SAHARA OCCIDENTALE, L’ULTIMA COLONIA IN AFRICA

A Saharawi man holds up a Polisario Front flag in the Al-Mahbes area near Moroccan soldiers guarding the wall separating the Polisario controlled Western Sahara from Morocco on February 3, 2017. It is the world's oldest functioning security barrier, dubbed a wall of "shame" and "death" by Western Sahara residents and leaders who want independence from Morocco. / AFP / STRINGER / TO GO WITH AFP STORY BY AMAL BELALLOUFI (Photo credit should read STRINGER/AFP/Getty Images)

Il Sahara occidentale è una regione del Nordafrica che si estende tra il Marocco del sud e la Mauritania. L’ONU l’annovera all’interno della lista dei territori non autonomi, cioè quei territori che sono ancora soggetti al colonialismo. Lo status giuridico del Sahara Occidentale è infatti irrisolto poiché il territorio è conteso tra Marocco e Fronte Polisario, che ne ha dichiarato l’indipendenza proclamando la Repubblica Democratica Araba dei Saharawi, sebbene riconosciuta solo da alcuni Paesi.

Il lungo processo di decolonizzazione

Il conflitto tra il Marocco e il Fronte Polisario affonda le sue radici nella storia coloniale della regione. Il Sahara Occidentale fu colonia spagnola, in seguito al Congresso di Berlino del 1884 sulla spartizione dell’Africa, successivamente provincia metropolitana dello Stato spagnolo fino al 1975 e adesso territorio non autonomo, secondo la lista stabilita dalla IV Commissione dell’Assemblea Generale dell’ONU.


Analizzando il percorso di questa regione possiamo distinguere tre fasi: la prima fase include l’arco temporale che va dagli anni ’50 fino al 1975; la seconda va dagli eventi che precludono gli Accordi di Madrid del 1975 fino ai primi anni ’80 ed, infine, la terza fase deve ancora essere scritta, dal momento che il processo di autodeterminazione del popolo Saharawi non si è ancora compiuto.

La prima fase: il naufragio dell’indipendenza

Durante la metà degli anni ’50, i venti della decolonizzazione si fanno sempre più forti nel continente africano portando all’indipendenza svariati Stati che, guidati dagli eserciti di liberazione e spronati a livello internazionale da URSS e USA, riescono a liberarsi dal giogo coloniale. Il Sahara Occidentale non è da meno, ma le sue aspirazioni indipendentiste vengono rapidamente placate.


In quegli anni, a capo della potenza coloniale della Spagna vi è Francisco Franco, il che spiega il ritardo del Paese nell’ingresso nell’ONU, avvenuto solamente nel 1955. In quanto membro dell’ONU, la Spagna dovette presto confrontarsi con il problema coloniale e la determinazione dell’Assemblea Generale (AG) nel fare applicare gli obblighi previsti dall’art. 73, par. e) della Carta in materia di territori non autonomi; tale norma stabilisce l’obbligo delle potenze coloniali di informare regolarmente il Segretariato Generale delle Nazioni Unite sulle condizioni economiche, sociali ed educative dei territori di cui sono responsabili.

Inizialmente la Spagna non si conformò alle richieste dell’AG sostenendo che i territori in suo possesso fossero in realtà province autonome integrate al territorio nazionale spagnolo.

Il cambio di passo avvenne però grazie alla pressione sovietica di includere nel processo di decolonizzazione anche le Isole Canarie, ritenute intoccabili; di fatti, la Spagna riconobbe il Sahara Occidentale come territorio non autonomo, impegnandosi a rispettare gli obblighi previsti e facendo così rientrare la regione all’interno del campo di applicazione della risoluzione dell’Assemblea Generale 1514\60 relativa alla Dichiarazione sull’indipendenza ai paesi e popoli coloniali.

Il Sahara Occidentale si trova in una posizione strategica delicata per gli equilibri geo-strategici, oltre che economici, non sconosciuta ai vicini Marocco, Mauritania ed Algeria.


Il Marocco vide nell’allontanamento della Spagna la possibilità di occupare il territorio per dare vita al grande regno ed in questa prospettiva dialogò con la Mauritania; l’Algeria, avversa alle posizioni del Marocco e alleata del blocco sovietico, si inserì nella partita per tentare di garantirsi il desiderato sbocco sull’Atlantico e ridisegnare la geo-economia regionale.
Su un fattore, però, i vari Stati erano d’accordo: la debolezza del popolo Saharawi. Si tratta infatti di un popolo demograficamente non esteso che chiedeva di dare vita ad uno Stato indipendente su un territorio molto vasto.

Il punto di svolta si ebbe con gli anni 1965-66, quando l’Assemblea Generale con le due risoluzioni 2072\65 e 2229\66, riconobbe espressamente il diritto del popolo Saharawi all’autodeterminazione, stabilendo che tale diritto si debba realizzare in accordo con tutte le parti interessate, compreso Marocco e Mauritaniatramite un referendum sotto l’egida dell’ONU.

La Spagna iniziò così a mettere in atto le procedure necessarie affinché potesse tenersi il referendum, tra cui il censimento della popolazione Saharawi, e nel 1974, dopo aver accettato le proposte dell’ONU, si dichiarò pronta a procedere.


Questa situazione agitò enormemente il Marocco, il quale, avendo percepito l’esito scontato della consultazione, temeva di vedersi preclusa qualsiasi espansione successiva. Dopo aver tentato di investire della questione la Corte Internazionale di Giustizia, sostenendo la propria sovranità sulla regione, il Marocco tentò di convincere l’AG a richiedere un parere alla Corte sulla questione e tramite la risoluzione 3292\74, con cui formalmente accoglie la richiesta marocchina, l’AG chiede alla Spagna di posticipare il referendum


Questo avvenimento prelude al primo naufragio del processo di decolonizzazione, portando la Spagna ad abbandonare la questione, aprendo la strada all’occupazione del territorio da parte del Marocco. 

Seconda fase: l’inizio della guerra

In quegli stessi anni, le aspirazioni indipendentiste del popolo Saharawi iniziarono a consolidarsi tramite un percorso politico e non violento, che si materializzò nella fondazione del Frente Popular de Liberaciòn de Saguìa el Hamra y Rìo de Oro, più comunemente noto come Fronte Polisario.


In seguito alla Marcia verde del 1975, organizzata dal re marocchino Hassan II, con cui 350.000 soldati entrarono nella regione, la Spagna giunse segretamente all’Accordo di Madrid con Marocco e Mauritania per la spartizione della regione contesa, in cui le forze saharawi iniziavano un’azione di resistenza armata.

Reclamando l’autorità esclusiva a rappresentare il “Popolo del deserto”, il Fronte si oppose fermamente agli Accordi grazie anche all’aiuto dell’Algeria, la quale iniziò a sostenere militarmente e diplomaticamente il Fronte Polisario.
La resistenza dette vita alla Repubblica Araba dei Saharawi Democratica (RASD), la quale- sebbene sia ad oggi riconosciuta da 82 Stati, detentrice di un seggio da osservatore all’ONU e membro dell’Unione Africana- ha tutt’ora il proprio governo in esilio presso la città algerina di Tindouf, in un campo profughi.

La protratta guerriglia, tuttavia, portò la Mauritania a ritirarsi relativamente presto dal conflitto: già nel 1979, Rabat rimase l’unico attore esterno ad avere ancora pretese territoriali sull’area contesa– della quale riuscì comunque ad occupare quasi l’80%, acquisendo anche il territorio sotto il controllo mauritano.

Ne nacque una lunga stagione di combattimenti e ostilità con il Fronte Polisario, che continuava a reclamare la propria indiscussa sovranità sul territorio. Il conflitto è emblematicamente rappresentato dalla costruzione di un muro, sovvenzionato dal Marocco, che divide le zone controllate dal proprio esercito e quelle in cui è attiva la guerriglia del Polisario; tale barriera di difesa è tuttora attiva e si estende per 2.720 km ai cui lati sono insediati posti di blocco, punti di osservazione, campi minati e bunker.

Terza fase: il cessate il fuoco

La lunga guerriglia contro il Marocco è terminata con il cessate il fuoco del 1991, grazie alla mediazione delle Nazioni Unite e con la garanzia del Consiglio di Sicurezza. Al fine di proteggere il delicato equilibrio raggiunto e al tempo stesso garantire il rispetto del diritto internazionale, si stabilì che il futuro del Sahara Occidentale sarebbe stato rimesso ad una consultazione referendaria, affidando al suo popolo la libertà di autodeterminarsi. Almeno fino a quando non si sarebbe svolto il tanto atteso referendum, le Nazioni Unite, con la risoluzione 690 del 29 aprile 1991, affidarono il difficile compito alla Mission for Referendum in Western Sahara (MINURSO)ancor’oggi in attività.

Tuttavia, il referendum non si è ancora realizzato, anche a causa della difficoltà di indentificare gli aventi diritto al voto, ma è ovvio che le motivazioni sono molto più profonde. Di fatti, il conflitto in Sahara Occidentale è un conflitto asimmetrico, perché il contenzioso riguarda da un lato uno stato consolidato e dall’altro popolazioni che nel corso del tempo hanno dimostrato, però, di non voler essere solo spettatrici della storia. 

Quale futuro per l’ultima colonia?

La decolonizzazione, per sua natura, produce instabilità: è un processo raramente consensuale e pacifico, più spesso frutto di lotte e rivendicazioni tra posizioni irriducibili. La questione del Sahara Occidentale si è a lungo trovata in una situazione di stallo, interrotta dai più recenti sviluppi, e sembra lecito chiedersi se vi sia mai stata la volontà di attuare il settlement proposal.

Dalla condizione attuale e dagli anni di stallo, l’unica a trarne vantaggio è stata Rabatnonostante la presenza della MINURSO, che avrebbe il compito di garantire il mantenimento del cessate il fuoco ed il rispetto degli accordi militari, nel solo arco di tempo tra il 2011 e 2012 ha fortificato le sue postazioni militari sul territorio contestato, con nuove costruzioni e il rinnovamento dei suoi armamenti.


Ciò rende l’autodeterminazione della popolazione del Sahara Occidentale ostaggio degli organismi delle Nazioni Unite sin dal 1974, quando l’Assemblea Generale troncò il processo di decolonizzazione intrapreso dalla Spagna, trascurando il parere espresso dalla Corte dell’Aia circa l’inesistenza di vincoli di sovranità, tra il Sahara Occidentale ed il regno del Marocco e la Mauritana, che avrebbero potuto impedire l’attuazione del principio di autodeterminazione del popolo saharawi e la decolonizzazione della colonia spagnola nel rispetto della risoluzione ONU 1514.

In uno scenario impari, come quello appena descritto, l’unica via d’uscita plausibile ad oggi potrebbe essere la capacità dell’opinione pubblica di far pressione sull’intera comunità internazionale nella speranza di lasciare le colonie ai libri di storia, per scrivere così un nuovo capitolo. 

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