso. 

Molti altri sono i fattori che spingono i minori ad unirsi a tali gruppi. Talvolta, farne parte diviene un valore sociale aggiunto, in particolar modo in contesti in cui non c’è una presenza forte dello Stato o di servizi di prima necessità.

Anche la chiusura o diminuzione della funzionalità delle scuole contribuisce a questa sensazione di abbandono vissuta dai giovanissimi, che finirebbero per ricercare nelle forze armate un “senso di appartenenza” ed uno scopo, del tutto assenti a casa, a scuola o nelle comunità ed istituzioni, in conseguenza del conflitto stesso.  

Nel caso delle ragazzine è più probabile un loro reclutamento violento, vengono spesso rapite per ricoprire il ruolo di “fidanzate” o “mogli” dei combattenti. Mentre, le ipotesi di arruolamento volontario sono legate alla volontà di scappare da matrimoni combinati e da abusi subiti in ambito familiare, nell’illusione di migliorare il proprio futuro.  

In paesi come la Colombia, ci si rivolge a loro come a “giovani adulti”, che esercitano una volontà di  indipendenza, dimostrazione che il vero problema attiene all’individuazione di una concezione di infanzia ed età adulta di tipo universale.

Secondo un report del Segretario Generale delle Nazioni Unite sui bambini e i conflitti armati, pubblicato il 9 giugno 2020, ben 820 bambini sono stati arruolati in Siria, negli ultimi anni, 557 sono rimasti mutilati. 

Per incoraggiare i giovanissimi ad entrare nell’esercito viene garantita l’erogazione di salari.

Non a caso, oggetto di particolare interesse dei reclutatori sono le famiglie più povere, alle quali si promette che i bambini verranno pagati, nutriti e vestiti.

Il report “No place for children”, pubblicato da UNICEF già nel 2016, evidenziava che, in Siria, alcuni bambini soldato ricevessero 400 dollari al mese. 

L’intervento della comunità internazionale. 

Già dai primi del Novecento, la comunità internazionale ha cercato di mettere al riparo dagli orrori della guerra i membri più giovani della società. Nel 1924, l’allora Società delle Nazioni adottò la Carta del Fanciullo (anche nota come Dichiarazione di Ginevra), poi sostituita dalla Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo, adottata nel 1959 dall’Assemblea Generale ONU. 

Entrambe le dichiarazioni, tuttavia, evidenziano come il bambino fosse ancora identificato quale oggetto di tutela da parte degli adulti e non quale soggetto di diritto, in quanto persona umana. 

Tanto che nel Preambolo della Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo se ne parla come di chi, “a causa della sua immaturità fisica ed intellettuale”, necessita di una “particolare protezione e di cure speciali”, dunque di un’adeguata tutela giuridica.

Il primo atto giuridico internazionale che dedica attenzione all’impatto della guerra sui minori è la Dichiarazione sulla protezione delle donne e dei bambini nelle emergenze e nei conflitti armati, del 1974, in cui si esprime una ferma condanna dei bombardamenti sugli obiettivi civili e dell’uso di armi chimiche e batteriologiche, evidenziando le ripercussioni che le guerre moderne hanno sempre di più su quella parte della società indirettamente coinvolta negli scontri.

È la Convezione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, approvata dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, ad innovare realmente il campo della tutela giuridica, riconoscendo al minore piena titolarità dei diritti umani inviolabili e garantendo la protezione di diritti civili, politici, sociali, economici e culturali, al pari degli adulti. 

Rimaneva un’evidente pecca, però. Pur individuando la figura del bambino nel minore di 18 anni, la Convenzione con riferimento al reclutamento fissava il limite dei 15 anni, esortando tuttavia gli Stati, laddove si presentasse la possibilità di scelta, di prediligere sempre l’arruolamento di chi avesse già raggiunto la maggiore età. 

Era evidente che fosse necessaria l’adozione di uno strumento ad hoc, in grado di intervenire esclusivamente e direttamente sulla tematica. Si arriverà, perciò, nel 2000, all’adozione di un Protocollo opzionale alla Convenzione ONU, concernente proprio il coinvolgimento dei minori nei conflitti armati, ratificato da 168 Paesi. 

In particolare, agli artt. 1 e 2 si prevede un “dovere di vigilanza”, in capo agli Stati, rispetto all’eventuale arruolamento (sia esso volontario o forzoso) di minori di 18 anni, all’interno di eserciti. Prevedendo, inoltre, un sistema di garanzia, nel caso in cui l’arruolamento avvenga ugualmente. Si sana, dunque, quell’incongruenza che rilevava nella Convenzione dei Diritti dell’Infanzia, aumentando quel limite dai 15 ai 18 anni. 

Va citata, inoltre, la Convenzione n. 182 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro in materia di “proibizione delle peggiori forme di lavoro minorile” del 1999. Tale fonte, seppur da un’altra prospettiva, riesce ad erodere ulteriormente la questione attinente al limite di età. Infatti, la suddetta Convenzione qualifica l’impiego dei minori di 18 anni nei conflitti armati come “lavoro pericoloso”, dal momento che mette a rischio la salute, la sicurezza e la moralità dei bambini, fissando il limite per il reclutamento inderogabilmente a 18 anni di età. Si tratta, dunque, a tutti gli effetti di una forma illecita ed intollerabile di lavoro minorile. Tanto che la raccomandazione che accompagna la Convenzione incoraggia gli Stati a considerare tale reclutamento come un vero e proprio crimine.

Invito che la giurisprudenza internazionale pare aver accolto, dal momento che nel caso Lubanga (conclusosi nel 2012), la Corte Penale Internazionale ha condannato l’imputato a 14 anni di reclusione per i crimini commessi durante la Seconda Guerra del Congo, in particolare soffermandosi sul capo di imputazione attinente al reclutamento ed il coinvolgimento attivo di minori nel conflitto armato.

Di particolare rilevanza, in tale settore, risulta l’intervento delle ONG che operano a livello internazionale, interessate da decenni nella tematica. 

Human Rights Watch ha evidenziato come, a causa dell’incremento dei gruppi terroristici (ISIS, Boko Haram, Al-Shabab), molti paesi occidentali abbiano adottato misure di controterrorismo sempre più severe, che portano a detenzione e condanna anche di minori. Il numero dei giovani combattenti detenuti, dal 2012, si è quintuplicato. 

Si sarebbe creato, dunque, un doppio standard di trattamento; nelle guerre “tradizionali”, i bambini vengono qualificati come vittime, meritevoli di riabilitazione, mentre se affiliati a gruppi terroristici trattati come criminali. 

Senza dimenticare tutte le problematiche che sorgono nel post conflitto; molti villaggi rifiutano di riaccogliere nella comunità gli ex combattenti. Perciò, assume fondamentale importanza il progetto Intersos-Unicef, per il reinserimento dei minori nelle comunità di provenienza, al termine del conflitto. Il cui scopo è consentire una piena reintegrazione per gli ex bambini soldato, in particolare nella Repubblica Centrafricana, dove il fenomeno ha assunto i contorni dell’emergenza umanitaria. 

Il percorso consta di due momenti, una prima fase in cui il minore accede a cure mediche e supporto psicologico, a seguito delle atrocità subite e commesse. Ed una seconda fase in cui si dà avvio al ricongiungimento familiare (o eventuale affidamento) ed al reinserimento scolastico ovvero professionale. 

Di certo, per intervenire con efficacia occorre analizzare a fondo i motivi sociali che portano all’arruolamento, cercando di scardinarne le fondamenta, con interventi mirati ad offrire un’alternativa, un futuro ai minori e garantire la continuità dei progetti di prevenzione e recupero, con costante ed efficace monitoraggio dello sviluppo degli stessi. 

È evidente che tale fenomeno, purtroppo, stia travolgendo un’intera generazione, costretta a subire modelli di brutalizzazione, destinati ad essere riprodotti, nel tempo.

Promuovere migliori condizioni di vita per le giovani generazioni significa partecipare concretamente alla costruzione della pace e della sicurezza dell’intera popolazione mondiale. Ricordando sempre che “non abbiamo ereditato il mondo dai nostri padri, ma lo abbiamo preso in prestito dai nostri figli” e nei loro confronti abbiamo l’obbligo morale di restituirlo ancor meglio di come lo abbiamo trovato. 

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