L’ARGENTINA FA DIETROFRONT E LASCIA IL “GRUPPO DI LIMA”

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Nato nel 2017 con l’intento di costituire un “blocco anti-Maduro”, oggi il “Gruppo di Lima” perde uno dei suoi fondatori: l’Argentina di Fernández ci ripensa e lascia l’alleanza internazionale.

La decisione del Presidente Fernández di lasciare il “Gruppo di Lima” era nell’aria e mercoledì 24 marzo l’ufficializzazione è arrivata tramite un comunicato stampa da parte della Cancelleria. Sin dal suo insediamento, il nodo della permanenza del Paese nella coalizione nata nel 2017, è stata una spina nel fianco per l’esecutivo argentino che ha cercato di mantenere una posizione di mediazione tra chi lo invitava a rimanere e chi invece ad abbandonare. 

Sebbene alcuni si siano sorpresi, come già detto, la decisione di Fernández non è un fulmine a ciel sereno e la sua ufficializzazione denota la chiara volontà da parte del governo argentino di allontanarsi dalle politiche isolazioniste nei confronti del Venezuela.

Ma facciamo un breve passo indietro

Il Lima Group è un’entità multilaterale fondata nel 2017 da circa 15 paesi della regione tra i quali appunto Argentina, Brasile, Canada, Paraguay, Messico, Santa Lucia e coloro che hanno aderito all’UE e all’OSA, incaricato di attuare strategie diplomatiche al fine di contenere e risolvere l’attuale situazione economico-sociale del Venezuela di Maduro.

Non riconoscendo la legittimità costituzionale del governo bolivariano, il Gruppo si è sempre posto come obiettivo principale quello di porre fine al chavismo considerato come un elemento destabilizzante nell’area sudamericana sia per i rapporti tra i paesi confinanti, sia soprattutto per i rapporti con gli USA. 

All’indomani della costituzione del Gruppo, Caracas aveva reagito bollando i paesi della coalizione come “burattini di Washigton” aumentando – di fatto – un livello di  tensione esploso con le elezioni del maggio 2018 quando Maduro ha giurato per il suo secondo mandato non riconosciuto dalla maggior parte della Comunità Internazionale.

Il 23 maggio 2018 Juan Guaidó si è autoproclamato presidente ad interim e tale gesto non ha fatto altro che aumentare le tensioni nell’area sudamericana e, allo stesso tempo, ha permesso agli USA di continuare imperterrito ad interferire negli affari dell’America Latina.

Alla luce di questo quadro, come si è arrivati dunque alla scelta dell’Argentina di rivedere le sue posizioni nei confronti di Maduro e decidere di abbandonare il Gruppo di Lima? La risposta innanzitutto è da trovare nelle coalizioni di governo che esistono nell’attuale esecutivo argentino.

Le posizioni della vicepresidente Cristina Kirchner, da sempre ostili nei confronti della politica isolazionista ed interventista degli USA contro il Venezuela, hanno giocato un ruolo importante nella scelta di Fernández che all’inizio del suo mandato aveva appoggiato la scelta del suo predecessore Macrì – presidente del Gruppo di Lima – di proseguire con le ostilità contro Maduro e soprattutto di appoggiare le azioni statunitensi a riguardo.

È con il voto dello scorso anno dell’Argentina all’ONU contro il Venezuela, che le tensioni all’interno de la Casa Rosada sono esplose, scatenando un ampio dibattito sull’effettiva necessità di continuare con il “pugno duro” verso Caracas o di trovare davvero una strada alternativa per iniziare un dialogo costruttivo con il governo bolivariano. 

La strada del dialogo inizia, secondo Fernández, lasciando il Gruppo interamericano a conferma – dunque – non solo delle sue influenze di stampo kirchnerista, ma soprattutto della volontà di continuare il suo mandato sulle basi che sin ora hanno caratterizzato la politica argentina degli ultimi anni: una politica non interventista negli affari degli altri Paesi e orientata sempre al dialogo inclusivo e alla cooperazione che muove la “fratellanza sudamericana”.  

A testimonianza di ciò sono le parole del Ministero degli Esteri che sottolinea come “le azioni promosse a livello internazionale, cercando di isolare il governo del Venezuela e i suoi rappresentanti, non hanno dato risultati”. Il peso di queste dichiarazioni denota il totale fallimento delle misure adottate fino a questo momento, e di conseguenza, il fallimento dello stesso Gruppo che, seguendo la linea dura dell’isolazionismo e delle sanzioni diplomatiche, non ha fatto altro che confermare e aumentare la disgregazione tra i paesi latini favorendo sempre di più l’ingerenza statunitense irremovibile sulle sue decisioni. 

Se la politica di Biden in America Latina ad oggi non sembra essere differente da quella del suo predecessore, l’Argentina dal canto suo ha dimostrato che la via della pace e del dialogo inclusivo non è vana e la scelta di abbandonare ciò che pensava fosse necessario, apre una nuova speranza per una politica più inclusiva e meno isolazionista.

Ad avallare questa sua decisione, l’Argentina ha tenuto conto soprattutto dell’inefficacia delle sanzioni imposte a Caracas che hanno solo aggravato uno stato emergenziale già alto a causa della pandemia in corso e che, allo stesso tempo, hanno peggiorato le condizioni di vita del popolo venezuelano auspicando che questo possa essere l’inizio di una stagione di dialoghi e cooperazione con Maduro.

L’Argentina di Macrì nella scelta di Fernández è un lontano ricordo; la scelta del Presidente argentino di un cambio di rotta nelle relazioni con il Venezuela lo pone come un eventuale collegamento con l’ICG – Grupo Internacional de Contacto –  per insieme a quei paesi dell’UE – Italia compresa – e della stessa America Latina che si discostano dalle politiche isolazioniste e di chiusura degli USA.

Il plauso alla scelta del Presidente Fernández va soprattutto all’indomani del delicato incontro tra il Ministro dell’Economia Guzman e il FMI in merito al rifinanziamento del debito di 45 miliardi di dollari contratto in precedenza da Macrì, i cui risultati potranno vedersi nel medio termine probabilmente – o quasi sicuramente – per le nuove posizioni assunte dall’Argentina.

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