LA BULGARIA E LO SCANDALO DELLE SPIE RUSSE

(Fonte: https://sofiaglobe.com/2021/03/19/bulgaria-arrests-group-led-by-former-military-intelligence-officer-for-spying-for-russia/)

Dopo la recente espulsione di alcuni diplomatici russi accusati di spionaggio da parte di Sofia, i rapporti tra Bulgaria e Russia paiono essere in bilico. Sulla bilancia, tuttavia, questo nuovo scandalo non è l’unico fattore a pesare: politica energetica e vicine elezioni non sono elementi secondari o trascurabili.

Lo scandalo delle spie russe

Nelle ultime settimane Sofia è stata travolta da un nuovo scandalo legato allo spionaggio russo, l’ennesimo dopo i sei che si sono verificati tra l’8 ottobre 2019 e il 24 gennaio 2020 e che hanno portato all’espulsione di almeno quattro cittadini russi e diverse dichiarazioni di persone gradite allo Stato di dipendenti dell’ambasciata russa in Bulgaria. Una situazione che pare non essere ancora giunta alla propria conclusione, dal momento che, lo scorso 19 marzo, la portavoce dell’Ufficio del Procuratore bulgaro, Siika Mileva, ha annunciato ha annunciato l’arresto di sei connazionali con l’accusa di aver condotto crimini contro la Repubblica e – in particolare – di aver venduto informazioni riguardanti la capacità difensiva dello Stato, così come gli equipaggiamenti e altre informazioni importanti sull’Organizzazioni Transatlantica – di cui la Bulgaria è un membro dal 2004 – al Cremlino. A causa di ciò, il Procuratore ha poi richiesto la custodia cautelare per cinque dei sei indagati e il rilascio su cauzione del sesto, in forza della sua collaborazione nelle indagini.

Non solo, tre giorni dopo – il 22 marzo – le indagini hanno stabilito anche il coinvolgimento di due diplomatici russi, che – pur non potendo essere perseguitati in virtù dell’articolo 29 della Convenzione di Vienna sull’immunità diplomatica – sono stati dichiarati personae non gratae e hanno ricevuto la richiesta di lasciare il Paese entro e non oltre settantadue ore.

Una richiesta che ha suscitato l’immediata risposta del Cremlino, che non ha nascosto il suo disappunto per quella che ritiene una “crescente isteria anti-russa” e che ha fatto sapere – attraverso le parole della sua ambasciatrice a Sofia, Elena Mitrofanova, di essere del tutto estranea ai fatti.

La politica bulgara tra Mosca e Bruxelles

Le continue opposizioni a Mosca sono una novità nei rapporti tra la Bulgaria e la Federazione Russa, che invece si sono caratterizzati sempre per un sostanziale equilibrio e un rifiuto, da parte di Sofia, di qualsiasi tipo di scontro aperto con il Cremlino. Esemplificativo in tal senso risulta essere un discorso del 2016 del Primo ministro bulgaro, Bojko Borisvo, che – all’indomani della proposta di creare una flotta antirussa nel mare eusino sotto l’emblema della NATO – dichiarò di voler vedere yacht e turisti nelle proprie località sul Mar Nero e non navi da guerra[1].

Tuttavia, la situazione pare essere – almeno in parte – mutata. Le continue denunce di illeciti e azioni di spionaggio da parte del Cremlino hanno reso ben evidente che Sofia si sta avvicinando alle politiche e agli interessi di Washington, che più di una volta le ha chiesto di conformarsi alle posizioni occidentali, quale membro dell’Unione Europea e dell’Organizzazione Transatlantica.

Se una cesura totale dei rapporti tra Bulgaria e la Federazione Russa pare irrealizzabile, anche in forza del comune patrimonio storico e culturale, è anche vero che Sofia sta compiendo – per la prima volta – alcuni passi per fuoriuscire dalla stretta sfera di influenza russa; primi fra tutti, gli accordi volti a diversificare il proprio approvvigionamento energetico.

La Bulgaria, infatti, dipende quasi del tutto dal gas russo, che le giunge attraverso il Mar Nero e che – a breve – verrà garantito anche grazie alla realizzazione della bretella Balkan Stream, volta a collegare la penisola balcanica al gasdotto Turkish Stream, voluto e realizzato da Putin e il turco Erdogan. Ciò nonostante, dal 2019 ad oggi, grazie anche al supporto degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, Sofia ha siglato nuovi accordi che le permetterebbero – da un lato – di ottenere il gas naturale liquefatto direttamente da Washington per mezzo sia dell’introduzione sul mercato di notevoli quantità di gas statunitense, sia alla costruzione di un terminale nella città greca di Alexandroupolis e di un nuovo gasdotto tra la Grecia e la Bulgaria; dall’altro, di importare gas azero direttamente dal Mar Caspio grazie alla realizzazione dell’Interconnector Bulgaria-Serbia (Ibs).

Infrastrutture che non solo permetterebbero al Paese di ridurre – secondo le stime – la propria dipendenza dal gas russo di più del 50%, ma che garantirebbero a Sofia una posizione di rilievo all’interno dell’approvvigionamento europeo di gas, rendendola uno dei principali fornitori dell’Unione Europea.

Il ruolo dello scandalo in vista delle elezioni

Bojko Borisov ha più di un motivo per cercare un nuovo sostegno da parte di Bruxelles: se è vero che la Bulgaria è la penultima economia tra i Paesi dell’Unione Europea – prima solo della Romania – e la posizione di attore principale nella fornitura di gas potrebbe aiutare a implementare una crescita dello Stato, è anche vero che il Primo ministro necessita l’appoggio di sostenitori esterni, vista la sua crescente impopolarità.

Nell’ultimo anno, infatti, migliaia di bulgari sono scesi in strada, sfidando le limitazioni imposte a causa della pandemia da Covid-19, per protestare contro l’attuale governo, ritenuto corrotto e sempre più totalitario. Proteste che hanno suscitato l’attenzione di Bruxelles, che – a inizio dello scorso ottobre – ha ammonito Sofia a causa delle sue lacune in termini di rispetto dello Stato di diritto e della libertà di stampa, oltre alla mancanza di lotta alla corruzione che rende la Bulgaria il membro più corrotto dell’UE, secondo il Transparency International Index. Tale visione è stata ben accolta dal presidente della Repubblica bulgaro, Rumen Radev, socialista e filorusso, che non ha nascosto di simpatizzare con i dimostranti.

Ciò nonostante, il riconoscimento del fallimento di Borisov potrebbe non estrometterlo dal nuovo Parlamento: nonostante il malcontento, infatti, in Bulgaria non pare esservi un altro partito in grado di catalizzare su di sé la fiducia e il sostegno della maggior parte della popolazione, divenendo così il reale antagonista del partito Граждани за европейско развитие на България (Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria, GERB) di Borisov; anzi, i sondaggi danno ancora favorito il partito del Primo ministro uscente. Ed è proprio per questo che non sembra così “scandaloso” che, in vista del 4 aprile, Borisov voglia riconfermare la propria posizione di europeista convinto, anche con azioni volte a ingraziarsi Bruxelles e Washington – quali l’espulsione di diplomatici russi -, nella speranza di ottenere sostegni per i mesi successivi alla elezioni, quando la nuova Amministrazione sarà chiamata ad affrontare una volta per tutte la sfida al Coronavirus, la campagna vaccinale e la ripresa economica.


[1] M. Mussetti, Àxeinos! Geopolitica del Mar Nero, ed. goWare, Firenze, 2018; pp. 30-31

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