IL PENTAGONO STRINGE I BULLONI DEL CONTENIMENTO INDO-PACIFICO DELLA CINA

Il Dipartimento della Difesa (DoD) adegua strategie e tattiche, dottrina e postura alla competizione strategica con la Repubblica Popolare Cinese (Rpc), rivedendo il posizionamento bellico per deterrere Pechino dallo scatenare lo scenario più fosco. Quello di una guerra combattuta nei mari cinesi, intorno a Taiwan. Dunque, “in trasferta”. Urge una revisione globale e regionale delle forzesecondo il nuovo concetto operativo avanzato di Dynamic Force Employment, tramite un ribilanciamento verso un nuovo baricentro: il Mar Cinese Meridionale. 

Si vis pacem, para bellum” – Vegezio, Epitoma rei militaris, Libro III

Contesto geostrategico

L’Indo-Pacifico è la regione demograficamente ed economicamente più dinamica del pianeta. Ospita più della metà della popolazione mondiale, due delle prime tre economie per pil (Cina e Giappone), 9 dei primi 10 porti commerciali per traffico merci, cinque nazioni nucleari dichiarate (Usa, Cina, India, Pakistan, Corea del Nord). Costituisce l’epicentro delle catene globali del valore, motore industriale e commerciale mondiale. Le due massime potenze del pianeta, Stati Uniti e Cina, possiedono entrambe un affaccio marittimo sul Pacifico, seppure con proiezioni strategico-militari nettamente sbilanciate a favore della talassocrazia stars and stripes

Unica potenza al mondo capace di aggirare i vincoli geografici, dispiegando rapidamente forze congiunte – di terra, aria e mare – ai quattro angoli del pianeta, essa gode anche di una rete di alleanze e partenariati strategici sconosciuta alla Rpc. Intrinseco vantaggio asimmetrico degli Usa, che si esplica sottoforma di esercitazioni congiunte, training bellico, operazioni di libertà d navigazione (Fonop), monitoraggio e condivisione di informazioni e dati tra stazioni radar, satelliti e asset militari, integrazione tecnologica e dei sistemi di comando, controllo, comunicazioni, computer, intelligence, sorveglianza e ricognizione (C4ISR).

L’Indo-Pacifico è l’area di competenza dello US Indo-Pacific Command (Indopacom), con sede alle Hawaii. La più vasta area di responsabilità tra quelle dei sei comandi di combattimento geografici con i quali l’Unified Command Plandel DoD suddivide il globo. Qui opera la Settima Flotta della US Navy, di stanza a Yokusuka. Strumenti del soffocamento della proiezione di potenza dell’Impero di Mezzo tra Pacifico, Oceania, Sud-Est asiatico ed Indiano. Funzionali a mantenere la Cina confinata nelle acque che ne bagnano le costa orientale, a negarle le ambizioni marittime oceaniche. 

Indo-Pacific Deterrence Initiative (I-PDI)

Lo scorso mese, il capo uscente dell’Indopacom, ammiraglio Philip Davidson, ha chiesto al Congresso 27 miliardi di dollari aggiuntivi per i prossimi 5 anni (2022-2027), di cui 4,6 miliardi di dollari soltanto per il prossimo anno (più del doppio di quanto richiesto per il 2021, 2,2 mld$), nella cornice della I-PDI. La cifra si avvicina ai 5 mld$ spesi per la European Deterrence Initiative, sancendo così l’equivalenza strategico-militare tra il fronte orientale della Nato e la prima catena di isole, rispettivamente, linee del contenimento di Russia e Cina. 

Plurimi gli obiettivi strategici: 

  • rafforzare la deterrenza verso l’Impero Celeste, innalzandone i costi di azioni militari preventive su Taiwan, e, in caso di scontro con l’Esercito Popolare di Liberazione (Epl), aprire le acque e i cieli alla penetrazione del sea power e dell’air power Usa diretto verso Formosa;
  • rispondere alle manovre siniche volte ad espellere la Us Navy dal proprio “estero vicino” tramite sistemi Anti Access/Area Denial (A2/AD), ovvero d’interdizione/negazione d’area (missilistica anti-nave e anti-area basata a terra, armi anti-satellitari, missili supersonici, mine intelligenti). Pensati per ostacolare, all’interno della prima catena di isole, la superiorità qualitativa americana, basata sullo strapotere di proiezione aero-navale a lungo raggio delle forze, sul dominio dello spazio di battaglia e sull’estensione della deterrenza convenzionale estesa.

Sul piano tattico, queste risorse aggiuntive serviranno per:

  • erigere un arco di nuovi missili convenzionali di precisione anti-nave e anti-aeree a corto e medio raggio (gittata tra 500 e 5.500 km) basate a terra, nei paesi fulcro della prima catena insulare[1];
  • , costruendovi un sistema di difesa aerea e missilistica integrato Aegis Ashore, che fungerebbe da rifugio per le forze americane, sottraendoli al tiro dei missili balistici della Rpc, specie nel caso in cui Pechino negasse con successo agli Stati Uniti e agli alleati l’accesso al teatro della prima catena di isole o li respingesse;
  • costruire un ventaglio di radar spaziali e di centri di condivisione d’intelligence, nonché un radar permanente ad alta frequenza nell’isola di Palau per rilevare e tracciare obiettivi aerei e di superficie e un Homeland Defense Radar alle Hawaii per tracciare minacce balistiche, crocieristiche e ipersoniche.

Ben un terzo del budget aggiuntivo (8,9 mld$) dovrà finanziare il riposizionamento delle forze dell’Indopacom. Sbilanciate sul versante pacifico, a nord-est (Giappone, Corea del Sud), esse vanno ribilanciate ad ovest della linea internazionale del cambio data, verso i possedimenti americani nel Pacifico occidentale (Guam, Marianne Settentrionali), gli arcipelaghi e gli stretti del Sud-Est asiatico e alcune isole dell’Oceania (come Palau e le Isole Marshall). 

In particolare, si prevede una distribuzione regionale delle forze meno concentrata su singoli punti, più dispersa, rotazionale e imprevedibile. Migliorando la prontezza, la flessibilità e la letalità della Joint Force, le sue capacità logistiche, di movimento e di resilienza alle bolle di negazione d’area erette dalla Repubblica Popolare. Per rafforzare la deterrenza convenzionale verso possibili manovre pechinesi volte a creare “stati di fatto” sugli isolotti contesi nel Mar Cinese Meridionale e soprattutto su Taiwan.

Scenario che, secondo l’ammiraglio Davidson, potrebbe avverarsi in questo decennio, entro il 2027 (centenario della nascita dell’Epl). In vista di un terzo mandato di Xi Jinping, che ha posto la riunificazione dell’isola “ribelle” come fonte della sua legittimità politica, premessa del Risorgimento della nazione han.

E sulla scia delle accresciute capacità belliche siniche, della militarizzazione degli isolotti artificiali nel Mar Cinese Meridionale[2], dei giochi di guerra intorno a Taiwan per simularne l’invasione o il blocco di navi da guerra statunitensi attraverso il Canale di Bashi che separa Formosa dalle Filippine – nel 2020 le incursioni cinesi nella zona di identificazione di difesa aerea (ADIZ) taiwanese hanno raggiunto livelli record, così come quelli nella zona contigua alle acque territoriali giapponesi, vicino alle isole Senkaku controllate da Tokyo e rivendicate come Diaoyu da Pechino.

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Fonte: defense.gov

Torna la Prima Flotta?

Nella stessa traiettoria si inserisce l’idea, lanciata lo scorso novembre dall’allora segretario della Us Navy Kenneth Braithwaite, di riattivare la Prima Flotta – già operativa dal 1943 al 1973 come Flotta del Pacifico. Questa dovrebbe operare tra gli oceani Indiano e Pacifico, con possibile baricentro verso la strategica città-stato di Singapore e giurisdizione ricompresa tra subcontinente indiano e arcipelago indonesiano-malesiano. Progetto recentementeconfermato dall’ammiraglio Davidson. 

Il nuovo Comando regionale dovrebbe fungere da supporto alla VII Flotta. Mancano ancora i dettagli sulla ripartizione delle rispettive aree geografiche di competenza, così come sull’entità delle unità e del personale di cui dovrebbe disporre la futura flotta.

Ma è chiarissimo l’intento di imbrigliare la proiezione della Marina dell’Epl. Esaltandone le capacità operative, Braithwaite ha descritto la pressione alla libertà di navigazione e di commercio (leggi alla supremazia Usa sui mari), derivante dalla proiezione navale cinese, come la più alta dal 1812, dai tempi della guerra anglo-americana.

Gli Usa intendono incrementare la qualità e la quantità della deterrenza e del soffocamento della Rpc. Se la III Flotta, di stanza a San Diego (California), rappresenta il supporto alla VII Flotta dal lato del Pacifico occidentale, la I Flotta ne dovrebbe costituire il complemento “Indiano”, interponendosi tra la VII e la V Flotta (di stanza in Bahrein ed operante tra Corno d’Africa, Golfo Persico e subcontinente indiano).

Chiudendo il cerchio dell’arco di contenimento indo-pacifico, dal Giappone all’India. Alleggerendo i compiti della VII Flotta ad ovest di Malacca, per consentirle di marcare a uomo le spedizioni, oltre i Mari Cinesi, di navi, sottomarini e imbarcazioni delle milizie marittime e della Guardia Costiera – dallo scorso gennaio autorizzata a sparare su navi straniere che rappresentino una “imminente minaccia” alla sovranità cinese.

Ripristinare l’equilibrio di potere

Il teatro competitivo dell’Indo-pacifico è divenuto “un centro di gravità per l’innovazione nelle tecnologie di difesa e le capacità militari emergenti”. La crescita tecnologica e militare della Cina rischia di modificare l’equilibrio di potere regionale, inducendo il Pentagono a rifocalizzare priorità e risorse, a modificare i propri schieramenti militari, ad ammodernare i propri asset di difesa, a dotarsi di capacità asimmetriche e ad invitare i partner regionali a fare lo stesso. Da qui, il supporto che Washington offrirà a Taipei per la costruzione di un autoctono sistema di difesa missilistica e per addestrarne la Guardia Costiera.

Ad Arlington si sta lavorando anche all’ampliamento e all’ammodernamento del potere navale, di superfice e sottomarino (Battle Force 2045), compresi nuovi droni sottomarini armati con missili di precisione. Alla modernizzazione missilistica convenzionale (ipersonica) e al potenziamento della interoperabilità della Joint Force con le forze di alleati e partner, per estenderla ad altri campi (spazio esterno, cyberspazio, electronic warfare) e alle nuove minacce della competizione militare tra grandi potenze.

Caratterizzata da un approccio multi-dominio, da tattiche di guerra asimmetrica, ibrida, dal combattimento nella “zona grigia”, al di sotto del livello cinetico. Gli Usa dovranno adattare la propria tradizionale strategia convenzionale fondata sul controllo dei global commons e sulle capacità di “expeditionary power” agli angusti spazi marittimi dove imprigionare il Sogno Cinese.


[1] Il Giappone dovrebbe essere il primo paese dove impiantarli anche se esistono resistenze politiche. Ostacoli di natura politica di più vasta portata esistono nelle Filippine e in Indonesia e il Vietnam resta al momento un “sogno” degli apparati americani

[2] 20 atolli costruiti presso le Paracel e 7 presso le Spratly, tra i quali Fiery Cross ReefMischief ReefSubi Reef e altre formazioni, dotate di batterie di difesa missilistica anti-nave YJ-12B e YJ-62 e di missili terra-aria (SAM) HQ-9, piste d’atterraggio, hangar e sistemi radar e SIGINT.

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