LA CONVENZIONE DI ISTANBUL: UNO STRUMENTO GIURIDICO FONDAMENTALE

https://www.worldfuturecouncil.org/istanbul-convention-check-country-map/

La Convenzione di Istanbul è senza dubbio uno strumento giuridico di notevole importanza perché mira a costruire una rete di protezione multisettoriale e comprensiva contro la violenza perpetrata ai danni delle donne.

La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, meglio nota come Convenzione di Istanbul, è un trattato internazionale siglato a Istanbul nel 2011 ed entrato formalmente in vigore nel 2014.  

Questa Convenzione è attualmente l’unico strumento normativo internazionale che mira a criminalizzare la violenza sessuale e domestica contro le donne ed ha pertanto una rilevanza considerevole in ambito giuridico. Sebbene, infatti, la Convenzione sia stata disposta dal Consiglio d’Europa, il trattato rimane aperto per la firma e la ratifica anche degli Stati non-membri dell’UE.

La stesura, da parte del Consiglio, di un trattato del genere chiarisce quella che è stata, e continua ad essere, quindi, la necessità di dotare gli Stati membri (e non solo) di una cornice legale entro cui includere condotte da criminalizzare, al fine di prevenire ed sradicare, a livello internazionale, comportamenti violenti contro le donne.

Le violenze perpetrate ai danni delle donne sono state definite, durante la Conferenza Internazionale delle Nazioni Unite sui Diritti Umani, che si è conclusa con la stesura della Dichiarazione di Vienna del 1993, come ‹‹violazioni dei diritti fondamentali della donna e annoverate tra le violazioni dei diritti umani››.

Il bisogno, dunque, di dotarsi di uno strumento giuridico come questo emerge, nel contesto europeo, a seguito del crescente numero di casi di violenza presentati in seno alla European Court of Human Rights, ECHR, ovvero la Corte Europea per i Diritti Umani (Cedu). Questa condizione mette in evidenza quanto la diffusione di condotte criminali all’interno di una società crei l’urgenza di dotare gli Stati di misure normative opportune atte a contrastare comportamenti da condannare. 

La violenza contro le donne è infatti riflesso di concezioni radicate, stereotipi obsoleti e ingiusti basati su discriminazioni di genere e, dunque, su una presunta e infondata superiorità del sesso maschile nei confronti di quello femminile. La Convenzione, pertanto, all’interno del suo preambolo si preoccupa di sottolineare ‹‹il riconoscimento de jure e de facto dell’uguaglianza tra uomini e donne, come elemento centrale e chiave nella prevenzione contro comportamenti di questo tipo››.

L’importanza della Convenzione di Istanbul è riscontrabile nella sua capacità di inquadrare la questione delle violenze di genere, fornendo precise definizioni. In particolare, all’interno dell’articolo 3(a) il concetto di violenza di contro le donne è stato specificatamente definito come:  ‹‹una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne e significa tutti gli atti di violenza di genere che provocare o è probabile che provochi danni fisici, sessuali, psicologici o economici o  sofferenza alle donne, comprese minacce di tali atti, coercizione o privazione arbitraria di libertà, sia nella vita pubblica che in quella privata››.

In aggiunta, si è ritenuto opportuno distinguere questo tipo di violenza dalla ‘‘violenza domestica’’ in quanto, la protezione deve essere estesa anche alla sfera familiare. Questa espansione è stata percepita come necessaria in virtù del bisogno di fornire un tipo di supporto che sia onnicomprensivo e che tenga in considerazione l’eventualità che le donne subiscano violenze anche all’interno della sfera domestica.

In ragione di ciò, la definizione, che si trova all’articolo 3(b) delinea questo tipo di violenza come: ‹‹tutti gli atti di natura fisica, sessuale, psicologica o economica violenze che si verificano all’interno della famiglia o dell’unità domestica o tra ex o attuali coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore condivida o abbia condiviso lo stesso residenza con la vittima››.

Oltre ad essere stata strutturalmente costruita intorno all’importanza definitoria dei fenomeni che sono inclusi nei concetti di violenza di genere, la Convenzione si è dotata soprattutto di meccanismi che favoriscono un efficace sistema di prevenzione, investigazione, punizione e riparazione contro le azioni che hanno mirato a violare i diritti delle donne.

Gli Stati parte della Convenzione, i quali hanno ratificato la stessa, pertanto, hanno obblighi internazionali che li vincolano a rispettare quanto disposto all’interno del trattato. Di conseguenza, tutti gli Stati possono procedere all’adozione di misure legislative che garantiscano l’attuazione di politiche efficaci, globali e coordinate, per prevenire e combattere tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della Convenzione, secondo quanto previsto dall’articolo 7(1).

La rilevanza e funzionalità della Convenzione, pertanto, risiede nella sua capacità di mostrarsi come uno strumento giuridico in grado di offrire una soluzione internazionale comprensiva e un coordinamento concreto, a livello normativo, a tutti gli Stati che vi aderiscono.

L’essere conformemente vincolati, attraverso la firma ma soprattutto la ratifica, ad un trattato internazionale come questo, significa ripudiare forme di discriminazione di genere e, contemporaneamente, manifestare una reale volontà e un tangibile impegno nel reprimere e perseguire violazioni dei diritti umani. 

A livello regionale, molti Stati membri hanno già ratificato la suddetta Convenzione e questo è traducibile in una discreta omogeneità di pensiero e una condivisione dei principi e valori di cui essa si fa portavoce.  

Tuttavia, promuovere una più inclusiva adesione alla Convenzione di Istanbul, deve essere un costante monito per tutti quegli Stati europei e non, che ancora mostrano delle riserve nei confronti di tale strumento internazionale.

Federica Gargano

Federica Gargano, classe 1994, dopo aver conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali ha proseguito il suo percorso accademico ottenendo una laurea magistrale in International Relations con curriculum in International Studies, un corso di studi interamente tenuto in lingua inglese e conseguito con il massimo dei voti presso l’Università degli Studi di Palermo, con una tesi incentrata sul diritto penale internazionale e la crisi dei Rohingya. Scrive per un giornale online ed è attualmente Capo Redattore della redazione di Diritto Internazionale dello I.A.R.I, dove nello specifico tratta argomenti relativi al diritto penale internazionale, diritto internazionale, diritti umani e rifugiati.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from LAW & RIGHTS