IL VACCINO DIPLOMATICO

La Cina attualmente ha sviluppato 5 vaccini e secondo le stime prevede di produrre quasi 4 miliardi di dosi entro il 2022. (Credit: South China Morning Post)

La Cina è accusata di utilizzare i propri vaccini come strumento diplomatico per migliorare la sua posizione a livello globale. 

In molti avevano già da tempo compreso che la ricerca e lo sviluppo dei vaccini contro il virus Covid19 si sarebbe trasformata in una battaglia dai risvolti geopolitici. 

Negli ultimi mesi la vendita dei vaccini cinesi è diventata un vero e proprio strumento di soft power per Pechino che si sta mettendo in luce come primo combattente contro la pandemia. 

Un tale spirito di benevolenza però ha portato analisti e media occidentali ad accusare Pechino di sfruttare la crisi pandemica tramite la sua “diplomazia del vaccino”. 

Mentre Pechino rigetta le accuse di utilizzare tale diplomazia solo per migliorare la sua posizione a livello globale, gli Stati Uniti insieme ai membri del QUAD, la cooperazione strategica di cui fanno parte Giappone, India e Australia, stanno sviluppando un piano di diffusione del vaccino nei Paesi del sud est asiatico in modo da evitare un incremento dell’influenza cinese nell’area. 

Ad oggi però i Paesi dell’area hanno già acquistato grandi quantità dei vaccini targati Pechino ma l’influenza della Cina sembra sia diretta non solo a quell’area, ma sempre più a livello globale. 

La distribuzione globale cinese

I vaccini sono un’arma potente contro il virus e danno speranza per salvare vite umane. Dovrebbero essere a disposizione del mondo intero e dovrebbero beneficiarne tutti” è stato il commento del Ministro degli Esteri cinese Wang Yi che, durante la conferenza dello scorso 8 marzo, ha chiarito la posizione della Cina e del suo Presidente Xi Jinping che aveva in precedenza descritto il vaccino come un  “bene pubblico globale”. Pechino ha seguito alla perfezione le indicazioni del suo leader e l’export dei vaccini sta raggiungendo livelli impressionanti: oltre 60 Paesi nel mondo ne hanno approvato l’utilizzo mentre già 43 Paesi sparsi in tutte le zone del mondo hanno commissionato dosi di vaccini made in China.

Tra i Paesi che hanno iniziato ad usufruire dei vaccini cinesi ci sono anche alcuni Stati della zona Euro quali Ungheria e la Serbia e dalle prossime settimane si potrebbe aggiungere anche la Polonia. 

Solo a febbraio le richieste di dosi dei vaccini sviluppai da Sinopharm, Sinovac e CanSino avevano superato le 570 milioni di dosi e la produzione è destinata ad aumentare in modo da permettere sempre di più alla Cina di portare i propri vaccini all’estero. La produzione non sembra preoccupare Pechino: qualche giorno fa, Yin Weidong, l’Amministratore Delegato di Sinovac Biotech, aveva spiegato che l’azienda aveva già consegnato oltre 160 milioni di dosi distribuite a 18 Paesi e che l’obiettivo di Sinovac è di raggiungere i due miliardi di dosi entro il 2022.

Un elemento di fondamentale importanza che ha permesso alla Cina di ricevere così tante richieste non è però solo la grande capacità produttiva del Paese (che oggi produce 5 milioni di vaccini al giorno) ma soprattutto il loro metodo di conservazione: rispetto infatti ad altri vaccini come quello Pfizer-BioNTech, che richiede una temperatura di stoccaggio compresa tra i -25 e i -15 gradi,  i vaccini cinesi possono essere conservati in normali frigoriferi, l’ideale per i Paesi in via di sviluppo.  

Obiettivi e rischi per Pechino

Mentre continua la produzione volta ad esportare grandi quantità di vaccini, anche la somministrazione locale ha iniziato a salire, dopo esser proseguita a rilento nelle ultime settimane: Pechino ha infatti iniziato ad aumentare le dosi giornaliere somministrate passando da 1,7 a 2,6 milioni di dosi al giorno.

Secondo le stime, la Cina ha intenzione di raggiungere la soglia del 40% della popolazione vaccinata entro l’estate, recuperando così terreno nei confronti degli Stati Uniti che al momento sono il Paese che ha somministrato il maggior numero di dosi (130 milioni contro le 84 somministrate dalla Cina) mentre per l’inizio del 2022 è stato fissato come obiettivo la somministrazione del vaccino all’80% della popolazione cinese (corrispondente ad un miliardo di persone). 

Nonostante i piani del Governo siano ben delineati, lo scetticismo e le critiche sono ormai all’ordine del giorno nei confronti di Pechino. 

Se già lo scorso anno la scelta della Cina di inviare materiale sanitario ai Paesi maggiormente colpiti dall’epidemia aveva suscitato alcune perplessità, la diplomazia del vaccino, così descritta dai media occidentali, ha fatto sorgere il quesito se Pechino si comporti in questo modo solo per ottenere un risalto internazionale e per motivazioni strategiche. 

A tali dubbi si sono aggiunte alcune complicazioni che si sono presentate recentemente: in gennaio i trials effettuati in Brasile hanno mostrato un’efficacia pari al 51% per il vaccino di Sinovac (100% per combattere i casi gravi) mentre questa settimana, a causa dei bassi livelli di risposta immunitaria, gli Emirati Arabi Uniti hanno iniziato a somministrare una terza dose del vaccino sviluppato da Sinopharm

Nonostante le critiche la Cina prosegue i suoi piani e la visita questa settimana da parte del Ministro degli Esteri Wang Yi in alcuni Paesi del Medio Oriente sapranno dirci se l’influenza cinese si amplierà ancora di più grazie al soft powerdel vaccino. 

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